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Venerdì, 24 Settembre 2021

“Salviamo le aree interne e il cibo sarà più buono”. Slow Food: non c’è gusto senza giusto…

A colloquio con Nicola Fiorita, presidente di Slow Food in Calabria dal 2012 e professore associato di diritto canonico ed ecclesiastico presso l’Università della Calabria. “Il futuro del cibo passa per il futuro di chi produce il cibo. La sopravvivenza di chi opera a contatto con la natura è indispensabile per conservare un sapore a questo futuro, per sottrarlo ad un destino di chimica, logiche industriali, bulimia finanziaria, cementificazione del paesaggio e delle anime.”

Nicola Fiorita, presidente di Slow Food in Calabria


Buono, pulito, giusto, tre parole che per Fiorita identificano il senso del cibo per la rete di Slow Food, associazione non-profit che conta 100.000 membri in 150 paesi del mondo. Fondata da Carlin Petrini nel 1986, la realtà internazionale accende i riflettori sul bisogno di tornare a dare il giusto valore al cibo, rispettando chi lo produce, chi lo mangia, l’ambiente e il palato, impegnandosi a difendere il cibo vero, il diritto al piacere, diffondere la cultura gastronomica, educare al futuro. La riflessione portata avanti da Slow Food, si estende da un lato al fenomeno dell’iperalimentazione, dall’altro ai morti a causa della fame e quindi alla deriva di un sistema alimentare mondiale, incentrato su un modello di industria legata alle risorse energetiche fossili, alla speculazione folle. Si deve contrastare un sistema che quotidianamente lede l’ambiente e la dignità dei lavoratori, si deve attingere dal passato e non con malinconia per diffondere tradizioni e pratiche maggiormente sostenibili per la nostra agricoltura ed il nostro benessere. Quest’ultimo passa anche attraverso il diritto universale e naturale riconosciuto ad ogni individuo di cibarsi secondo criteri qualitativi e nutritivi, che sono l’espressione più autentica del vivere comune, dell’essere parte di una democrazia condivisa.

"Mangiare è un atto agricolo, produrre un atto gastronomico". Ci parla del progetto Terra Madre?

Terra madre è un progetto che nasce ad un certo punto della storia di Slow Food, ma a partire da quel momento direi che in qualche modo si sovrappone a Slow Food. In sostanza, oggi non c’è Slow Food senza Terra Madre, perché l’idea di mettere al centro i piccoli produttori, gli agricoltori, i pescatori per difendere la biodiversità, la ricchezza alimentare, il patrimonio di tradizioni e identità che legano la terra all’uomo attraverso il cibo è  divenuta la ragion d’essere di Slow Food. Il futuro del cibo – e quindi a pensarci bene il nostro futuro – passa per il futuro di chi produce il cibo. La sopravvivenza di chi opera a contatto con la natura è indispensabile per conservare un sapore a questo futuro, per sottrarlo ad un destino di chimica, logiche industriali, bulimia finanziaria, cementificazione del paesaggio e delle anime.

Il piacere del cibo, l'importanza delle reti territoriali e la volontà di cambiare il mondo. Qual è la mission di Slow Food?

Io credo che la vera mission di Slow Food sia cambiata nel tempo. All’inizio era necessario ripensare un immaginario collettivo del cibo, liberalo dal tanto, subito, sempre e restituire a tutti il diritto al gusto e alla sostenibilità. Questo presupponeva costruire, per l’appunto, una grande rete tra produttori, chef, consumatori, professionisti dell’informazione che potesse in qualche modo sostenere queste idee e dare loro forza. Oggi la rete esiste, Slow Food gode di un’enorme credibilità, alcune idee tipiche dell’associazione (filiera corta, produzioni sostenibili, centralità del cibo, gastronomia identitaria) sono entrate nel lessico comune e sono state recepite da larga parte della popolazione. Dunque, credo che oggi la mission di Slow Food sia quella di impiegare nel miglior modo possibile la propria forza, azzardare fino al punto da immaginare di cambiare il mondo mangiando bene, di trasformare le tavole degli italiani in quelle che furono le ghigliottine dei francesi: la metafora di una rivoluzione

Su quali elementi si basa la vostra azione di difesa delle identità locali rispetto alla omogeneizzazione imposta?

