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Martedì, 28 Settembre 2021

I settant’anni d’industria che hanno inquinato la “Stalingrado del Sud”

Crotone: settant’anni di attività industriale. Settant’anni di lavoro garantito, di economia solida, di crescita sociale e culturale. Ma anche settant’anni di gravissimo inquinamento del terreno, dell’aria e delle acque; un inquinamento che continua a produrre i suoi effetti devastanti. Perché se il benessere e il lavoro sono andati via con la chiusura delle fabbriche, i veleni prodotti dall’industria pesante sono rimasti esattamente al loro posto. E la bonifica delle decine di siti inquinati non è neppure iniziata, a tredici anni dall’individuazione del Sin.
È una vicenda molto complessa quella di Crotone, nella quale omissioni e ritardi si intrecciano con responsabilità politiche e interessi poco leciti, mentre i processi istituzionali si intrecciano con le vicende giudiziarie. Intanto il tempo trascorre, e la popolazione continua a vivere, lavorare e mangiare su un territorio gravemente inquinato, continuando a chiedersi quanto l’emergenza ambientale incida su tumori, allergie, malattie respiratorie.
L’emergenza ambientale viene di fatto riconosciuta il 18 settembre 2001, quando il decreto ministeriale 468 inserisce il sito che comprende alcune aree di Crotone, Cassano e Cerchiara tra i Siti di bonifica d’interesse nazionale (Sin). Luoghi gravemente inquinati, sui quali intervenire con urgenza per la bonifica. Ci sono l’ex sito industriale di Crotone, una vastissima area che lo circonda, l’area portuale e quella a mare, la vecchia discarica cittadina di Tufolo-Farina, e quattro aree tra i comuni di Cassano e Cerchiara.
L’inquinamento proviene soprattutto dalle tre maggiori attività produttive (ex Pertusola, ex Fosfotec ed ex Agricoltura) che hanno operato tra gli anni Venti e gli anni Novanta. Lo stabilimento Pertusola produceva zinco, ma anche acido solforico e di cadmio, germanio, indio, solfato di piombo, malte argentifere e scorie metallurgiche. Nello stabilimento Fosfotec veniva prodotto acido fosforico; lo stabilimento Agricoltura produceva, invece, fertilizzanti complessi da azoto e fosforo. Parte dei residui di lavorazione venivano stoccati lungo la fascia costiera, nelle due discariche Farina-Trappeto e Armeria.
L’inquinamento, dunque, proviene da anni di fumi, acque di lavorazione e scorie emesse senza alcun trattamento nel periodo in cui ancora non si pensava ai danni all’ambiente e alle possibili interazioni dell’inquinamento con la salute pubblica. Ma proviene anche da smaltimenti illeciti di scorie industriali non opportunamente trattate, da interramenti improvvisati, vere e proprie discariche abusive per le quali la magistratura sta provando ad accertare le responsabilità, anche se spesso si tratta di reati che vanno in prescrizione. È il caso dei siti cosiddetti “extra-Sin”, tra i quali ad esempio ci sono oltre venti aree dislocate tra Crotone, Cutro ed Isola in cui le scorie industriali sono state adoperate come materiale di riempimento sotto scuole, abitazioni, case popolari, piazzali. Trasformando anche queste in aree da bonificare, aree nelle quali però vivono e lavorano migliaia di persone.
Oggi, a tredici anni dall’istituzione del Sin, nessun intervento di bonifica è realmente partito. Tutti gli interventi sono in fase istruttoria. Nel frattempo si sono succeduti nove commissari incaricati di gestire “l’emergenza”. Della vicenda si è occupata anche la commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, che ha rilevato le gravissime responsabilità di Syndial-Eni nei ritardi connessi alla bonifica dell’ex sito industriale (che spetta alla partecipata Eni in quanto proprietaria di quell’area), unite alle altrettanto gravi responsabilità delle istituzioni che, nonostante commissari, tavoli e confronti infiniti, non sono riusciti a mettere alcun punto fermo alla questione. Al momento sull’ex sito industriale è in corso lo smantellamento dei manufatti, che è propedeutico all’avvio della bonifica. La discarica di Tufolo-Farina (dove sono stati stoccati rifiuti speciali e i fanghi dell’alluvione del 1996 tolti dall’area industriale) è stata caratterizzata e aspetta l’analisi di rischio.

La Commissione "Ambiente" in visita nei siti inquinati ubicati nel nucleo industriale di Crotone il 30 luglio 2012


Per la bonifica dei siti extra-sin l’iter è avviato, ma interventi concreti ancora non se ne vedono.
Intanto, sotto il profilo giudiziario, il Tribunale di Milano ha condannato in via definitiva Syndial-Eni a pagare 56 milioni di euro allo Stato come risarcimento del danno ambientale prodotto a Crotone. In corso, presso il Tribunale di Crotone, ci sono due procedimenti legati a presunti casi di morti provocate dalla fibretta d’amianto utilizzata in fabbrica, ed una indagine sulla discarica di Farina-Trappeto, sulla quale venne realizzata una villetta, e che oggi è sottoposta a sequestro.
La gravità della situazione ambientale a Crotone, dunque, è conclamata e riconosciuta ufficialmente. Così come sono conclamati i ritardi negli interventi necessari per rimediare ai danni. La preoccupazione maggiore, però, riguarda la salute pubblica. La tardiva istituzione del registro dei tumori per la provincia di Crotone, l’assenza di indagini specifiche o di screening ad ampio raggio, non permettono di avere dati inoppugnabili su patologie che hanno tempi d’incubazione estremamente lunghi. E poi ci sono i dubbi, mai fugati, legati all’eventuale contaminazione della catena alimentare; per non parlare delle tante scorie che, a detta di ex operai e di esperti, potrebberomancare all’appello e trovarsi chissà dove. Una mancanza di chiarezza che (unita alla sfiducia provocata nella gente da ritardi, omissioni e responsabilità) suscita timori e preoccupazioni. E a ben poco servono le rassicurazioni sull’incidenza dei tumori che arrivano dalla sanità, perché nei fatti sembrano cozzare in maniera stridente con la realtà che poi ciascuno osserva nella propria vita quotidiana.