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Giovedì, 27 Gennaio 2022

Conversando con Rocco Familiari, Krzyzstof Zanussi, Viviana Piccolo: autore, regista e interprete di “Donne allo Specchio”

Dopo “In scena”, opera del drammaturgo di origine calabrese Rocco Familiari, rappresentata l’anno scorso al Teatro dell’Orologio e interpretata da Mita Medici per la regia di Manuel Giliberti, recentemente, al Teatrodueroma, teatro stabile d’essai, è stato dato un altro lavoro Dopo “In scena”, opera del drammaturgo di origine calabrese Rocco Familiari, rappresentata l’anno scorso al Teatro dell’Orologio e interpretata da Mita Medici per la regia di Manuel Giliberti, recentemente, al Teatrodueroma, teatro stabile d’essai, è stato dato un altro lavoro di Familiari: “Donne allo specchio”, protagonista Viviana Piccolo, regista Krzyzstof  Zanussi.
Lo spettacolo riunisce due monodrammi che Familiari ha scritto in periodi molto distanti tra loro: “Ritratto di spalle”, pubblicato nel 1977 da Scheiwiller nelle preziose edizioni “All’insegna del pesce d’oro” e messo in scena la prima volta da Aldo Trionfo nel 1983, e “Donna allo specchio”, opera del 2000, inserita nel volume “Teatro” edito dal calabrese Gangemi e già inclusa nello spettacolo rappresentato, nel giugno 2013, al Festival di Pordenone, sempre per la regia di Zanussi.

Viviana Piccolo in una foto di scena. Un momento della sofferta “recherche” della donna attanagliata dall’”ipocondria della bellezza”


La mise en scène enuclea i punti di contatto più profondi dei due testi, i cui personaggi, seppur lontani nel tempo, appaiono, in realtà, molto vicini: si tratta di due donne che vivono un passaggio delicato della loro esistenza, drammaticamente scandita da fratture interiori. Una di loro è in tale crisi di identità da ricorrere alla chirurgia estetica, ma finisce con lo smarrire del tutto se stessa, perdendosi nel delirio che nega la realtà. Lo spettacolo è caratterizzato da “chiaroscuri” scenici e recitativi, da toni sussurrati, sommessi, sofferti, a tratti annullati da deflagrazioni di urla che smembrano ricordi in un contesto di dissonanze schoenberghiane.
Artifex additus artifici è Krzyzstof Zanussi, regista di fama internazionale che tra i prestigiosissimi riconoscimenti ottenuti annovera il Leone d’oro della Mostra internazionale dell’Arte cinematografica di Venezia, il David di Donatello, equivalente, per il cinema italiano, del premio Oscar, l’OCIC Award del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, il Premio della Giuria del Festival di Cannes, il Pardo d’Oro del Festival Internazionale del Cinema di Locarno.
Con Familiari Zanussi mantiene un consolidato sodalizio intellettuale. Dalle sue opere, infatti, ha realizzato vari lavori, per il teatro e per il cinema: “Il Presidente”, nel 1992, con Raf Vallone, “Herodias e Salome” nel 2000, con Paola e Selvaggia Quattrini e Massimo De Rossi, “Il sole nero” nel 2005, film tratto dal dramma “Agata”, con Valeria Golino e Kaspar Capparoni, “L’odore”, nel 2011, dato, in russo, a Perm.
Zanussi è anche professore all’Università di Slesia a Katowice e all’European Graduate School di Saas-Fee in Svizzera. Attualmente, sta scrivendo una sceneggiatura tratta dai racconti di Familiari.
Rocco Familiari, l’autore dei monodrammi, è anche regista e fondatore del “Festival Internazionale del Teatro” di Taormina. Drammaturgo di lungo corso, ha all’attivo numerosi testi messi in scena da registi famosi (oltre a Zanussi: Trionfo, Missiroli, Maccarinelli, Nanni, Zucchi), e interpretati da grandi attori (fra gli altri: Andrea Giordana, Raf Vallone, Enrico Lo Verso, Paola Quattrini, Vanessa Gravina, Flavio Bucci). E’ anche scrittore: il suo romanzo “L’odore”, edito nel 2006 da Marsilio, ha ricevuto il prestigioso “Prix du Premier Roman”, e l’altro suo romanzo, “Il sole nero”, anche questo in collana da Marsilio, ha vinto il premio “Padula”. Nel 2012 ha pubblicato una libro di racconti “Il ragazzo che lanciava messaggi nella bottiglia” - premio “Joyce Lussu”- edito sempre da Marsilio presso il quale sta per uscire il nuovo romanzo “Il nodo di Tyrone”. Uomo di cultura poliedrico, Familiari ha tradotto opere dal greco, dal latino, dal francese; è critico musicale, e saggista, si è occupato di arte figurativa, in particolare dell’Espressionismo tedesco, che ha indagato a fondo grazie anche all’amicizia con uno dei fondatori della ‘Brucke’, Karl Schmidt-Rottluff.
Nel giugno del 2005 il Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, gli ha conferito il Diploma di Benemerito della Cultura e dell’Arteper l’impegno nella promozione e valorizzazione della cultura teatrale italiana”.
Alla sua produzione teatrale è dedicata la raccolta di saggi di Zina Crocè, “ErosThanatos nella drammaturgia di Rocco Familiari”, edita da Qualecultura nel 2013, e Premio Internazionale per la saggistica “Lago Gerundo” 2014.
Viviana Piccolo, l’attrice che interpreta i due monodrammi, è anche regista, e collabora con Fernando Arrabal, che per lei ha scritto “Il castello dei clandestini”.

