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Mercoledì, 20 Ottobre 2021

L’agrimensore della psiche che scelse Capo Vaticano: “il posto più bello del mondo”. Giuseppe Berto e il cipresso di San Nicolò di Ricadi

Tropea d’estate è caput mundi del turismo calabro. La meta più cercata. Te ne accorgi dalle frequenza delle targhe di auto tedesche e straniere. Dal traffico che intasa su e giù la SS 18 verso Pizzo Calabro. Intorno scorre il paesaggio sinistro e desolato della zona industriale, dopo il porto di Vibo Valentia.

piccolo cimitero di San Nicolò di Ricadi Nel piccolo cimitero di San Nicolò di Ricadi, Giuseppe Berto riposa sotto un grande cipresso. Una lapide di legno con inciso il suo nome e le date di nascita e morte, nient’altro. Di questi luoghi, dove arriva il profumo del mare, e dove lo scrittore ha vissuto (Capo Vaticano) gli ultimi anni della sua vita,c’è ampia traccia nelle sue opere.


Del sogno della fabbrica restano i cocci, le scorie indigeste: la Nuovo Pignone, la sagoma tetra dell’Italcementi, le ciminiere di Snam e Agip, capannoni dismessi e arrugginiti. Poi restringimenti e interruzioni mal segnalate, la strada impolverata, i resti della frane e delle distruzioni dell’alluvione di Bivona del luglio del 2006. Abbandono, disordine urbanistico, costruzioni abusive ovunque. Ferite vive inferte al territorio, mai medicate. Superato lo sfacelo di Bivona, c’è un altro bivio che indica Tropea. La statale si dirada e in qualche tratto ritorna gradevole. Fino a quando gira a mezza costa e si bagna della luce accecante del mare di Parghelia. Che viene dal greco e significa “riva sotto il sole”. Tropea si fa aspettare ancora, preceduta dai grandi alberghi nascosti dai recinti nella macchia verde che si avviluppa sopra la scogliera, dai resort di lusso affacciati su alti dirupi marini: i panorami più belli della Costa degli Dei. Poi all’improvviso la rupe di tufo spugnoso. Il borgo fitto aggrappato sul mare davanti allo scoglio del monastero dell’Isola, la chiesa della Michelizia, le balconate barocche dei palazzi aristocratici, le vecchie case torreggianti tarlate dal salmastro. Da lontano Tropea sembra ancora la gemma preziosa di un Mediterraneo da favola immortalata nella litografia di Maurits Cornelius Escher. Il grande artista olandese autore della “Casa delle scale”, l’immagine inquietante che Einstein elesse a simbolo della sua teoria della relatività generale. Il nordico Escher, che arrivò qui nel 1931 e davanti al mare del mito scoprì Tropea. Incantato dal panorama dedalico e decadente dedicò a Tropea una magnifica veduta dal vero, degna delle sue più stralunate costruzioni fantastiche. Oggi Tropea vive un’altra metamorfosi, quella del turismo. Sempre molti i nordici e gli stranieri, Tropea oggi è piena di rumori, di giovani e di fretta. Disco-Bar e ristoranti alla moda aperti sul corso e nei vicoli del centro storico fino all’alba. Per i più esigenti c’è ancora il Pim’s, incastonato in un vecchio palazzo sulla rupe. Era il locale stile ‘dolce vita’ di Raf Vallone, nato e cresciuto qui, gloria tropeana. Una finestra orlata da un merletto di tufo racchiude il più bel panorama di Stromboli, ed è la meta preferita dei vip di passaggio. Il porticciolo turistico da cui si salpa per un’ora di mare verso le vicine Eolie, d’estate è piano di barche milionarie. Altre tracce riportano ai luoghi di un grande scrittore italiano. Uno che qui arrivò cercando, che molto amò e scrisse di questi luoghi, quando però tutto era ancora scomodo e selvatico. Giuseppe Berto, che scoprì con anticipo la meraviglia di Capo Vaticano e questo spicchio di Calabria tirrenica, appena intravista dai finestrini di un treno. Così com’erano allora, magnifici e intoccati, i luoghi dopo la fine della guerra, primi anni '50. Lo scrittore veneto se ne innamorò fanaticamente, come qui può fare solo un forestiero, uno straniero. Tanto che finì per abitare e scrivere sei mesi all’anno nei paraggi del paesino, allora disperso, di Ricadi. Berto a Ricadi si trasformò in una specie di agrimensore della psiche e scelse un luogo isolato, a picco sulle rocce. Il lembo estremo del belvedere ventoso in cima allo strapiombo di Capo Vaticano, una delle formazioni geologiche più antiche del mondo.

Capo Vaticano: il mare visto “dal promontorio più bello del mondo” dove Giuseppe Berto scelse di vivere.


