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Sabato, 24 Ottobre 2020

I Ciclopi del Reventino, l’infinito di Giordano Bruno, il mio infinito.

Non mi interessa conoscere il mondo. Non ho la pretesa di viaggiare in tutti i luoghi remoti della Terra: non basterebbero cento vite!

Verso la cima del M.Reventino

La mia vita mi è invece appena sufficiente per capire qualcosa del mio centro del Mondo, come direbbe Mircea Eliade. Ho stabilito dei confini alle mie erranze. E più invecchio più tempo intendo dedicare alle mie “montagne di casa”. Negli ultimi dieci anni, in Calabria, gruppi locali hanno attuato il mio proposito: esplorano, riscoprono, divulgano, tutelano i territori attorno ai loro paesi. Aree un tempo apparentemente insignificanti oggi sono scrigni di bellezza: montagne, valli, boschi, rovine, borghi, comunità, tradizioni, memorie, culture, civiltà.

Antica castagnara sulla pendice nord del M. Reventino

L’amore delle persone restituisce dignità, eminenza, attrattività ai luoghi. E fa sì che essi, svuotatisi di abitanti, si ripopolino, pian piano, di visitatori, di nuovi abitanti. Assisto ogni giorno, commosso, a questo straordinario ritorno ai territori, a questa riappropriazione dei luoghi, a questo raccontare e rammemorare. Vedo che la Calabria è profondamente diversa da come viene descritta. Mi accorgo che non siamo spacciati, che non siamo moribondi. E’ una terra di idealisti, la mia, di eretici, di utopici, da sempre: basta pensare a un Gioacchino da Fiore o a un Tommaso Campanella. E gli utopici vivono nella speranza operosa del cambiamento: partendo da loro stessi, dai propri luoghi, dalle proprie comunità.

Castagno plurisecolare sul versante nord del M. Reventino

L’ho fatta lunga! Ma stamattina, mentre fuori è ancora buio pesto, e leggo di Giordano Bruno, e scrivo, e sgranocchio una mela, e sorseggio il mio orzo, mi è presa così. Solo perché volevo raccontarvi di domenica, della nostra splendida erranza, insieme a uno di questi gruppi di “terapia intensiva” locale, Conflenti Trekking ed il Festival delle Erranze e della Filoxenia.

Ma non posso raccontarvi tutto perché la vostra-nostra fretta di vivere non lo permette. E allora vi dico solo che siamo partiti dalla frazione Tomaini di Decollatura, e siamo saliti a Calloandro, dove abbiamo parlato con gli ultimi ciclopi che fanno castagne.

Le loro spelonche di pietre a secco e di travi, le castagnare, testimoniano di una vita povera e vera.

Poi siamo emersi in vista dell’antico lago del Quaternario che oggi chiamiamo Conca di Decollatura, lanciando il nostro sguardo verso la Sila. Poi abbiamo attraversato abetine, pinete e faggete, sino alla cima del Reventino. Poi siamo scesi, calpestando neve, verso nord-ovest, sino alla sommità di Pietra del Corvo, spaziando con lo sguardo verso la Valle del Savuto, la Catena Costiera e il Tirreno.

Pietra di Fota. M. Reventino

Poi abbiamo aggirato il Reventino da sud, nel fascino arcano della nebbia. Poi abbiamo ripiegato nuovamente verso nord-est e siamo ridiscesi a Tomaini passando per Pietra di Fota: abbiamo conversato con le sembianze pietrificate di Polifemo. E dentro me – che qui vorrei vivere e morire – ho ricordato Giordano Bruno: “Io dico l’universo tutto infinito, perché non ha margine, termino né superfice; dico universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna parte che di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerevoli che contiene, ciascuno è infinito”. Ecco, questa montagna, questa gente, questi silenzi, queste solitudini sono il mio infinito.