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Mercoledì, 20 Ottobre 2021

Al diavolo tradito dal destino piaceva la poetessa dall’agendina nera…

Domenico Zappone ed Ermelinda Oliva: un giornalista ed una poetessa. A Palmi Linda non la sentivano arrivare e andarsene. Un’ombra schiacciata al muro, con i vestiti informi da suora mancata e il cerchietto in testa da bambina mai cresciuta, scivolava per le strade senza produrre suono.

Ermelinda Oliva nasce a Palmi il 12 marzo 1929 da Cesare Oliva e Gemma Cordiano. Autrice di romanzi, novelle, poesie e saggi, è morta a Palmi il 9 aprile 2003.


Mimmo, invece, lo preannunciavano i saluti roboanti, mescolati a risate. E anche a non sentirlo spuntare, non c’era verso di ignorarlo quando c’era, con il vestito grigio, il bastone per la gamba dolente e il cappello ad ombreggiare lo sguardo beffardo. Di chi ha commisurato a proprie spese il peso della vita, e ha deciso di farci il giocoliere. A metterli vicini, il giornalista Domenico Zappone e la poetessa Ermelinda Oliva parevano proprio il diavolo e l’acquasanta. Un’altra incarnazione dell’eterno dualismo di Palmi, come il monte Elia e il mar Tirreno, il vestito buono di città e l’animaprovinciale di paese, gli intellettuali e le vittime di faida.
Che il nipote fosse un po’ diavolo le  vecchie zie di Zappone, tanto pie, lo pensavano ogni benedetto pomeriggio, quando quello irrompeva a casa, tra via Fiume e via Zara, per scandalizzarle: “Finitela di pregare!”, era l’urlo con cui si annunciava dalla strada. E giù risate con il “Saracino”, l’“Africano”, il “Bicchieraio”, gli amici della scorribande diurne e notturne. Quel miscredente dai baffoni neri era la loro croce, ma non fecero mancare le preghiere nei cinque anni in cui rimase inchiodato a letto. Lui che era già corrispondente di importanti quotidiani nazionali; lui che aveva accarezzato l’idea di lasciare la Calabria come l’amato Alvaro e il conterraneo Repaci; lui che già sognava viaggi, avventure e scoperte, era stato tradito dal destino. Bloccato dalla gamba ferita in guerra e piagata da una malattia. Di più, quasi ucciso. Le cinque fiale di medicina recuperate a Napoli dalla bella moglie Rosina lo avevano salvato, certo, ma costringendolo a confrontarsi con la realtà: toccava restare e vivere a Palmi.

Nato a Palmi nel1911, Domenico Zappone fu insegnante, giornalista e scrittore. Nella città della Piana è morto suicida il 5 novembre 1976, lasciando la moglie Rosina e il figlio Eli.


Di andare altrove, invece, Ermelinda non aveva mai avvertito il bisogno. Nelle campagne di Maropati in cui era cresciuta, figlia unica di proprietari terrieri, aveva imparato la natura; con gli studi di teologia nel seminario arcivescovile di Reggio, si era messa sulle tracce di Dio. Nella poesia faceva stare, senza sforzo, tutto insieme. Ci lavorava nella grande casa, al civico 34 di piazza I maggio, inforcati gli occhiali spessi e seduta al tavolino tra foto di parenti e immagini sacre. Purché a sua madre - la volitiva, espansiva, energica Gemma Cordiano con cui viveva dopo la morte del padre - non servisse qualcosa. “Che brava figlia che è, tanto devota”, le riconoscevano quei pochi che la notavano passare. Nel frattempo la vita entrava con gli odori e i rumori dalla finestra della camera da letto, affacciata sul cuore di Palmi, sulla piazza dei comizi, delle feste, degli appuntamenti. E lei dietro la tenda. Del suo cuore scriveva che era un “capriolo impazzito che mangia l’erba e corre”. Ma nel silenzioso andirivieni tra casa e chiesa dell’Immacolata, tra casa e scuola media “Zagari”, dove insegnava religione, era diventata ogni giorno più lenta, curva e grigia. Più pesante la borsetta con il rosario, il fazzoletto da annodare sotto il mento, se faceva freddo, e l’agendina nera per i giudizi sugli studenti. In aula amava raccontare le leggende calabresi, e bisognava fare proprio silenzio per sentirla, con la voce bassa e le parole misurate.

