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Venerdì, 30 Ottobre 2020

Elogio della diversità nel “Destino mediterraneo” di Mimmo Nunnari

Nella Bibbia è il “Grande mare”. Per i turchi, il “Mar Bianco”.

Domenico Nunnari, giornalista e scrittore, già vicedirettore del TGR Rai; ha insegnato Teoria e Tecnica del Giornalismo all’Università di Messina e Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria

“Mare di mezzo” per i tedeschi e “Grande Verde” per gli egiziani. E poi, la definizione più nota: il romano “Mare Nostrum”. Comunque lo si voglia chiamare, quale che sia il significante attribuitogli nei secoli, rimane un assunto intramontabile e indiscutibile: è lì che nasce tutto, nel mar Mediterraneo. Sulle sponde delle omeriche acque “purpuree, vinose, crepuscolari e violacee” che, pur rappresentando meno dell’uno per cento dello spazio marino del pianeta, fra incontri e scontri, febbrili e concitati, hanno dato vita all’instancabile e millenaria civiltà occidentale. Di tutte le espressioni di quest’immensa civiltà – sociali, politiche, culturali – ne scrive il giornalista e saggista Mimmo Nunnari nel libro edito da Rubbettino “Destino mediterraneo – Solo il mare nostro ci salverà”: un elogio della diversità che attraversa i continenti e, insieme, una riflessione appassionata e ricchissima che va alla ricerca della matrice comune fra svariati popoli, artefici di sapienze che hanno dato forma al mondo.

Già vicedirettore del TGR Rai, Nunnari – il quale ha insegnato Teoria e Tecnica del Giornalismo all’Università di Messina e Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria – descrive così questo “piccolo” mare che, con tutti i suoi fermenti, gli avvicendamenti e i colpi di genio di chi lo ha attraversato, vissuto, plasmato, ha consentito all’Europa di svincolarsi dall’Asia e dall’Africa e diventare l’unione inscindibile di luoghi diversi in cui oggi viviamo: «Enigma meraviglioso dell’immaginazione, universo che attrae e respinge allo stesso tempo, punto di interrogazione dell’esistenza umana, luogo dell’analogia e della differenza, della follia dei conflitti, della nascita del pensiero, del teatro, della tragedia, svelamento della verità, modo di essere, vivere e amare, morire; epicentro di fermenti epocali, violenza, santità, martirii e delle religioni monoteiste: cristianesimo, ebraismo, islamismo; e poi, ancora, spazio d’incontro tra l’Europa e l’Africa, punto d’inizio delle navigazioni, delle partenze dei popoli verso nuovi destini».

Antica mappa del Mediterraneo

Con l’immediatezza dei toni propri del giornalismo divulgativo, Nunnari ci regala il racconto di chi siamo, la storia dell’affascinante destino comune che le Moire tessono da tempi immemori per le innumerevoli anime mediterranee. Una storia vivace e multiforme che tradisce splendidamente le asettiche e monotone coordinate dei manuali scolastici e ci coinvolge nel viaggio per mare e per terra dei nostri primordi.

Popoli, dicevamo, che hanno inventato la realtà. Egizi, Fenici, Cretesi, Cartaginesi, Etruschi, Greci, Romani, Persiani, Arabi, Siriani a cui le moderne società devono tutto: la scrittura alfabetica, le pratiche mediche, l’astronomia, la matematica, la chimica, le tecniche di lavorazione del vetro e dei metalli, la filosofia, la letteratura, l’artigianato, il commercio. E, fra tutti la più affascinante, l’arte della navigazione: il solcare dei mari che ha reso possibile la contaminazione di pensiero e saperi, nonché i piani di espansione dei popoli più potenti e i travolgenti mutamenti della storia dell’umanità.

«Chi ha viaggiato in questo mare racchiuso nella cornice delle terre – spiega Nunnari – ha potuto conoscerne il suo essere pluriverso: meraviglie del paesaggio, della natura, dell’arte, della tecnica; tutti frutti dei differenti innesti; gli esempi sono inesauribili: in Tunisia, a Gabès, il sistema d’irrigazione è romano, ed esistono tracce dei vichinghi; i normanni sono stati a Sfax e gli andalusi arabo-musulmani si sono a loro volta insediati nel villaggio di Destour, vivendo insieme a greci ed ebrei sefarditi. In Grecia il teatro è turco e la musica ha influenze arabe, mentre i costumi sono essenzialmente cretesi. Da secoli testi sacri e religioni differenti come Giudaismo, Cristianesimo, Islam, Talmud, Bibbia e Corano s’incrociano nella medesima area, in cui ci sono, con Atene e Roma, Gerusalemme, Alessandria e Costantinopoli».

Insomma, ogni forma di sopravvivenza, di ottimizzazione della qualità di vita, di arricchimento dell’anima è sorta sulle rive del più mitico dei mari e in questo densissimo saggio si approfondiscono luoghi, personaggi ed eventi che ne hanno scalfito l’identità. Dalle origini a oggi, passando per la florida età antica e dal travagliato Medioevo, giungendo alla rovente modernità.

