Dalla laurea in giurisprudenza alla manipolazione della carta: il percorso creativo di una giovane professionista che ha scelto di restare e investire nel territorio

Uno degli angoli più suggestivi e rappresentativi di Palazzo Campanella, il cosiddetto “Transatlantico” – elegante salone e naturale crocevia delle aule più importanti del Consiglio regionale – si è recentemente arricchito di un nuovo pezzo d’arte. Riflettori puntati sull’innovativa opera realizzata da Maria Morgante, emergente artista della provincia di Reggio Calabria, che sta attirando su di sé l’attenzione del panorama artistico nazionale e internazionale.
Con le sue “Pagine Scolpite”, creazioni di grande pregio artistico oltre che dal forte valore simbolico – come appunto quella realizzata per il Consiglio regionale della Calabria - la giovane artista calabrese ha stupito tutti trasformando oggetti comuni in eccezionali opere d’arte tridimensionali. E alla massima assise calabrese, Morgante ha donato l’opera “What was one” (“Ciò che era uno”), unica nel suo genere, come tutte le realizzazioni di questo genere.
Maria sbaglieremmo se ti definissimo “scultrice”?
Bella domanda… Beh, in fin dei conti, in italiano “scultrice di libri” non sarebbe sbagliato. Ma tecnicamente l’espressione più adatta è “visual artist - book sculpture”, restando nei paradigmi delle definizioni internazionali. Probabilmente, però, la forma più giusta e immediata per definirmi è una sintesi di quelle quattro parole, quindi un più semplice “book artist”.
Hai conseguito la laurea in giurisprudenza, eppure hai deciso di dedicarti a tutt’altro, trovando nella piegatura e nell’intaglio delle pagine dei libri un modo unico per esprimere la tua abilità e creatività. Ciò che ti scorreva nelle vene ha preso il sopravvento sul resto?
Eh già, alla fine la mia vena artistica ha prevalso su altro. Di natura sono da sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Non amo il convenzionale e sono guidata da una curiosità che mi accompagna da tutta la vita, una spinta che mi porta a mettere le mani un po’ ovunque, a sperimentare linguaggi e forme diverse. Provengo da una formazione giuridica, un mondo fatto di parole, regole e tanti tanti testi che hanno scandito a lungo le mie giornate.