Era il fatale promontorio dei vaticini custodito da un oracolo. La sibilla che gli antichi e i naviganti dei tempi omerici consultavano prima di affrontare Scilla e Cariddi. Davanti solo la maestà delle Eolie e “infinite visioni di mare”. Sul capo Berto costruì lì con le sue mani un suo piccolo buen retiro. Una casa minuscola, “un rifugio di pietre”, e tra le pietre e i fichi d’india “un pezzzetto di terra, giusto per farne un orto”. La casa di Berto a capo Vaticano c’è ancora. Un cancello di ferro e un muro bianco vicino al faro. Tutto il resto dopo qualche decennio si è mostrificato, come dentro le metamorfosi visionarie e malate incise da Escher. Intorno adesso è tutto un formicaio. Un assedio di autobus, di turisti in ciabatte, di venditori improvvisati di nduja e cipolla rossa. L’intero pianoro diCapo Vaticano è un dedalo di strade effimere e senza nome che si perdono nel nulla, un eclettismo da nomenclatura turistica lussureggiante di tabelle per resort, villaggi turistici, alberghi, residence.
Ovunque scheletri di cemento, l’incubo del non-finito tra i campi di terra rossa ferrigna e gli uliveti impolverati, villette, speculazioni rampanti e abusi di ogni genere. Meno male che Berto nel frattempo è morto, nel 1978. Si è risparmiato grandi dolori. Proprio lui che per primo ne aveva scoperto e cantato le bellezze. Morto prima di vedere quello che hanno combinato quaggiù i continuatori e gli eredi di quel suo paradiso che era Capo Vaticano. Berto uomo e scrittore, oltre alla casa dell’anima sul costone del promontorio e un premio letterario a lui intitolato, qui ha lasciato una memoria mitica. Mitica ma declinante. Ormai se lo ricordano in pochi. Per alcuni resta un personaggio incompreso. E come per tutti i miti, controverso. Chi lo ricorda distante, tenebroso e ostile. Chi invece conserva un bellissimo ricordo dello scrittore, appartato ma sempre gentile, confidente e allamano con tutti. Ho incontrato una donna del posto che dagli anni ’50 tiene il bar della frazione di San Nicolò, con l’unico telefono pubblico della zona (si fa fatica a immaginare che una volta non c’erano i telefonini).

Maurits Cornelis Escher, il grande artista olandese (1898-1972) che occupa un posto di rilievo nell’arte contemporanea, durante i suoi primi anni di attività raggiunse Tropea per realizzare alcune sue opere tra cui una litografia del 1931 che rappresenta una veduta di Tropea. E’ l’autore della “Casa delle scale”, l’immagine che Einstein elesse a simbolo della sua teoria della relatività generale.


“Ogni volta che Berto veniva qui e parlava dal telefono pubblico con la gente del cinema e con quelli di Roma, lasciava aperta la porta del gabbiotto. Lo sentivamo sempre dire col suo bell’accento veneto, ‘sai da dove ti chiamo? io sono nel Paradiso, in Calabria, a Capo Vaticano, nel posto più bello del mondo’; il più bello del mondo!, lo ripeteva sempre Berto”. Già allora Giuseppe Berto qui combatteva, inascoltato e irriso, sulla stampa e nei suoi scritti, le prime battaglie ambientaliste per conservare e difendere la bellezza, la terra e il mare di questi posti millenari azzannati dal morso del cemento. Giuseppe Berto ai suoi tempi fu scrittore controcorrente, noto per le sue polemiche contro la modernità. Scrivendo “La ricchezza della povertà”, da reazionario illuminato identificava proprio nei calabresi dei tempi nuovi il prototipo italico di un fanatismo dello sviluppotanto acritico quanto funesto. Opera degli immemoriali e dei nichilisti impegnati nella dissacrazione e nella disinvolta distruzione di ogni patrimonio ereditato dal passato: “L’antica civiltà contadina, che si era tenuta in piedi sugli stenti, è crollata di colpo: al suo posto non è nata alcun’altra civiltà, è rimasto un vuoto di valori le cui manifestazioni visibili, sono, a dir poco, incivili. La conoscenza dell’alfabeto, se non diventa cultura, dà forza all’ignoranza, e la disponibilità di mezzi rende più potente il disonesto, il furbo. Ora, la civiltà contadina era sì miseria, ma era anche grandissima onestà e nobiltà d’animo popolare, quasi una sacralità che la gente povera esprimeva nel parlare, nel gestire, nel coltivare un campo, nel costruire un muro o una casa. I risultati di quella civiltà, sia nel fare che nel preservare, erano arrivati fino a noi: un patrimonio proprio come capitale, la povertà degli antenati che finalmente diventava ricchezza per i posteri, preziosa materia prima, in quantità incredibile. I calabresi si sono messi con grande energia e determinazione a distruggerla. In questo sono infaticabili e, a modo loro, geniali”. Adesso questi posti infidi e sbracati sono locations ideale per le imprese tipiche dell’amministratore ignorante e paramafioso, cementificatore spietato ed erotomane incallito. Gesta celebrate nell’epopea tragicomica di Cetto la Qualunque, magistralmente impersonato da Antonio Albanese. Albanese ha inventato poco. C’è chi giura di riconoscere il prototipo del personaggio in uno dei sindaci rampanti e ruzzanti di questo circondario vibonese, sempre più impastato di cemento e devastato da illegalità e abusi a go-go. Berto, veneto di Mogliano, qui scelse di vivere lontano dai clamori, in sorta di grazia angosciosa gli ultimi vent’anni della sua vita.