Ulisse e i suoi uomini lottano contro Scilla nello Stretto di Messina

Una disamina sociale e politica del fenomeno migratorio nel passato ci avverte di quanto sia antica la questione della fuga per necessità, al punto che appare gioco impossibile tracciare la genealogia di ogni singolo popolo. E, neanche a dirlo, la penisola italiana è da sempre terra di transito per chi da Sud va a Nord e da Est si incammina verso l’Ovest. Eppure oggi sembriamo colti alla sprovvista, impreparati di fronte all’arrivo di chi da secoli condivide con noi affanni e destini, seppur dall’altra riva. Si parla di scontro di civiltà: di lingue, culture, religioni, modus vivendi. Ma non partimmo tutti dal medesimo principio? Ogni strada intrapresa una diversa tradizione assimilata, certo, ma rifiutare l’inevitabile e naturale via dell’integrazione inventando un nemico da esorcizzare – come in molti fanno, risucchiati dal vortice degli stereotipi,  scioccamente ciechi davanti a una società globale ormai iper-connessa e a un passato che coltivava religiosamente il valore della filoxenìa, ponendo l’ospite in un’aurea sacra intoccabile – serve solo a nascondere i problemi «che derivano dal fallimento politico del sogno europeo e dalla resurrezione dei peggiori dèmoni del nazionalismo». Una chiusura che ha scatenato il declino mediterraneo, rifugiandosi in aridi solitudini che hanno spento il colore di un Oriente ammaliato dall’Occidente e viceversa: «due mondi con una storia di relazioni pericolose, alleanze fragili e non durature e solo qualche volta pacifiche»; ma come lasciare che evaporino dalla nostra memoria «i capitoli splendidi, che pure sono esistiti, lasciando tracce visibili in molti luoghi»? Come si può sacrificare la vasta cultura mediterranea che assorbe in sé immortali storie e tradizioni, miti e leggende, esperienze e gesta, avventure e sfide sociali, aldilà dei rapporti economici, dello sviluppo disomogeneo, dei conflitti religiosi e di quelli di derivazione colonialista?

Spiega Nunnari: "La fuga dai propri territori, per motivi politici oltre che per miseria e fame, non è un fenomeno nuovo o recente nell'area arabo-mediterranea, come si tende a credere. Le migrazioni di interi popoli sono attestate dalle testimonianze archeologiche e trovano conferme nelle fonti scritte latine e greche"

Ben lontano dal proporre frettolose soluzioni utopistiche sganciate da ogni legame con la quotidianità, l’autore del saggio, con la sagacia dello studioso e l’incisività linguistica del giornalista, prende atto delle «ragioni di diffidenza (talvolta legittime) e di sicurezza (giustificate) nelle riluttanze ad accogliere centinaia di migliaia di persone che giungono sulle nostre rive a bordo di scalcagnate carrette del mare, ma tutte le apprensioni, seppure comprensibili, non tengono conto di situazioni sociali e politiche tormentate, di vecchie e nuove povertà, su cui l’Occidente dovrebbe riflettere, in considerazione dei risvolti di ordine e disordine a essi collegati e del fatto che le radici mediterranee della cultura europea sono di vitale importanza».

Mimmo Nunnari, "Destino mediterraneo - Solo il mare nostro ci salverà", Rubbettino, 2018, pp 252

Dunque, che fare? Una soluzione ci sarebbe e ci riguarda da vicino. Il Sud Italia, da secoli fin troppo retoricamente bistrattato, andrebbe ripulito della soffocante e approssimativa consuetudine che lo incatena ad «area in prevalenza di consumo, che non produce sufficientemente». In quanto «storicamente e culturalmente più vicino a quel grande teatro di dimensioni mondiali che è il Mediterraneo», andrebbe ripensato, propone Nunnari, in chiave «euro-mediterranea», come avanguardia e ponte dell’Occidente verso l’Africa e l’Asia: «L’Europa, se il Meridione fa da cinghia di trasmissione, avrà l’opportunità di avvicinarsi all’economia di regioni mediterranee diverse che per quanto a volte in lotta tra loro costituiscono un insieme, quel continuum della lezione di Fernand Braudel, il primo ad aver sviluppato il concetto di “Mezzogiorno centro del Mediterraneo”». E, non dimentichiamo, dimora di uno Stretto, quello tra la Calabria e la Sicilia, spaventoso e inclemente, ma magico e bellissimo, «l’unico posto del mondo dove la misura smisurata del mare diventa all’improvviso microcosmo». Dove si sono mescolate «confuse metafore e realtà, analogie e differenze: eserciti, pirati, abati, santi, pellegrini, avventurieri, artigiani e artisti sono passati dallo Stretto; una variegata umanità in transito, o che si è insediata nei territori, che ha dato forma e vita a una molteplicità di stili ed espressioni, nell’Europa e nell’Occidente».