Rocco Familiari e Kryzstof Zanussi. Amici fraterni, legati da affinità elettive basate su una concezione etica dell'arte


Del drammaturgo spagnolo, considerato l'incarnazione dell'arte contemporanea (saggista, regista, sceneggiatore, poeta, scrittore, pittore: unico artista ad aver collaborato con tutte e tre le icone dell'arte contemporanea, André Breton, Tristan Tzara, e Andy Warhol), ha messo in scena “Fando e Lis”. Ha anche curatola regia dell’unico testo teatrale di Milan Kundera, in collaborazione con lo stesso scrittore e l’Università degli studi di Trento.

Incontriamo Viviana Piccolo, Krzyzstof  Zanussi e Rocco Familiari :


Viviana, che rapporto ha con i  due personaggi dei monodrammi ?

Piccolo: La donna di Ritratto di spalle è il personaggio al quale mi sento maggiormente legata, forse perché lo interpreto da più tempo: ricorderai che ne avevo curato anche la regia nel 2010, quando l’ho portato in scena al Teatro Vittorio Emanuele di Messina. E’ un testo raffinato, elegante, la donna è un personaggio carico di sensualità ed erotismo, ma non volgare. All’inizio appare  forte, provocante, a tratti quasi artefatta, poi, nel corso dello spettacolo, rivela tutta la sua fragilità, l’insicurezza, le frustrazioni, e, in certi momenti, una freschezza quasi infantile. Ho cercato di dare delicatezza a ogni suo movimento, parola, sfogo, restituendo tutto alla sua profonda dignità. Anche l’altro personaggio è  molto complesso …. 

e a proposito della complessità dei due personaggi, Krzyzstof, lei ha definito il femminile “enigma” , “mistero” …

Zanussi -   Sì, e questo perché l’essere umano, tanto più se di genere femminile, sfugge a un’analisi lucida.

Piccolo -  … epperò Krzyzstof mi ha aiutata tantissimo, nella comprensione dei personaggi, fornendomi punti di vista illuminanti. Mi ha chiesto di lavorare sulla follia, per  creare lentamente una crepa, una frattura tragica nella personalità della donna, che è  un personaggio molto intenso: impossibile non volergli bene.

Da un punto di vista storico-sociale, “donna” si collega a “femminismo”, fenomeno che lei, Maestro Zanussi , distingue in  “buono” e  “cattivo”,  paragonandolo al colesterolo …. : qual è quello “buono”, e quale quello “cattivo” ?

Krzysztof, Zanussi. Per lui Rocco Familiari rappresenta “un’ostinata voce di opposizione contro la noia, sorella gemella della banalità, del conformismo e della mancanza di riflessione”


Zanussi: Si tratta di un dato antropologico. Il buon femminismo chiede uguali diritti, ma non pretende che la donna sia simile o identica all’uomo.

Le donne dei testi di Familiari hanno una loro precisa “fisionomia”, seppur complessa, e dunque sfaccettata ….

