Giovedì, 01 Dicembre 2022

L'Ecomuseo della seta, un piccolo gioiello di cura, di memoria e di storia,

Un piccolo gioiello di cura, di memoria e di storia, ma non polveroso e stantio bensì vivo e attivo.

All’ingresso del centro di Ortì, nella zona preaspromontana di Reggio Calabria c’è l’Ecomuseo della seta e della ruralità: un sistema “materiale-immateriale” che preserva antiche arti e mestieri del settore tessile e rurale. Materiale per gli elementi che vengono preservati dall’oblio, a partire dagli attrezzi, dalle macchine, dalle colture stesse fino ad arrivare dal lavoro dei bachi alla sta finita: Immateriale per la raccolta a sistema, il recupero, la salvaguardia e la trasmissione di mestieri e di radici antiche, prezioso lavoro compiuto negli anni da Rosa Furfari. E il figlio, Filippo Sorgonà, ci ha raccontato un po’ di storia, di curiosità, di attività e di obiettivi dell’Ecomuseo di Ortì.

Come nasce il museo della seta?

«Nasce dalla mia bisnonna, nonna di mia madre, Rosa Furfari che, all'interno del terreno che adesso è gestito dall'azienda agricola “Il filo di seta”, nel casolare in cui abitava, aveva una stanza dedicata a laboratorio tessile. Per cui mia madre ha appreso assolutamente tutto di questa arte nel settore tessile da parte la bisnonna e, una volta intrapresa questa carriera, nell’ambito della moda e dell’alta moda, ha deciso circa 25 anni fa ormai, di creare un piccolo museo della seta e dell'artigianato tessile (prevalentemente della seta). Dopo anni di ricerche sul territorio, girando in lungo ed in largo, da Cosenza alla costa ionica e in tanti altri posti dove c'è stata, e c'è ancora per alcuni versi, un’importante tradizione tessile, si è riusciti recuperare materiali concreti e materiali immateriali: dai telai fino alle “conoscenze”; materiale anche in questo in questo senso. E documenti di questa tradizione che abbiamo iniziato ovviamente a custodire e così preserviamo come importanti pezzi di storie in questo settore».

Quali sono le ricchezze, i pezzi principali del museo?

«Una parte che riguarda le tecnologie, una che riguarda i tessuti e gli abiti e, infine, una parte che riguarda i documenti. Rispetto alla parte tecnologica ci sono senza dubbio degli strumenti di lavorazione e trasformazione delle fibre tessili che sono importanti perché vanno a caratterizzare e a declinare questa tradizione del tessile in senso territoriale perché vediamo in altre culture, in altri paesi, gli stessi arnesi acquisiscono connotazioni differenti. E non solo il telaio ma anche l’arcolaio, il mangano per la battitura e fibratura del lino e della ginestra e altro. Accanto a questi strumenti più rudimentali, noi custodiamo un importantissimo reperto, testimonianza semi industriale o della prima rivoluzione industriale di fine 800 francese: una macchina per il plissé che è semi automatica, utilizzabile tanto a mano, quanto con all'elettricità: quindi con una prima automazione di questo processo. Accanto ad essa ci sono altre 7 macchine da cucire che non sono ordinarie: ognuna di queste svolge una funzione specifica, dalle ricamatrici a oro addirittura, a quelle che fanno giornino, tutta una serie funzioni, tutte appartenenti a una ditta di operava esattamente un secolo fa a Reggio e la vita Criseo, in viale Amendola.

Sul piano dei tessuti ne abbiamo di importanti da damaschi e degli abiti, tra cui un paio di abiti da sposa veramente prestigiosi. Uno è sotto restauro, è appena arrivato ed ancora non è stato mai stato esposto e, oltre a costumi tipici, ci sono le trecce di seta delle filande di Reggio. In particolare della filanda Laganà di Santa Caterina. Per il resto documenti importanti sulla nostra storia locale di questa tradizione tessile».

Quanto è importante la didattica per lasciare ai giovani questa eredità di sapere?

«Mia madre è maestra d'arte in questo settore, ma su tutto: dalle antiche pratiche all’alta moda, dal tombolo allo stilismo. Ovviamente negli ultimi anni ci si è concentrati più su questa parte della tradizione tessile e quindi sviluppiamo contestualmente, a volte in modo monotematico, dei workshop, oltre che dei corsi specifici su qualcosa. Ad esempio la tintura naturale dei tessuti, il ciclo della seta o la lavorazione della ginestra o la tessitura al telaio.  Per cui senza dubbio questo è il più grande valore immateriale che va a proseguire con l'idea proprio di filo di seta la narrazione della tradizione orale, la narrazione che è passata da madre in figlio e nipoti così via. E noi stiamo provando a rilanciare con le stesse modalità un aspetto che è didattico ma è anche antropologico culturale. Quest'anno non abbiamo fatto in tempo per le restrizioni, ma una delle prima iniziative che vorremmo organizzare, facendola diventare un appuntamento fisso, e per l'appunto una sorta di festival. “Eco del passato”, inteso proprio come le pratiche sostenibili nel mondo rurale poi in particolare il mondo tessile, ma ricordiamo che abbiamo scelto come indirizzo quello di comportarci come “ecomuseo”, quindi non solo preservare tracce fisiche, ma preservare questo patrimonio enorme immateriale, attraverso le sue narrazioni che devono essere proseguite ho bisogno di testa di piedi, di bocche di mani».

Anche quest’anno tanti piccoli bachi pronti a diventare preziosa seta. Un momento da vivere e tutto da scoprire. «È stato fatta un percorso, una prima parte dei bachi si è imbozzolata, ha sfarfallato ed ha chiuso il ciclo. Adesso invece sono arrivati i bachi colorati in modo naturale gialli e salvo complicazioni a  settembre si gestisce una seconda fase».