Rispondo con una sorta di slogan: conoscere, gustare, promuovere. Difendere la ricchezza locale – in Calabria come altrove – significa anzitutto conoscerla. Poi occorre verificare qualità, tradizione, potenzialità dei prodotti e dei produttori. Un prodotto è meritevole di tutela per Slow Food solo se è buono, ma non è sufficiente che sia buono. Deve anche raccontare un pezzo della storia delle comunità, deve contenere la fatica e la gioia dei contadini, deve brillare della luce della propria terra. Difendere, infine, significa promuovere: mettere un prodotto al centro della rete di Slow Food, informare soci e simpatizzanti delle sue qualità, portarlo dentro le osterie, nelle botteghe alimentari delle città, nelle tavole della gente comune. Insomma, costruire un piccolo mercato che dia fiato e futuro a quel prodotto.

Le logiche moderne di produzione, distribuzione ed economia di scala in cosa andrebbero riviste? Che modello di finanza auspicate?

Per dirla con una battuta, per me la grande distribuzione è una sorta di diavolo, di nemico malefico da sconfiggere perché possa trionfare il bene. Più seriamente, le logiche della grande distribuzione non sono compatibili con il modello di vita – buono pulito e giusto – che auspica Slow Food e quindi occorre contenerne lo sviluppo contrapponendogli altre opzioni: gas, godo, piccole botteghe, mercati della terra e quant’altro.
Potrei fermarmi qui, ma non sarebbe del tutto corretto eludere un nodo che oggi impegna Slow food, ovvero l’esistenza di una grande distribuzione di qualità, sensibile ai tempi propri di Slow Food, come Eataly. Indubbiamente, Eataly ha garantito un notevole sostegno ad alcuni piccoli produttori e ha contribuito a rafforzare alcuni messaggi significativi, ma a me pare che nel lungo periodo anche Eataly sia destinato a divorare quelle piccole realtà produttive che sono preziose non solo perché di qualità (e sotto questo versante sono sostituibili) ma anche e soprattutto per la loro capacità di presidiare territori e comunità con i propri valori di solidarietà, correttezza, serietà (e in questo senso sono insostituibili).

Slow Food in Calabria come si snoda e che priorità di prefigge?

Slow Food Calabria cerca, ovviamente, di veicolare nella nostra regione i valori e i progetti dell’associazione nazionale. E però abbiamo anche l’ambizione di accompagnare questa azione con una elaborazione autonoma che parte dalla società calabrese ma parla a tutto il paese. In questo senso segnalo almeno due delle priorità che ci guideranno nei prossimi anni. In primo luogo, intendiamo porre l’accento sul destino delle aree interne della regione (e del Paese), ritenendo che il loro progressivo spopolamento rappresenti un drammatico impoverimento della ricchezza umana e culturale dell’Italia. In secondo luogo, riteniamo che in Calabria non si possa più dire Gusto senza poi aggiungere Giusto, e che l’etica delle produzioni, il sostegno alle cooperative che gestiscono terreni confiscati alla mafia, la sinergia con Libera rappresenti il vero valore aggiunto che da qui possiamo conferire alla gloriosa storia d Slow Food.

L'educazione alimentare come viene letta ed interpretata dai giovani? 

C’è interesse ma non c’è sufficiente consapevolezza. I giovani sono in ritardo, ma anche noi siamo in ritardo rispetto ai giovani. Le strategie di Slow Food, la sua vocazione a trasmettere i propri messaggi principalmente attraverso esperienze di alta qualità, non sempre sono efficaci rispetto ai giovani. Per questo come Slow Food Calabria abbai deciso di puntare molto sulla costituzione di una rete under 30 anche possa pensare ed elaborare progetti “appetibili” per i propri coetanei.