Piccolo - Infatti. Nella prima parte dello spettacolo c’è un grande lavoro di sottotesto celato, la donna si vuole presentare serena, calma, ma non è così: è piena di tensioni, aspettative e paure. Il secondo momento, che coincide con lo svelamento del suo corpo, è per me il più duro emotivamente, ma anche il più affascinante.

I due personaggi  di “Donne allo Specchio” sembrano essere del tutto diversi, per quanto abbiano un tratto comune, e cioè il drammatico rapporto con lo specchio, inteso come elemento rivelatore di  simboli e metafora del rapporto interpersonale. Quale dei due ha più  “intrigato” l’autore, nella scrittura ?

Familiari - Entrambi allo stesso modo, relativamente al tempo in cui sono nati. Ho scritto i due testi  a distanza di quasi trent’anni l’uno dall’altro, e con una profonda diversità di atteggiamento: “Ritratto di spalle”, il primo dei due lavori rappresentati, l’ho scritto, nel 1973, in stato di “innocenza” potrei dire,  senza alcun progetto, senza sapere bene se volessi scrivere un monologo o un poemetto.  La definizione “monodramma” e la dedica “a un’attrice di razza” sono aggiunte, fatte al momento della pubblicazione, come i titoli che i pittori astrattisti danno ai quadri solo dopo che li hanno dipinti. “Donna allo specchio”, invece, è venuta quasi al termine di una lunga e onorata … carriera:  è nata per essere rappresentata, e credo che ciò si noti anche nella messinscena. Il fatto di mettere insieme i due testi fa sì che l’uno proietti la propria luce, o l’ombra, sull’altro, creando degli effetti imprevisti anche per me.   

Maestro, lei sostiene che Familiari  ha il pregio di  “realizzare l’ideale della missione dell’artista”, infatti lo considera “un’ ostinata voce di opposizione contro la noia, sorella gemella della banalità, della mancanza di riflessione e del conformismo”. Per alcuni versi, sembrate anime gemelle …

Zanussi -  Con Rocco siamo amici da tempo, nei suoi riguardi sento un rapporto di fratellanza …

Familiari - Io trovo che le nostre affinità elettive, fatte salve naturalmente le … proporzioni,  si basino in sostanza su una concezione etica dell’arte, fondata a sua volta sulla convinzione che essa debba e possa contribuire a cambiare il mondo. Non credo affatto che “la bellezza salverà il mondo”, del resto non ci credeva nemmeno  il Principe Mishkin, e perciò neppure Dostoevskij … , ma che possa migliorarlo, sì.

Tra Zanussi e Familiari ci sono affinità anche sul ruckertiano rifiuto del “frastuono del mondo”?

Rocco Familiari. Di Zanussi dice: "la sua profonda fede lo porta a credere che l’uomo sia quasi predestinato geneticamente al bene; io, più laicamente, penso che la natura umana non abbia una predisposizione specifica"


Familiari - Su questo avrei dei dubbi: io ho trascorso buona parte della mia vita, quella per così dire pubblica, di civil servant (Familiari è stato ai massimi livelli del management pubblico, presidente dell’Inpdap, tra l’altro - n.d.r.), immerso nel frastuono …,  e ora cerco di riappropriarmi della giusta dose di silenzio; Krzysztof, se devo giudicare dalla cartoline che mi giungono settimanalmente dagli angoli più disparati della terra, il silenzio lo trova solo sugli aerei su cui quasi ogni giorno sale …

Maestro Zanussi, nella sua prefazione a “Teatro” lei ha scritto che Familiari  “tratta il problema dell’esistenza stessa della realtà”, che  richiama quello della verità. … Ma cos’è la verità, per il regista e per l’autore ?  

Zanussi - Penso alla conversazione di Gesù Cristo con Ponzio Pilato. Nessuno possiede la verità. Ma vale la pena di coltivare la speranza che la verità esista.

Familiari - Credo di averlo detto più volte, nella forma che mi è più congeniale, e cioè quella drammaturgica, soprattutto in “Amleto prova Amleto” (dramma inserito da Giancarlo Menotti nella programmazione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, 2004,  per la regia di Mario Missiroli, interprete Flavio Bucci - n.d.r.)  il cui protagonista dello spettacolo, il “Regista”, sostiene che il teatro è la forma del mondo ed è, paradossalmente, l’unica verità possibile. Detto in altri termini, molti credono di poter recitare perché sanno mentire, ma si sbagliano di grosso. Si può mentire nella vita, non sulla scena.

Insomma, come sosteneva Karl Kraus, “Le verità vere sono quelle che si possono inventare”….

Familiari -  Direi di sì … , in teatro è certamente così.

Sempre a proposito di verità, Gottfried Benn affermava che  “Lo stile è superiore alla verità, porta in sé la dimostrazione dell’esistenza”: Rocco, nelle sue opere, che rapporto c’è tra stile, verità, esistenza? 

Familiari - Per uno scrittore, il linguaggio (lo stile) è tutto. Soltanto scrivendone, le cose esistono, e sono vere. Il rapporto, se di rapporto si può parlare – ma forse sarebbe più esatto dire che si tratta di tre aspetti che convergono – è perciò quello dell’artista con la propria verità e quindi con il proprio stile e la propria vita. Va poi aggiunto che il “rapporto” è di mutuo scambio: l’esistenza indubbiamente condiziona la verità dello stile, ma a sua volta la ricerca di uno stile influenza il modo di vivere la realtà. Non è l’arte che imita la vita, cioè, ma il contrario.   

I due personaggi di “Donne allo specchio” non hanno un nome, come anche i personaggi  femminili de “L’acqua e il pane”, mentre in  “La ballata del silenzio” la donna si chiama Maria, nome “neutro”, simbolo del femminino della tradizione occidentale: l’assenza del nome, serve a  “universalizzare” le tematiche di cui i suoi personaggi femminili sono espressione?

Familiari - Devo confessare che ho qualche problema con i nomi dei miei personaggi. In genere, quando si tratta di testi in qualche modo “astratti”, nel senso di antirealistici, tendo a usare dizioni generiche, “Uomo”, “Donna” o “Lui”, “Lei”. Anche nei romanzi e racconti faccio così, e proprio per i racconti de “Il ragazzo che lanciava messaggi nella bottiglia” mi è stato rimproverato, da un autorevole critico del “Corriere della sera”, di aver usato delle iniziali per un personaggio preso dalla realtà (si trattava del violinista Gidon Kremer), ma la ragione è abbastanza semplice: non volevo che il lettore si facesse influenzare dal riferimento e mutasse la propria disposizione d’animo nei confronti della storia, totalmente inventata (e perciò totalmente … vera); la “citazione” lungi dal rafforzare la verità del racconto, rischiava, se esplicitata, di dargli un tocco di artificiosità.

La mise en scène, è sintesi dei due monodrammi di Familiari, “Ritratto di Spalle” e “Donna allo Specchio”. Rappresenta i tormenti di due donne in una fase molto delicata della loro esistenza.


Il fatto che poi, nelle note finali, io sveli il richiamo, non pregiudica nulla: ormai la … metabolizzazione è avvenuta. Per quanto riguarda il nome “Maria”, ricorre più volte nei miei lavori, nella “Ballata del silenzio” (questo testo, insieme con “L’acqua e il pane”, è stato rappresentato qualche anno fa al Politeama Siracusa di Reggio Calabria, regia di Renato Nicolini, interprete Marilù Prati, nell’ambito di una iniziativa, sostenuta dalla Presidenza del Consiglio regionale della Calabria, contro la violenza nei riguardi delle donne - n.d.r.), ma anche ne “L’odore”. Ha più valenze: è uno dei nomi della mia infanzia, della nostra Calabria e della tradizione cristiana. L’intenzione, certamente, è quella di rendere i temi trattati “ab soluti” da un contesto specifico.  

Anche i siti femminili più impegnati, come “zeroviolenzadonne”, hanno pubblicizzato “Donne allo specchio” perché ripropone il conflitto tra il corpo che si ha e il corpo che si vorrebbe avere, frattura che, generalmente, viene percepita come banale conseguenza della “vanità femminile”, e dunque come discredito del femminile stesso; nel monodramma, invece, la lettura del fenomeno è tutt’altro che banale, perché esprime bisogno di accettazione, di “riconoscimento”, addirittura di ricerca della propria anima: “ Ricomposta l’armonia fra me e me, riannodato il colloquio tra il mio corpo e la mia anima …” dice la protagonista ….

Familiari - Non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere un testo sulla “vanità femminile”, non perché il tema non meriti attenzione …, ma per mancanza degli strumenti idonei. No, il problema del rapporto con il proprio corpo è fondamentale. Posso usare termini obsoleti, spirito e materia ? Noi, la parte nobile di noi cioè, siamo spirito, pensieri, emozioni, ma esprimiamo tutto ciò attraverso il corpo, la materia che ci riveste. Splendida l’affermazione della Levi Montalcini quando divenne cieca: “che m’importa del mio corpo, io sono la mia mente!” E’ senz’altro così, ma il corpo è lo strumento indispensabile affinché la “mente” possa agire, come nella metafora del violino: il suono è l’anima, ma senza il legno del violino e il budello delle corde, l’anima non esisterebbe. Ecco, ho pensato che mettendo in scena la lacerazione fra ciò che una donna avverte nel profondo di se stessa e il modo come si sente percepita, avrei potuto, se non affrontare, almeno sfiorare il problema del rapporto fra l’essere e l’apparire, “riannodare il colloquio fra il corpo e l’anima”.

L’interesse di questi siti antiviolenza  fa tutt’uno con l’accusa rivolta a una società che non accetta il venir meno della bellezza femminile, tema, questo, che lei ha affrontato  anche nel dramma “Orfeo Euridice”, dove, nel prologo, l’uomo dice alla donna: “non potrei sopportare...di vedere il tuo corpo deformarsi..... Ogni parte di te deve restare intatta nel ricordo. Non può corrompersi “ e, nella parte in versi, Euridice  a Orfeo: “fammi essere, non guardarmi”…. Insomma, nelle sue opere, anche nel dramma “Herodias e Salome”, l’esistenza femminile deve sempre fare i conti con lo sguardo maschile:  in quello “specchio” la donna sembra “giocarsi” tutta l’esistenza ….

Familiari - Sì, credo, temo, che sia ancora così nella realtà. Nonostante decenni di lotte per l’emancipazione da quello “specchio”, la donna continua a rapportarsi inevitabilmente, esistenzialmente direi, allo sguardo maschile, in termini di dipendenza, quasi. E’ un po’ come l’ateo che pur negando con violenza Dio, non riesce a sottrarsi alla tirannia del “Termine” di confronto. Io ne sono intimamente convinto, tant’è che in tutti i miei lavori teatrali, tranne rarissime eccezioni, il conflitto di fondo è sempre quello fra due concezioni del mondo, quella femminile e quella maschile, e non propendo certo per quest’ultima, basata su un terrificante complesso di inferiorità rispetto alla indispensabilità della figura femminile, che porta l’uomo a compiere gesti di inaudita ferocia nei suoi confronti. 

La protagonista di Donna allo specchio dice “E' pericoloso guardare la propria immagine......”, e ciò fa tornare in mente ciò che Harold Bloom ha scritto di Amleto: “non è l’uomo che pensa troppo ma l’uomo che pensa troppo bene”, ovvero, parafrasando, “non è guardare troppo, ma guardare bene”….. La donna cerca  se stessa e il rapporto con l’altro, operazione pericolosa …., appunto. Cosa dice, in merito, l’autore?

Viviana Piccolo. "Kryzstof mi ha chiesto di lavorare sulla follia, per creare lentamente una crepa, una frattura tragica nella personalità della donna".


Familiari - L’immagine, la patina superficiale cioè, è il riflesso di ciò che sta dentro, nel profondo. Come in una sorta di proiezione: sullo schermo viene riprodotto in forma di pulviscolo luminoso ciò che vive a distanza. Noi sappiamo bene che il nostro modo di mostrarci,  e di essere percepiti, è solo apparenza, ma è attraverso questa apparenza che ci rapportiamo agli altri, che amiamo, odiamo, soffriamo. La pelle è il nostro punto di contatto con l’esterno, ma sotto la pelle c’è una struttura complessa che agisce, una città sotterranea, misteriosa.  Andare a scrutare cosa c’è dietro, mettere a nudo la struttura, è pericoloso, spesso mortale.

Krzyzstof, riguardo alla produzione di Rocco, qual è, per dirla con Harold Bloom, “la scintilla che chiamiamo personalità o il peculiare “ della sua arte, riferendoci in modo ancor più specifico a questi suoi monodrammi  ?

Zanussi -  La scintilla può servire come metafora di ciò che significa minimalismo. Entrambi i monologhi sono minimalisti, ma una piccola scintilla può provocare un incendio …

Per Lacan “l’uomo ha sempre saputo adattarsi al male”, per Zanussi, “Tutti possono cambiare in meglio“ (“A warm  heart” - n.d.r) : ma noi  viviamo in una civiltà che sembra avere perso i suoi rapporti con l’infinito e con l’eterno ….

Zanussi - Non credo che i rapporti con l’eternità siano interrotti …. Credo, invece, che  siano soltanto, momentaneamente, trascurati. Speriamo che presto ci sia un’inversione di tendenza ….

Familiari - Questo, credo sia uno dei pochi punti di divergenza reale fra me e Krzysztof: la sua profonda fede lo costringe quasi a credere che l’uomo sia in un certo senso predestinato geneticamente al bene, io, più laicamente, penso che la natura umana non abbia una predisposizione specifica e che, per poter scegliere fra il bene e il male (ma in mezzo vi è un’infinita gamma di situazioni che rendono estremamente ardua l’individuazione delle caratteristiche che portano a definire un comportamento), bisogna prima maturare la capacità di scelte autonome, cosa difficilissima in sé. Per dirla con Shakespeare, anche in questo caso, anzi soprattutto in questo caso, “There are more things in heaven and earth, than are dreamt of in your philosophy”, compreso… Lacan.  La nostra civiltà più che aver perso i rapporti con l’infinito e l’eterno, tende a privarli dell’aura metafisica, riducendoli a fenomeni della fisica; in un certo senso tenta di impadronirsene e controllarli. Per fortuna restano gli artisti, per i quali, anche i più … “poveri” fra loro, infinito ed eterno sono la materia prima su cui lavorare …

Mario Luzi, nella sua opera teatrale su Ipazia ha fatto dire a Sinesio: «Quando si è in alto mare la luce del tramonto e quella dell' aurora / non sono molto dissimili.» Vivono tale disagio anche le due “donne allo specchio”?

Familiari - Si tratta di un disagio quasi obbligato nel momento in cui si oltrepassa una certa soglia, quella che potrei definire del tempo-spazio, in “Ritratto di spalle”, e della propria immagine (che non è un diaframma fisico, ma mentale), in “Donna allo specchio”. Nel primo, la protagonista dice: “mille miglia / il fascino dell’endiadi / che stimola la fantasia / mille miglia non è una distanza reale / è un tempo infinito /… / se impegni urgenti o no non importa / mi portassero a mille miglia da qui / nell’accecante splendore del tempo infinito / mi spoglierei do ogni  diaframma / fra me e quella magica endiadi / e mi lascerei frugare dalla luce / in ogni più segreta piega dell’anima …”. Nel secondo: “ scendo in un pozzo oscuro, profondo, dal quale non potrò più risalire. ‘mai guardare in fondo a un pozzo!’, così dicevano i vecchi. Perché? Non l’ho mai fatto. Il loro ordine minaccioso mi ha sempre impedito di trasgredire. E ora? Perché l’ho fatto?”  

Pare che Voltaire mai abbia pronunciato l’espressione a lui attribuita, “non condivido quello che dici, ma sono pronto a dare la vita perché tu possa continuare a dirlo”, che fu scritta nel 1906 dalla scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, in The Friends of Voltaire. Voltaire, invece, affermò “écrasez l’infame!”  laddove “infame” sarebbe il credente.  Cosa ne pensate ?

Viviana Piccolo. "Ritratto di Spalle è un testo raffinato, rappresenta una donna elegante e sensuale, che via via rivela tutta la sua fragilità e le sue frustrazioni"


Zanussi - Voltaire non mi sembra un campione di tolleranza. Ma il cristianesimo personalista post conciliare pone l’accento sulla liberà dell’individui anche nella scelta del male.