Dialoghi col cane”, è un testo di Giuseppe Berto ispiratogli dal suo cocker. Lo scrittore negli Anni ’50 sosteneva di vivere “a Capo Vaticano, nel posto più bello del mondo”. Fin da allora Berto qui combatteva, inascoltato e irriso, sulla stampa e nei suoi scritti, le prime battaglie ambientaliste per conservare e difendere la bellezza, la terra e il mare di questi posti millenari azzannati dal morso del cemento.


Ha voluto farsi seppellire a Ricadi. Anche da morto voleva restare davanti allo spettacolo del suo paradiso a picco sul Tirreno. Aveva lasciato detto di farsi seppellire come un vecchio aedo omerico sotto le radici di un olivo millenario della sua casa, sul promontorio degli oracoli. Ma non fu possible. Ha una tomba nel minuscolo cimitero di San Nicolò, in mezzo ai sui vicini, gli amati e odiati limitrofi calabresi. Il cimitero è poco più giù del baretto. Non indicato, a una svolta della strada. Il vecchio caffè con la veranda sotto un groviglio rampicante di bagolaro, dove lo scrittore saliva a piedi per telefonare e prendere un espresso, è sempre lì. E’ un posto che resiste. Ancora ci si fermano a ronzare come mosconi nella controra infuocata dall’afa, i pensionati e i perdigiorno del posto che bestemmiano in dialetto mentre giocano a carte. Tutti stupiti quelli del bar che qualcuno venga da fuori, a quest’ora, sotto il solleone, a cercare le ultime tracce di Berto. E che ci si ricordi ancora di lui, di Berto, a tanti anni dalla sua morte. Il bar è di una anziana ma energica popolana che fu amica di Berto. Le affidò dei gattini in un cesto di vimini pochi giorni prima di morire. Lei è custode e sibilla di molti ricordi. Quando ne parla, rievocando gli anni di Berto qui a Ricadi, le guizzano gli occhi azzurri vivacissimi. Le dico cosa ci faccio qui. “E voi chi siete, un giornalista di Roma?”. Sono andato a cercare la tomba di Berto nel cimitero di San Nicolò, volevo vederla – le spiego. Ho fatto il giro delle cappelle e dei morti locali, tutte le tombe ispezionate una per una. Un sopralluogo spaventoso nella controra in cui regnano i morti: il frinire impazzito dei grilli, lucertoloni che saettano tra i rovi da una lapide all’altra, il sole implacabile che dava alla testa. Tre volte e niente. Dove sarà finita la tomba di Berto? Ho pensato a un certo punto che lo avessero riportato indietro dal suo esilio calabro i parenti legittimi. La moglie Manuela e la figlia, che qualche volta scendono ancora qui a Capo Vaticano, su quello che resta del meraviglioso promontorio aperto sul Tirreno, a riaprire la villetta amata dallo scrittore. Ormai la casa col giardino è quasi sepolta tra le nuove costruzioni, e resta vuota e sigillata per il resto dell’anno. Sono tornato al bar, sconfortato: “ma la tomba di Berto nonc'è più al cimitero di San Nicolò?”. “Certo che c'è, e mica se ne scappava, siete voi che non la vedete”. Risate di quelli che giocano a carte e bestemmiano. Mi aiuta solo la signora del bar. “Fate una cosa, chiedete a don Pasquale, il parroco della chiesa di San Nicolò, qua vicino al bar. Lui era amico-amico di Berto, gli ha fatto il funerale in questa chiesa quando è morto. Lui vi dice esattamente dov'è la tomba dentro al cimitero”. Ci sono andato a conoscere don Pasquale Russo. Un prete all’antica, colto e bonario, ma attivo nella comunità, impegnatissimo a rivangare il passato e custodire le memorie di questi posti smemorati dal turismo e massacrati dal cemento. I paesani maldicenti del baretto ne avevano anche per lui. Fu davvero molto amico e confidente di Berto. Lo incontro in canonic, in mezzo ai libri. Mi fa il disegno. Una piantina del cimitero. Due linee e poi altre tre.

