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Lunedì, 18 Ottobre 2021

Natale: l'occasione per capire meglio la società multiculturale

Ogni anno il Natale ritorna irrorando di luce anche le notti, che in questo periodo sono le più lunghe dell’anno. Milioni di piccole luci colorate ed intermittenti ornano i nostri spazi urbani e le nostre abitazioni, riscaldando i giorni più Ogni anno il Natale ritorna irrorando di luce anche le notti, che in questo periodo sono le più lunghe dell’anno. Milioni di piccole luci colorate ed intermittenti ornano i nostri spazi urbani e le nostre abitazioni, riscaldando i giorni più freddi. Questo ritorno, questa perpetuazione nel tempo può anche generare fastidio se ciò che si ripete manca di senso, se non accende lo stupore e non si apre alla speranza.
Nel tempo si è accentuata sempre di più la dimensione commerciale delle festività di fine anno, che hanno assunto anche nel lessico una dimensione slegata dall’evento della natività di Gesù: ormai pochi – anche tra i cristiani – rammentano e testimoniano che il mese precedente il Natale è il tempo liturgico dell’Avvento, cioè dell’attesa del ritorno del Figlio di Dio, e si interrogano sulla coerenza di certi modelli di vita con il messaggio cristiano. D’altro canto, assistiamo anche a curiose polemiche circa l’opportunità o meno di celebrare cerimonie natalizie in spazi laici e pubblici, in primis nelle scuole materne ed elementari: recite, canzoncine, feste rievocative inopportunamente cancellate per un senso multiculturale di rispetto delle altrui tradizioni religiose oppure enfatizzate e promosse per brandire un’identità «contro» l’alterità.
E’ lecito domandarsi se queste tensioni e contraddizioni non possano essere, invece, colte come opportunità per un serio ripensamento della propria fede e del suo modo di esprimersi anche palesemente in una società ormai multirazziale. Il fatto che determinate tradizioni non siano più accolte come scontate universalmente potrebbe costituire una buona occasione per una riqualificazione del modo che i cristiani hanno di vivere la propria fede e di testimoniarla tra gli uomini. Enzo Bianchi, priore di Bose, si – e ci – chiede: «siamo così sicuri che gli aspetti ritenuti più ovvi e caratteristici delle festività natalizie abbiano davvero a che fare con la fede in Gesù, nato da Maria, venuto nel mondo per narrare a tutti il volto misericordioso di Dio? Pensiamo realmente che la presenza di giovanotti bardati da vecchi bonaccioni nei centri commerciali rimandi al mistero della notte di Betlemme? O che dei buffi pupazzi che si arrampicano sui nostri balconi o si calano dai camini in concorrenza con streghe a cavallo di una scopa rievochino l’annuncio di una grande gioia per tutto il popolo o la pace in terra per gli uomini di buona volontà? E che coerenza mostra chi difende accanitamente la recita scolastica con melodiosi canti natalizi facendone un evento irrinunciabile per il proprio figlio e poi non si pone nemmeno il problema di una sua partecipazione alla messa di mezzanotte o del giorno di Natale? ».
In realtà queste feste ci offrono la possibilità di ripensare a come molte tradizioni si sono formate nel corso dei tempi, in un intreccio fecondo tra fede e cultura. Così, per esempio, i cristiani delle primissime generazioni amalgamarono la loro fede in Gesù alla celebrazione del «sole invitto» nel solstizio invernale. Il poverello d’Assisi, Francesco, riuscì a calare nella realtà contadina dell’Italia medievale l’atmosfera del presepe che richiamava quanto accaduto nella campagna di Betlemme milleduecento anni prima. La celebrazione di San Nicola, trapiantata da Mira ai paesi nordici, è scesa di nuovo in riva al Mediterraneo per affiancarsi a Gesù Bambino nel colorare con la gioia del dono fatto e ricevuto la notte di Natale.  Come considerare l’albero adorno di luci e addobbi un tempo sconosciuto nei paesi della cattolicità latina? Me lo sono curiosamente chiesto nel 1999 allorquando andai a trascorrere l’avvento del nuovo millennio nello Yucatan, in Messico, e mi ritrovai davanti a sfavillanti Alberi di Natale e pupazzi raffiguranti Babbo Natale sotto i 40 gradi di temperatura. Sudo ancora nel ricordare quelle sagome. E a quando risale la lieta tradizione del lauto pasto che riunisce le famiglie che vivono almeno una volta all’anno l’evento quotidiano della convivialità a tavola?

Cosa ci passa in testa ogni qualvolta pronunciamo la parola «Natale»? Rievocare i connotati più propriamente cristiani della natività di Gesù non significa rinchiudersi in un ghetto esclusivo, ma mostrare capacità di narrazione con il linguaggio della nostra cultura in continua evoluzione la perenne «buona novella» che riguarda tutta l’umanità, senza differenze latitudinali e longitudinali. Il Figlio di Dio è nato per tutti!

Antonio Marziale


Sociologo – Giornalista – Presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori