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Martedì, 30 Novembre 2021

Calogero, poeta maledetto: “Vi prego di non essere sotterrato vivo”. Inediti i suoi quaderni manoscritti

MelicuccàDel numero civico in via XXVIII ottobre resta qualche macchia nera accanto ad un portone bianco, sprangato. Una targa segnala a chi passa che in quella casa di Melicuccà, nel maggio del 1910, c’è nato un poeta. Non precisa, però, che la “qualifica” fu riconosciuta postuma: da vivo, infatti, Lorenzo Calogero si è dovuto accontentare del titolo meno aleatorio di medico, conseguito a testa bassa, per non sfigurare con nonni notai e farmacisti, fratelli avvocati e ingegneri.

Lorenzo Calogero. “Vi prego di non essere sotterrato vivo”; recita così il biglietto trovato accanto al corpo senza vita del poeta, il 25 marzo del 1961. Calogero aveva 51 anni e da tempo si era ritirato nella nativa Melicuccà, dove viveva appartato e da solo.


Il 25 marzo 1961 fu un contadino – ’u zi Peppi – a scoprire “u medicu Zinu” (Lorenzino) riverso senza vita sul suo letto, nel villino ombreggiato da palme e piante esotiche in cui viveva solo. Con il suo eterno pastrano, buono per ogni stagione, non lo si vedeva in giro da qualche giorno. Non che uscisse poi tanto, da quando si era definitivamente ritirato nel paese circondato da uliveti e disteso sul versante settentrionale dell’Aspromonte, a due passi da Palmi e Bagnara. Qualche volta, a braccetto dell’amico e scrittore Giuseppe Fantino, percorreva a passi lenti via XXVIII ottobre fino a piazza Ardenza e poi di nuovo giù, verso il portone di casa. In tutto poche centinaia di metri, stretti tra case basse, gli stessi che i pastori con le pecore e i contadini con le zappe divoravano spediti ogni giorno all’alba e al tramonto. Calogero, no. Poco prima di un breve tratto in salita, a Santa Maria, il fiato accorciato da centinaia di sigarette gli imponeva una sosta, per prepararsi alla fatica. Altre volte, proseguendo lungo via San Pietro, la passeggiata si prolungava oltre la fontana del Tocco, fino ai campi e ad un principio di quei boschi dove Sant’Elia Speleota aveva trovato riparo. E di nuovo dietro-front, ché la strada a un certo punto finiva e non c’era più dove andare. Gli capitava ancora, negli ultimi tempi, di dover fare il dottore: poteva succedere, infatti, che il medico condotto fosse impegnato, e non faceva differenza che praticasse con poco entusiasmo e lo sapessero tutti un po’ strano. Qualche malalingua, in verità, non usava eufemismi e, a voce bassa, lo chiamava “pazzo”, per via della storia della clinica per malattie mentali dov’era stato ricoverato e dei due tentativi di suicidio. Ma tra povertà e sopravvivenza quotidiana, nella maggior parte delle case di Melicuccà spogliate dall’emigrazione, formalizzarsi era un lusso non concesso. In quelle case ’u medicu Zinu ci entrava con la borsa e la faccia stropicciate, pronto a sbiancare di fronte al travaglio di un parto, o ad affrontare ragazzini recalcitranti alle punture.

Per Eugenio Montale, Calogero era “un vero temperamento poetico”. Per Giuseppe Ungaretti “Calogero ci ha diminuiti tutti”. Il mondo letterario italiano ha scoperto il poeta calabrese nel 1962, un anno dopo la morte e grazie alla pubblicazione di una raccolta postuma da parte dell’editrice Lerici.