Col tempo però la mia passione per l’arte è venuta fuori. Proprio il libro è diventato per me una materia viva: non più solo contenitore, ma un corpo da trasformare attraverso un linguaggio artistico al quale mi sono avvicinata in modo spontaneo e quasi istintivo.
Hai mai pensato di diventare divulgatrice di questo particolare linguaggio artistico ancora poco diffuso? Magari attraverso corsi di formazione pratica e workshop pensati per avvicinare un pubblico più ampio a questa forma d’arte.
Non ho mai pensato alla mia tecnica come qualcosa da replicare meccanicamente, ma come un processo creativo da condividere. Proprio per questo motivo ho diretto laboratori creativi dedicati ai bambini. Li ho accompagnati alla scoperta dell’arte, della creatività, dimostrando loro come persino gli oggetti di uso quotidiano possano trovare nuove destinazioni d’uso, attraverso estro e fantasia. È al contempo un modo per insegnare loro valori importanti: collaborazione e condivisione per esempio. Il laboratorio si trasforma poi in una esperienza di crescita reciproca, si stimola la curiosità, la fantasia e anche la consapevolezza. Dai bambini c’è solo da imparare, sempre. Finito il laboratorio col loro, infatti, torno a casa più arricchita.
Da dove nasce l’ispirazione che ti ha spinta a dare anima e corpo a questa particolare forma espressiva?
A partire dal 2018 e poi soprattutto durante il lockdown, ho sentito il bisogno di trovare una valvola di sfogo capace di dare forma a quel tempo che sembrava infinito. Affascinata dalle tecniche orientali della manipolazione della carta, ho iniziato a piegare le pagine dei libri che avevo in casa: un gesto semplice, forse anche ripetitivo ma che mi aiutava a liberare la mente, a mettermi alla prova e a lasciare spazio alla creatività.
Tra le molte sperimentazioni, questa è diventata il mio linguaggio più naturale, lo sfogo più autentico: un luogo in cui pensiero, materia e gesto trovano finalmente equilibrio. È stato sorprendente e soddisfacente vedere come un oggetto di vita quotidiana potesse assumere forme diverse e diventare arte, quella che oggi mi accompagna tutti i giorni.
E oggi ti ritrovi coinvolta in tanti progetti, ospite di tante kermesse, con un’opera a tua firma esposta al Consiglio regionale della Calabria…
Negli ultimi anni sono successe tante cose inaspettate lungo il mio percorso e questa è sicuramente una di quelle. Mai avrei pensato che una mia opera potesse entrare in modo permanente in un luogo così rappresentativo e istituzionale. È un passaggio che arriva quasi in punta di piedi, ma che dà un senso profondo al lavoro fatto nel tempo, alla ricerca e alla dedizione. Lo vivo come un onore, ma anche come una responsabilità verso il territorio e le persone che apprezzano la mia arte.
A proposito di territorio, una book artist in ascesa nel panorama nazionale ed internazionale, ma con la Piana di Gioia Tauro nel dna.
Rosarnese di nascita, polistenese d’adozione, con il laboratorio d’arte a Taurianova. Quindi, si, direi che la Piana fa parte di me al 100%. Battute a parte, in me c’è una forte identità calabrese, che sfoggio sempre con grande orgoglio ovunque io vada, ma con lo sguardo proiettato costantemente verso orizzonti lontani, come appunto quelli orientali degli origami, da cui prende spunto la tecnica artistica che utilizzo.
Tornando all’opera realizzata per il Consiglio regionale, puoi raccontarci nascita e sviluppo di questo concept?
Partirei dal titolo dell’opera: “Ciò che era uno” (what was one). È il mio modo di intendere ciò che rappresenta l’identità contemporanea. È un’opera che parla di frammentazione, di unità perduta e di memoria collettiva. Nasce dall’idea che ciò che siamo oggi è il risultato di stratificazioni di ieri, storiche, culturali, personali. È un’opera che nasce da un gesto semplice e potente: aprire un libro e trasformarlo in mondo. Un mondo diviso a metà come spesso lo è la nostra storia contemporanea, ma sorretto da mani che non sono uguali e non vogliono esserlo perché rappresentano le diversità di cui parlavo prima. Diversità che hanno scritto storie e ne scriveranno altre. Al centro ho inserito un filo rosso, sottile, un filo che può unire ciò che è diviso, ricucire ciò che è stato strappato e dare continuità alle speranze di tutti. Lavorando a quest’opera ho pensato che il mondo pesa meno quando non è portato da una sola forza ma da molte e che, forse, ciò che chiamiamo unità non è qualcosa di perfetto, ma qualcosa che va tenuto con attenzione, giorno dopo giorno. Sapere che quest’opera ora vive in uno spazio istituzionale le dà una dimensione ulteriore perché dialoga continuamente con chi attraversa quel luogo. Spero vivamente che il messaggio arrivi.
Arriva eccome! E arriva forte anche il messaggio di una donna, un’artista, una mente creativa, che vuole affermarsi, credendo fermamente in ciò che fa e in come lo fa. Con quali ambizioni?
La mia ambizione, se così si può definire, non è mai stata quantitativa ma qualitativa. Tutto è nato senza pretese, in modo naturale, e continuo a ripetere che tutto ciò che arriva lo vivo come un dono. Desidero che le mie opere continuino a dialogare con il maggior numero di occhi possibile, che possano parlare al cuore delle persone e diventare un ponte tra storie diverse. L’arte, per come la intendo, non è mai un monologo, ma un incontro silenzioso che si compie solo nello sguardo di chi osserva.
Ogni opera porta con sé messaggi muti e mai imposti. Per questo trovo anche difficoltà, spesso, nel dare un titolo alle opere perché non voglio limitare l’occhio di chi le guarda. Pertanto, se le mie opere riescono a raggiungere chi guarda con occhi predisposti all’ascolto, allora la missione è davvero compiuta e io posso solo esserne grata. In quel momento l’opera diventa messaggio condiviso. L’arte, quando riesce a creare connessioni e a dare voce a ciò che spesso resta invisibile, diventa uno strumento vivo, capace di accompagnare il nostro tempo e di interrogare il futuro.
Sfrutto quest’ultima tua affermazione per l’ultima domanda: da artista impegnata per il riscatto del nostro territorio attraverso la cultura, interrogando il futuro della Calabria cosa vorresti che rispondesse?
Come artista, vorrei che il futuro mi rispondesse che la Calabria ha trovato il coraggio della visione a lungo termine e di investire sempre più nella cultura come arma di riscatto sociale ed al contempo di sviluppo, oltre che di conoscenza. Perché la nostra è una terra con un patrimonio artistico-culturale che fa davvero invidia; basti pensare ad esempi come Corrado Alvaro, Tommaso Campanella e Mattia Preti.
Come donna (che ha deciso di fare l’artista sfidando la logica), vorrei che il futuro mi rispondesse che la Calabria ha saputo generare percorsi capaci di accompagnare e incentivare i sogni di persone come me, offrendo la possibilità di investire senza timori sulla permanenza, invertendo il trend della fuga dei cervelli e dei talenti.

Sono una figlia orgogliosa di questa terra, quindi, come tale, spero di essere sempre più stimolata a crederci. Quasi ostinatamente. Se mi guardo intorno vedo che nella nostra provincia, in tutta la nostra regione, esistono tanti esempi di ostinazione positiva, legati all’arte ed alla cultura in generale. Quindi è con grande fiducia che dico che la Calabria deve avere la forza di riconoscersi in questa sua identità, troppo spesso lasciata in secondo piano; deve smettere di essere quella terra che ha bisogno di essere salvata da altri: possiamo salvarci da soli, credendoci davvero.

