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Martedì, 25 Gennaio 2022

A Pescano, sulle tracce di Fortunato Seminara. Dove nacquero i romanzi dello scrittore solo segni di degrado e abbandono.

“Ma Fortunato Seminara che fa a Pescano?”. “Scrive”. La risposta era spesso sottolineata da un’alzata di sopracciglia e un movimento rotatorio della mano, più o meno plateale, ma inequivocabile. Un marchio di incomprensione e scetticismo.

Fortunato Seminara è nato a Maropati nel 1903. Fu il primo figlio di contadini ad essere avviato allo studio fino alla laurea in Legge conseguita a Napoli nel 1927.


Perché quelli di Maropati sulla vicina collina di Pescano, tra vigneti ed uliveti a perdita d’occhio, ci andavano da sempre a faticare. E portarci, come faceva lui, libri al posto della zappa era un’astrusità, quasi un’offesa al sudore.  Non lo capivano, ma lui capiva loro.
Intanto perché c’era nato in mezzo, nel 1903, un anno prima che ci arrivasse il telegrafo. Tutto immobile da secoli a Maropati, tranne i nomi dei feudatari e grandi proprietari (Caracciolo, Ruffo, Paravagna, Avati) che si erano dati il cambio su quelle terre incastrate tra Anoia e Cinquefrondi: da una parte i palazzotti dei “signuri” con  la loro chiesa di Gesù e Maria, eretta per non mescolarsi, neppure in preghiera, coi contadini, pur non disdegnando di testarne mogli e figlie; dall’altra le case basse, spesso più simili a baracche, dei braccianti confortati solo da San Giorgio, patrono del paese. Coi soldi guadagnati in America Michele Seminara aveva comprato terra buona in contrada Pescano e piazzato la famiglia in una casetta a due piani in via Garibaldi, e a metà della scala sociale di Maropati, lasciando in cuor suo all’unico figlio gli altri gradini da scalare. Non con la terra, ma con i libri. “Furono i primi contadini del paese ad investire nello studio dei figli, facendo una scelta rivoluzionaria sul piano sociale”, ricorda Giorgio Castellache di Seminara fu amico e alla vita dello scrittore a Pescano ha dedicato un saggio (“La vita di Fortunato Seminara a Pescano”, Pellegrini, Cosenza 2008). Insomma, a Fortunato spettano la scuola la mattina, le pecore il pomeriggio.

Presso la casa rurale di contrada Pescano, tra vigneti e uliveti, Fortunato Seminara ha scritto buona parte dei suoi romanzi dedicati al riscatto del mondo contadino.


Gli studi a Mileto, Reggio Calabria e la vendemmia, la raccolta delle olive, le lunghe camminate ad andare e tornare dal fondo di Pescano con la casa rurale e la grande quercia davanti. Snobbato dai figli dei signori, guardato con astio dai figli dei contadini. “I primi ci odiano perché ci sforziamo di innalzarci fino a loro (…). Gli altri perché li lasciamo indietro” (Disgrazia in Casa Amato). Non lo capivano, ma lui capiva loro.
Perché, dopo esserci nato in mezzo, se ne era distaccato, aveva cominciato a guardarli da lontano e ad osservarli attraverso le lenti della cultura. Per cinque anni, con in tasca la laurea in legge presa a Napoli nel 1927, aveva respirato aria meno immobile. Tra Italia, Svizzera e Francia si era riempito i polmoni di antifascismo, socialismo, di Balzac e Dostoevskij. E aveva sognato, forse, di imbarcarsi come il padre per l’America. Ma la Calabria, sirena bella sotto il sudicio, bisognosa e ricattatoria, se l’era ripreso. Ha meno di 30 anni quando, da avvocato figlio di contadini, ritorna a Maropati, si ritira nella casetta di Pescano e capisce che se c’è qualcosa da raccontare è quello che ha, tutti i giorni, sotto gli occhi: “Ho dato una voce alla secolare e oscura sofferenza delle masse contadine che sono la cosa più seria, positiva e reale nella disgregata società meridionale…Un frammento di villaggio calabrese ha una carica atomica.

La notte di Natale del 1976 un incendio doloso brucia la casa di Pescano di Fortunato Seminara. Nel rogo vanno in fumo anche libri e manoscritti. Oggi, in quello che è stato il laboratorio creativo dello scrittore calabrese, sono ancora visibili i segni dell’incendio, insieme con quelli dell’abbandono. Nella foto, le pareti della stanza dove Seminara lavorava.


E' una temperatura a cui pochi resistono. Se lacrime e sangue si trovano nelle mie opere, è perché costa lacrime e sangue vivere qui”. In una stanza fa piazzare delle lucerne alle pareti e un tavolo di legno. Dalla finestra lo sguardo raggiunge il mare di San Ferdinando e Gioia Tauro. Tra la terra da coltivare, il giorno là fuori, e le parole da trovare, la sera dentro, prova, insomma, a farli capire dal mondo quelli che non capiscono lui, che se ne va in giro sempre elegante, anche se sta in mezzo a pecore o tra i filari del vigneto, che in paese non parla quasi con nessuno, e in mezzo ai campi, invece, ride e scherza. Negli anni Cinquanta, dalla stanza di Pescano le storie e le parole di Seminara arrivano sui tavoli di Pavese e Vittorini, diventano romanzi  per Einaudi e Garzanti (“Le baracche”, “Il vento nell’oliveto”, “La masseria”, “Donne di Napoli”, “La fidanzata impiccata”). E’ il suo laboratorio creativo, ma il fuoco che appiccheranno alla casa, la notte di Natale del 1976, non la risparmierà per questo. Non pensano ai libri e ai manoscritti, o forse ci pensano e ne godono, quelli che hanno deciso di risolvere così una questione di confine, di sfogare nelle fiamme dolose l’astio per ripetute liti giudiziarie.  “E’ una vendetta dell’ignoranza contro l’intelligenza, della barbarie paesana contro la civiltà, della bestialità contro l’umanità. E’ un delitto che coinvolge un’intera società”, scriverà Seminara in un’arringa che avrebbe voluto leggere in tribunale.

Interno di casa Seminara a Pescano.


Non solo non l’hanno mai capito, insomma: ora che è vecchio lo hanno pure ferito. Il paese è in piazza per la festa dei lavoratori quando il 1 maggio 1984 arriva da Grosseto, dove ha raggiunto il figlio, la notizia della sua morte. Ci saranno parole di commozione dal palco e discorsi solenni ai funerali. E poi targhe davanti alla casa natale e la nascita di una Fondazione. Solo nero delle fiamme ed abbandono, invece, nella casa di Pescano: dove nacquero i capolavori di Seminara oggi si calpestano vetri, rovi e fango. Sotto le travi annerite dall’incendio del 1976, foglie e pezzi di tegole. Più in là, un cucinino, bottiglie e la suola di una scarpa. Anchedell’aiuola davanti alle tombe dei genitori non è rimasto niente. Nella borsa con cui usciva ogni mattina lo scrittore teneva, tra carte elibri, la forbice per potarla. “Io voglio lusingarmi che se il mio messaggio è stato accolto nel cuore e nella mente di un calabrese, esso sarà accolto nel mondo: perché il cuore e la mente di un calabrese sono anche il cuore e la mente del mondo”. La frase campeggia alla parete del sepolcro di cemento armato che gli hanno dedicato. Dentro ci soffoca un piccolo ulivo.