Ricordo che vedendolo entrare e sterilizzare la siringa mi ero nascosto sotto il letto dove tenevamo anche il braciere: da una parte c’era mia madre e dall’altra il medico Zino che mi afferrò per una gamba. Io per tutta risposta gli lanciai la cenere in faccia. A quel punto mi prese e non fu affatto delicato”, sorride oggi Giuseppe Arena, cresciuto di fronte a casa Calogero. Nello sguardo adombrato dalle lenti spesse, la distrazione e la fretta di chi ha cose più importanti da fare, e che inutilmente cercherebbe di spiegare: “Sebbene non mi sia dedicato tutta la vita a scrivere versi e per molti, quasi moltissimi anni direi, mi sono occupato a fare il medico, son vissuto, dentro la mia professione, quasi interamente, come se scrivessi versi”. La “furia mostruosa nel dedicarsi alla poesia, sua e degli altri” (Leonardo Sinisgalli) era, insomma, una questione privata e domestica, che si dispiegava tra un tavolo di legno e una sedia di paglia, in mezzo ai libri di Campana e Sartre, Ungaretti e Montale, le tazze di caffè forte e i graffi neri dei fiammiferi sfregati sulla parete. Raccolti su quaderni scolastici, con una grafia stretta e minuta, i frutti di quel furore restarono, vivo Calogero, quasi del tutto sconosciuti. Estraneo alla contadina Melicuccà, con le sue esigenze primarie e i suoi bisogni pratici, il calabrese, infatti, rimase anche fuori dalla porta del mondo letterario italiano al quale aveva lungamente bussato, inviando richieste di pubblicazione o recensione. “Mandai lettere d’amore ai cieli, ai venti, ai mari, a tutte le dilagate forme dell’universo”. Troppo lontani dalla Calabria i salotti, i circoli culturali, le riviste, i premi; lontani i luoghi del confronto e gli editori, critici e scrittori. “Come un cane infetto ha raspato alle vostre porte, nessuno gli ha aperto” (Sinisgalli, Un poeta in città, 1962). Le prime tre raccolte giovanili (Poco suono, Ma questo…, Come in dittici) Calogero le pubblicò a proprie spese. E non bastarono a ricompensarlo dell’amarezza i barlumi di riconoscimento arrivati nel 1957 con il premio letterario “Villa San Giovanni” che Sinisgalli operò per fargli tributare sperando di attirare l’attenzione della critica:

La casa natale di Lorenzo Calogero a Melicuccà dove al poeta sono stati dedicati un mausoleo e un monumento.


Vive in un paese sperduto della Calabria, (…) nessuno lo conosce, io stesso l'ho scoperto per caso, vedi che può capitare in questopaese, se non si è nel giro, non si esiste...” (Leonardo Sinisgalli). Alla cerimonia di consegna, a braccetto, quasi trascinato da uno dei fratelli, ripeterà schernendosi: “E’ tardi, ormai è tardi, sono qui solo per non offendere nessuno”. Non ci crede, Calogero. Non ci crede più. L’ultima richiesta, di poche parole, è su un biglietto accanto al corpo senza vita: “Vi prego di non essere sotterrato vivo”. Penetrando in casa da una finestra rimasta aperta sull’orto, ‘u zi Peppi non ci fa caso. “Era la mattina del Sabato Santo – rievoca Arena - e ricordo che abbiamo visto u zi Peppi spalancare il portone, alto e secco com’era, sbracciandosi e urlando: è morto, è morto”. Non si stabilì mai quando e come (suicida o morto per infarto). Seppellito in un primo tempo nella cappella della Confraternita del Loreto, nel loculo più basso dell’ultimo vano, tra trentenni morti in guerra e donne falciate dal parto, che era una guerra pure quella, Calogero viene promosso poeta un anno dopo la morte. Di più. Grazie alla pubblicazione nel 1962 e nel 1966 di due volumi di poesie a cura della casa editrice Lerici, ‘u medicu Zinu diventa un caso letterario nazionale. Per il calabrese scomodano parole Ungaretti (“ci ha diminuiti tutti”) e Montale (“un vero temperamento poetico”). I tentativi di suicidio, i barbiturici, lo spettro della follia solleticano i critici, ispirano confronti ed etichette: Calogero come Rimbaud, Calogero poeta maledetto. Diventa di moda, il calabrese incompreso con i suoi occhialini tondi e il suo male di vivere, su cui si indugia con morbosità e toni patetici, rievocando qualche volta Leopardi. Una moda passeggera. Chiusa la casa editrice Lerici, il nome e l’ombra di Calogero rientrano a Melicuccà, in mezzo agli uliveti, mentre dal paese chi può continua a partire. Sono rimasti un migliaio gli abitanti del piccolo centro che al medicu Zinu, promosso da pazzo a personaggio illustre, ha dedicato con gli anni un mausoleo al cimitero, un monumento in piazza e intitolato un circolo culturale. Attende ancora ascolto, invece, la sua poesia. Donati dalla famiglia alla Regione Calabria; custoditi per vent’anni presso la casa della cultura Leonida Repaci; catalogati e digitalizzati nel 2009 dal dipartimento di Filologia dell’Unical; al centro di convegni e giornate di studio in occasione del centenario delle nascita, i quaderni manoscritti di Calogero (un corpus poetico di 15mila versi, ma anche prose e disegni) restano ancora inediti. Nel villino il graffio nero dei fiammiferi accesi sulla parete è stato ricoperto, come fosse una macchia di sporco. Lì accanto il poeta aveva scritto che  “la fine di un giorno non è che un lusso semplice”.