L’autore del “Male oscuro” nella sua casa di Ricadi. Scelse un luogo isolato, a picco sulle rocce. Un lembo estremo del belvedere ventoso in cima allo strapiombo di Capo Vaticano, una delle formazioni geologiche più antiche del mondo.


Sembra semplicissimo rintracciare la tomba dello scrittore. Eppure io, glielo ripeto, ho fatto il giro completo tre volte in mezzo alle tombe dei morti di Ricadi, nuovi e stagionati. “Vedrà che adesso la tomba giusta la trova. Non si può sbagliare. E’ l’unica per terra, senza lapide. C'è cresciuta una pianta, un cipresso sopra”. Sono ritornato nel recinto del cimitero di Ricadi per la quarta volta. Fa ancora più caldo. Seguo le istruzioni. E' vero, la tomba e lì. Il cipresso, stretto e scuro come una lancia, è cresciuto alto proprio dentro la sepoltura. Ormai svetta oltre il muro di cinta. Ma senza l’indicazione di don Pasquale, non l’avrei vista di sicuro neanche altre cento volte. Neanche a camminarci sopra, la tomba di Berto a San Nicolò. Vero: niente cappelle, niente lapidi di marmo, nessuna retorica del ricordo. E’ in un cantone del cimitero. Questo cimitero di campagna che sembra pure questo un tempio all’abusivo, arruffato, cresciuto nell’abbandono, nel disordine urbanistico. Cappelle esagerate e kitsch, colombari non finiti, tombe divelte e fatiscenti come le costruzioni di cemento affastellate qui intorno dell’assalto speculativo, senza pietà per la bellezza tormentosa e lancinante di Capo Vaticano. Vivi e morti. Stesso stile. Case dei vivi e dimore dei morti qui si somigliano. Costruzioni identiche. Questa Spoon River della decenza mortuaria sembra solo un trasloco all’altro mondo, fatto troppo in fretta. Un caos colonizzatore in mezzo alla natura mai doma che in questo recinto dei morti sembra già sul punto di poter ingoiare tutto, persino le lapidi e i nomi incisi sulle pietre tombali. Fuori c’è l’unica “sostanza” che pare non voler evaporare sotto il sole incessante. Gli abusi edilizi, gli ingombri del cemento che presentificano i segni corrivi di una storia che qui, morto Berto, non ha mai smesso di correre precipitosamente verso la “modernità”, rinnegando tutto. Inconciliante con una bellezza esorbitante che appassiona e turba, con la frugalità meridiana di un tempo, con le tracce millenarie di memoria lasciate su questa terra antica. Oggi solo scorie affastellate alla rinfusa. Cascami di un’onda di cemento che pare inarrestabile. Come quelli che ormai quasi tolgono il respiro alla casetta francescana e minimalista costruita da Berto con il lavoro delle sue braccia davanti all’orizzonte fatidico del Tirreno.
Invece Berto è davvero lì per terra, sulla terra nuda, in un recesso dimenticato del piccolo cimitero sotto il soledi San Nicolò di Ricadi. Riposa al bordo del recinto dei morti, appartato, sotto il muro che delimita il camposanto. E’ li sotto, aggrappato alle radici di un cipresso scuro che gli fa un po’ d’ombra magra. Intorno solo un mucchietto di sassi di mare a fare da cornice. Ma sembra anche questo un disegno infantile, impreciso, svogliato. Sopra ci cresce liberamente un prospero groviglio selvatico e profumato di fiori di geranio e di erbacce di campo. Un desiderio originale di confondersi con la terra stessa, con l’oblio di questa riva atroce ed esaltante che già allora cominciava sommergere tutto, i vivi e i morti. Questo, come il luogo essenziale dei suoi ultimi tempi, davanti al mare, sotto quel cielo magnifico e implacabile, sempre presente, alla fine amato più del resto del mondo. “Penso che dopotutto questo potrebbe andare bene come luogo finale della mia vita, e anche della mia morte”, Berto ha lasciato scritto di Capo Vaticano ne Il male oscuro. Non disturbiamolo oltre.
Solo una larga scheggia di legno ruvido e scialbato dal tempo, infitta nella terra come una paletta, simile nella forma alle lapidi musulmane, ricorda chi sta lì sotto il cipresso. C’è il nome, raschiato a malapena con un chiodo sul legno riarso. Appena visibile: Giuseppe Berto. Più in basso, piccole, quasi illegibili e scorticate, due date. Nascita e morte, 1914 1978. Nient’altro.