La nascita della Repubblica fu anche il momento in cui la Calabria portò nella nuova democrazia le proprie attese di riscatto. Dai 24 costituenti calabresi al primo voto politico delle donne, il 2 giugno resta una data che unisce memoria, partecipazione e futuro.

La scelta che fondò la democrazia
Il 2 giugno 1946 l’Italia scelse la Repubblica e avviò il cammino che avrebbe portato alla nascita della Costituzione. Fu un passaggio decisivo dopo la guerra, la caduta del fascismo e la fine della Monarchia: cittadine e cittadini furono chiamati a pronunciarsi nel referendum istituzionale e a eleggere l’Assemblea Costituente, il luogo politico e culturale in cui prese forma la nuova architettura democratica del Paese.
A 80 anni da quella data, la Festa della Repubblica continua a rappresentare uno dei momenti più alti della vita civile italiana. Lo ha ricordato anche il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Salvatore Cirillo, che ha preso parte alle celebrazioni del 2 Giugno a Reggio Calabria.
«La Festa della Repubblica rappresenta uno dei momenti più alti della nostra vita democratica. Celebriamo la scelta compiuta dagli italiani il 2 giugno 1946, ma anche il valore della partecipazione, della libertà e della responsabilità che da quella scelta sono scaturite», ha affermato Cirillo, sottolineando il significato di una ricorrenza che quest’anno assume un valore ancora più profondo.
Ottant’anni dal voto che cambiò il Paese
L’80° anniversario richiama tre passaggi strettamente legati: il referendum istituzionale, l’elezione dell’Assemblea Costituente e il primo voto politico delle donne. Non fu soltanto una consultazione elettorale, ma l’allargamento concreto della partecipazione democratica e l’avvio di una stagione nuova, fondata sui diritti, sulla dignità della persona e sull’uguaglianza.
«Quest’anno la ricorrenza assume un significato ancora più profondo perché ricorrono gli 80 anni del referendum istituzionale, dell’elezione dell’Assemblea Costituente e del primo voto politico delle donne. Fu un passaggio decisivo nella storia del Paese, che allargò la partecipazione democratica e pose le basi di una Repubblica fondata sui diritti, sulla dignità della persona e sull’uguaglianza», ha dichiarato il presidente del Consiglio regionale.

