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Martedì, 25 Gennaio 2022

Gallicianò, dove si parla la lingua di Omero. Reportage sull’entroterra malinconico…

Tra “le montagne cariche di dolore e di canti” che il cartello di benvenuto, all’ingresso del paese, evoca in lingua grecanica si arriva percorrendo una strada mozzafiato. E non solo per la maestosità del panorama sulla vallata dellAmendolea. Imboccata dalla statale jonica la provinciale per Condofuri, e superato il ponte di Mangani, la via per Gallicianò si arrampica ancora per sette chilometri fino all’unico spiazzo del paese. Stretta come una mulattiera, con tornanti da capogiro e paurosamente costeggiata da resti o preannunci di frane. Basterebbe da sola a spiegare l’esodo che ha gradualmente spogliato di vita il piccolo centro appollaiato a 600 metri sul livello del mare, un pugno di case basse, brulle come la collina e raccolte sotto il massiccio campanile di una chiesa. Ben più fatali della strada-mulattiera, però, sono state le alluvioni degli anni Cinquanta, la crisi dell’economia agro-pastorale, e l’inarrestabile tendenza all’urbanizzazione delle nuove generazioni, in fuga verso la Marina e le città, a livellare il destino di Gallicianò a quello degli altri centri dell’entroterra del Versante jonico reggino. L’unica differenza? A Gallicianò la parola destino la pronunciano nella lingua di Omero.
A vivere davvero in paese saremo rimasti in poche decine di persone, per lo più anziani, vecchi pastori con le mogli”, fa il conto Giovanni, che vecchio non è. Per i forestieri che ogni tanto si avventurano lassù ha sempre pronte in tasca le chiavi della chiesetta ortodossa, aperta al culto nel 1999 e dedicata alla Panaghia tis Elladas (Madonna della Grecia), del piccolo museo etnografico e della chiesa settecentesca al centro del paese.Negli ultimi anni sono aumentati i visitatori ma è ancora poco: bisogna parlare di Gallicianò e farlo conoscere”. A mantenere percettibile il battito di quest’isola dell’arcipelago ellenofono (gli altri centri sono Roghudi, Chorio di Roghudi, Roccaforte del Greco e Bova) si sono impegnati negli ultimi anni musicisti, studiosi o semplici cittadini: nel segno della riscoperta e valorizzazione delle tradizioni grecaniche sono nate associazioni come “Cumelca” (comunità ellenofona dei greci di Calabria), gemellaggi con la penisola ellenica, taverne ed eventi musicali. Ma, ad organetti e tamburelli riposti, in piazza Alimos le bandiere della Grecia sventolano normalmente su porte chiuse e insegne arrugginite di telefoni a gettoni; le poche, stridenti parabole satellitari si protendono in mezzo a vicoli di case dirupate; l’antico lavatoio, alimentato dalla fontana dell’amore (cannolo tis agapi), disseta galline e cani. E se capita di ascoltare un “calimera” (buongiorno), suona come un relitto malinconico in attesa di affondare. “A parlare il grecanico sono rimasti i vecchi e pochi giovani, ai bambini nessuno lo insegna più”.
Sembrano nuove di zecca, invece, un paio di edicole votive dedicate alla Madonna di Polsi e a San Michele Arcangelo, patrono della polizia. E della ’ndrangheta. Nel pantheon locale di Santi e Madonne, però, è San Giovanni Battista a regnare incontrastato. All’interno della chiesa che invoca da tempo lavori di restauro, il patrono di Gallicianò campeggia in entrambe le versioni delle sua tradizionale iconografia: da adulto, nella bella statua in marmo di scuola gaginiana conservata nella nicchia sopra l’altare; e da bambino, nel simulacro che il 29 agosto viene portato in processione per le vie del paese. E’ in quel giorno che la diaspora dei “Paddechi”, termine dispregiativo con cui venivano indicati i greci di Calabria, si ricompone e l’altro paese, quello insediato soprattutto nei quartieri di Modena, San Giorgio Extra e Ciccarello di Reggio Calabria, ritrova la via, tortuosa, di casa. Un appuntamento del cuore, una festa del ritorno che riunisce, tra le vie intitolate a monaci bizantini e divinità greche, tutte le generazioni e i rami dei Nucera, Condemi, Zindato, i cognomi dominanti a Gallicianò. Ma anche, e come altrove in Calabria, un appuntamento infiltrato da presenze e valenze estranee all’evento religioso, e finito per questo sul tavolo della Dda di Reggio Calabria: il contributo alla festa richiesto ai commercianti di San Giorgio Extra, infatti, avrebbe rappresentato, secondo i magistrati, una vera e propria “tangente ambientale”, con tanto di ritorsioni nei confronti di chi rifiutava “l’offerta”. Prodromi dello scossone che il 6 maggio scorso ha acceso sul paese i riflettori dei cronisti di giudiziaria: non c’è un negozio di alimentari, non c’è un ufficio postale e d’inverno, quando la collina gli frana addosso, non c’è neppure la strada per arrivarci, ma a Gallicianò, secondo i magistrati Nicola Gratteri e Antonio De Bernardo, ci sarebbe, comunque, la ’ndrangheta, con tanto di locale e confini da rispettare. Perché il territorio è territorio, non importa quanto sia marginale e povero. E neppure che lingua parli.