Familiari - Distinguerei: Voltaire, da un lato, e l’espressione a lui attribuita, dall’altro. Il grande filosofo fu, com’è ormai noto, una figura fortemente controversa, con picchi di genialità e abissi di ignominia. Come tutti gli spiriti libertari più che liberi, si sentiva obbligato a portare una tesi fino alle estreme conseguenze, anche le più aberranti. La frase a lui attribuita è diventata il manifesto del cosiddetto principio di democrazia, anche se di recente se ne comincia a intravedere la pericolosità, almeno in certe situazioni. La verità, a mio modesto parere, è che i rapporti di convivenza fra gli uomini sono complessi e difficili per via non solo di quelle differenze di fondo che le migliori Costituzioni tendono a non considerare fattori di discriminazione, razza, religione, sesso, ma per le ulteriori differenze che i fattori sociali, culturali, economici, ambientali, introducono, e che influenzano, se ne abbia coscienza o meno, i comportamenti. Certo, l’uomo ha bisogno di “vessilli” ideali: libertà, democrazia, tolleranza, ma poi, nella pratica applicazione di quei principi alle situazioni contingenti, i compromessi, gli adattamenti diventano inevitabili e ciò comporta il loro snaturamento.      

Piccolo - ho sempre pensato che per comprendere un'ideologia senza giudicarla in astratto, sia necessario prima di tutto calarsi nel contesto culturale e sociopolitico del periodo. Attualizzando, invece, mi viene da pensare …"contrastare alcuni fanatismi o intolleranze ?", si, certo, è indiscutibile, ma ciò che fa la differenza, è come certe teorie vengano applicate …, e soprattutto: chi decide i limiti della tolleranza ?

Maestro Zanussi, l’anno scorso, insieme a Bertolucci,Almodovar , von Trotta, Wajda, e altri, lei è stato tra i firmatari dell’ “Appello di artisti e intellettuali contro il mercato unico della cultura”, a difesa dell’identità culturale europea. Cosa rimane, oggi, di tale identità ?

Zanussi - L’identità si rivela nitidamente quando guardiamo l’opposto: basta osservare Hollywood per avvertire come il cinema europeo sia profondamente diverso. Lo stesso avviene con la musica, il teatro, la letteratura. Quello che proviene dall’Europa si riconosce subito. Il nostro appello mirava a far considerare l’identità culturale come un’eccezione, nelle trattative del Gatt, per consentire sovvenzioni alla cultura nazionale, anche se non viene considerata come una merce. 

Familiari - Il fatto è che anni e anni di mercato comune ci hanno quasi convinto che l’identità europea sia fondata sui … formaggi o sul vino. C’è voluta la crisi finanziaria che ci ha tutti impoveriti, e il pericolo concreto che la Grecia, madre della cultura europea, uscisse dall’Unione, per farci svegliare e riprendere coscienza che la nostra identità è sempre la stessa da più di duemilacinquecento anni, ed è quella forgiata intorno al V secolo avanti Cristo in un piccolo paese di pastori guerrieri, filosofi e poeti dell’Attica. Nei successivi duemilacinquecento anni non abbiamo fatto altro che chiosare, interpretare, capire, ciò che hanno pensato, detto, scritto, poche decine di uomini in un arco brevissimo di anni, non più di un secolo.

Saul Bellow, al suo editore che lo spronava a scrivere la propria autobiografia, rispose «non ho nulla da dire, a parte il fatto di essere stato insopportabilmente impegnato dal giorno in cui fui circonciso». In situazioni analoghe, cosa rispondereste,  Krzyzstof, Rocco, Viviana, all’editore?

Zanussi - Ho già scritto la mia biografia, che in Italia è stata pubblicata col titolo “Tempo di morire” (il volume è edito da Spirali: il regista racconta le straordinarie esperienze da lui vissute come ambasciatore della cultura polacca nel mondo e quelle di artista impegnato a costruire il proprio “Mondo di visione” - n.d.r.); attualmente sto scrivendo un nuovo volume: in effetti non ho nulla da dire ma non so cosa valga ciò che voglio a dire …

Familiari - Da anni, sto cercando di non disperdere un patrimonio di ricordi – la Calabria della mia infanzia, l’Africa di coloro che, come mio padre, erano profondamente convinti di dover esportare la civiltà – che forse possono interessare ancora qualcuno. Cerco di ricostruire le piccole vicende che ho vissuto per rintracciare in esse una ragione non effimera, vale a dire un “progetto”. Non credo che il mio editore farà salti di gioia quando gliela proporrò, anzi credo proprio che dovrò faticare a convincerlo …

Piccolo - risponderei che sono nata da poco..., e che prima di scrivere una mia autobiografia aspetterei sicuramente di imparare di più, e spererei di collezionare, e poter raccontare, altre esperienze lavorative bellissime come quella appena vissuta con Zanussi e Familiari.