Lo studio di casa Oliva, a Palmi. Tra le raccolte di versi composte dalla poetessa palmese tra il 1955 e il 1983 ricordiamo: “Il flauto minuscolo”, “Lo zoccolo e il sasso”, “Il candelabro”, “La conchiglia”.


A scuola, invece, Zappone lo sentivano declamare pure dai corridoi. Professore anche lui, più per necessità che per missione, ma non senza trarne qualche soddisfazione. La campanella della scuola elementare “De Zerbi” non gli aveva mai fermato una lezione che lo appassionasse. E in quanto a leggende, non era tipo da prenderle in prestito. La storia del pescespada innamorato che segue fino alla morte la sua “fimminedda” arpionata dai pescatori? L’aveva inventata lui, facendola finire su decine di giornali e cantata da Modugno. E Mimmo a ridere, beffardo, di un mondo che crede alle favole. Gli capitava spesso che lo scrittore (“Cinque fiale”, 1952; postumi: “Il mio amico Hemingway ed altri racconti”, 1984; “Terra e memoria”, 1985; “Il cavallo di Ungaretti, 2006) prendesse la mano al giornalista. O che i due si mescolassero così bene da non permettere di distinguerli: alcune delle immagini più belle dei suoi reportage - la Sibilla nascosta nell’antro della montagna di Polsi, la nave immaginata dal brigante Peppe Musolino, ormai vecchio e rinchiuso in manicomio - nascevano da quest’alchimia. Sapeva vedere, Mimmo. In Mario La Cava aveva riconosciuto “lo scrittore tra i più maliziosi, pur con quella sua aria ingenua e sprovveduta dell’uomo modesto della nostra provincia”. Ed era stato tra i pochi, a Palmi, a vedere davvero Linda. “A guardarla così, dimessa, non lo diresti mai. Ma la sua poesia è straordinaria”, diceva a tutti.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta corrispondente ed inviato per Il Tempo, Gazzetta del Mezzogiorno, Il resto del Carlino e La Fiera letteraria, Zappone amava mescolare registri stilistici, realtà e fantasia (vedi i reportage raccolti ne “Il pane della Sibilla”, Rubbettino 2011, a cura di Santino Salerno). Si deve alla sua creatività la leggenda del pescespada suicida per amore cantata da Modugno ne Lu pisci spada.


Un giudizio condiviso da critici e intellettuali. In quanto ai palmesi, invece, che quella donna curva e schiva, tutta casa e chiesa, fosse una poetessa lo sapevano in pochi, ed a pochi, in verità, importava. Un’ombra, Linda, impalpabile e delicate come quelle che si aggiravano nei suoi versi. Un’ombra che, risucchiata dalla malattia, si dileguerà nell’aprile 2003, cedendo al Comune la propria casa per farne la sede di un centro di studi umanistici. Ad undici anni dalla donazione, di quel sogno c’è solo la targa accanto al portone, nuova e luccicante. Un colpevole oblio che la buona volontà dell’associazione culturale “Amici di Ermelinda Oliva” non basta certo a riparare. Tra i pochi intimi ai funerali di Linda, Domenico Zappone non c’era. In un giorno di novembre del 1976, Mimmo aveva deciso di essere stanco di fare il giocoliere e aveva abbassato il sipario sulla gamba che l’aveva tradito, sul pescespada innamorato, sulla nave di Musolino e sulla Sibilla di Polsi. La strada da cui tormentava le zie oggi è via Domenico Zappone. Ma a chiedere in giro chi fosse, perlopiù non si ottiene risposta.