In quella stagione anche la Calabria entrò da protagonista nel cantiere della nuova Italia democratica. La regione arrivava all’appuntamento costituente con ferite profonde: carenze idriche ed elettriche, infrastrutture deboli, trasporti faticosi, condizioni sanitarie segnate da malaria e tubercolosi, grandi latifondi, occupazioni delle terre, tumulti del pane e forti tensioni sociali. Nei palazzi romani della Costituente i rappresentanti calabresi portarono quindi non solo competenza giuridica e politica, ma anche il peso concreto di una terra che chiedeva riscatto.
La Calabria nell’Assemblea costituente
La rappresentanza calabrese fu ampia e plurale. I 24 costituenti legati alla Calabria, tra eletti nella circoscrizione Catanzaro-Cosenza-Reggio Calabria e figure calabresi elette in altri collegi o nel Collegio unico nazionale, appartenevano a culture politiche diverse: democristiani, comunisti, socialisti, repubblicani, liberali, demolaburisti, monarchici e qualunquisti. Proprio questa pluralità rese la delegazione calabrese uno specchio fedele della complessità del Dopoguerra.
«Anche la Calabria diede il proprio contributo alla nascita della nuova Italia democratica, con 24 Padri costituenti calabresi chiamati a partecipare alla scrittura della Carta costituzionale», ha ricordato Cirillo, richiamando un patrimonio politico che attraversò province, città e comunità locali.
Dalla provincia di Cosenza provenivano figure come Gennaro Cassiani, di Spezzano Albanese, Costantino Mortati, di Corigliano Calabro, Pietro Mancini, di Malito, Benedetto Carratelli, di Amantea, e Alessandro Turco, legato a San Pietro in Guarano. Alla stessa area territoriale appartenevano anche Giuseppe Salvatore Bellusci, nato a San Demetrio Corone ed eletto nella circoscrizione Roma-Viterbo-Latina-Frosinone, Girolamo Grisolia, di Amendolara, ed Edmondo Caccuri, nato a Torano Castello ed eletto a Bari-Foggia.
Dal Catanzarese arrivavano Fausto Gullo, nato a Catanzaro e profondamente legato al Cosentino e al mondo contadino, Enrico Molè, anch’egli di Catanzaro, Francesco Caroleo, catanzarese, Vincenzo Mazzei, nato a Nicastro, oggi parte di Lamezia Terme, e Luigi Silipo, di Catanzaro.
Dall’area reggina provenivano Antonio Capua, di Melicuccà, Eugenio Musolino, nato a Gallico, Antonio Francesco Priolo, di Reggio Calabria, Giuseppe Vilardi, reggino, Domenico Tripepi, anch’egli di Reggio Calabria, e Armando Fresa, nato a Palmi, eletto nel Collegio unico nazionale.
Alla geografia dell’allora provincia di Catanzaro, che comprendeva territori oggi ricadenti nelle province di Vibo Valentia e Crotone, appartenevano Vito Giuseppe Galati, nato a Vallelonga, Giacinto Froggio Francica, nato a Monteleone di Calabria, oggi Vibo Valentia, e Roberto Lucifero d’Aprigliano, legato a Crotone. In questo quadro va ricordato anche Quinto Quintieri, nato a Sorrento ma espressione di una famiglia calabrese radicata nel Cosentino, in particolare nell’area di Carolei.
Giuristi, avvocati e voci del Mezzogiorno
La delegazione calabrese si caratterizzò per una forte impronta giuridica. La maggior parte dei costituenti aveva una formazione in legge e molti esercitavano la professione di avvocato. Non fu un dato secondario: quella cultura forense e istituzionale, erede del notabilato meridionale ma ormai proiettata nei partiti di massa, contribuì a tradurre in linguaggio normativo le istanze sociali di una regione segnata da profonde disuguaglianze.
In questa cornice Costantino Mortati, tra le personalità centrali della riflessione costituzionale, partecipò alla costruzione dell’impianto della nuova democrazia, contribuendo ai temi del regionalismo, delle garanzie costituzionali e del rapporto tra Stato, partiti e cittadini. Fausto Gullo, già protagonista delle battaglie agrarie, portò invece nell’Aula la questione contadina, il problema del latifondo e la necessità di riconoscere alla proprietà una funzione sociale. Pietro Mancini ed Enrico Molè insistettero sul nesso tra libertà politiche e diritti sociali, ricordando che la cittadinanza democratica non poteva restare formale in territori privi di infrastrutture, scuola, lavoro e servizi essenziali.
Il contributo calabrese, dunque, non fu periferico. La Calabria entrò nella Costituente con le sue contraddizioni e con una domanda di giustizia che riguardava l’intero Paese: la terra, il lavoro, l’istruzione, la salute, l’autonomia dei territori, la dignità delle comunità più fragili.
Le prime donne sindaco calabresi
Nel ricordo del 2 giugno, Cirillo ha richiamato anche il ruolo delle donne calabresi. Il 1946 fu l’anno del primo voto politico femminile e, già nelle amministrative, alcune donne seppero assumere responsabilità pubbliche di primo piano.
«Va ricordato anche il ruolo delle donne calabresi che, già nelle amministrative del 1946, seppero assumere responsabilità pubbliche importanti: figure come Caterina Tufarelli Palumbo, Ines Nervi Carratelli e Lydia Toraldo Serra furono tra le prime donne in Italia a indossare la fascia tricolore», ha aggiunto il presidente del Consiglio regionale.

Il richiamo alle prime sindache calabresi allarga il significato della ricorrenza. La Repubblica nacque anche attraverso l’ingresso delle donne nella piena cittadinanza politica, dopo una lunga esclusione dalla vita democratica. Per la Calabria, quei nomi rappresentano una parte essenziale della memoria civile: non solo elettrici, ma amministratrici, protagoniste delle comunità locali, interpreti di una democrazia che cominciava a radicarsi nei territori.
Dalla Repubblica al regionalismo
La Costituzione aprì anche la strada al regionalismo, riconoscendo il valore delle autonomie e il ruolo dei territori nella vita democratica del Paese. È su questo punto che Cirillo ha legato la memoria del 2 giugno alla responsabilità attuale delle istituzioni regionali.
Per il presidente del Consiglio regionale, «la Repubblica non appartiene soltanto alla memoria, ma soprattutto al futuro. La Costituzione ha aperto la strada anche al regionalismo, riconoscendo il valore delle autonomie e il ruolo dei territori nella vita democratica del Paese. Per questo le istituzioni regionali hanno oggi una responsabilità ancora più forte: rendere vivi quei principi attraverso partecipazione, ascolto e vicinanza alle comunità».

