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Domenica, 19 Settembre 2021

Le prospettive del porto di Gioia Tauro connesse agli investimenti del 'Piano Juncker'

Il destino di Gioia Tauro è intimamente legato agli effetti del così detto ‘Piano Juncker’, anche se i risultati, come in tutte le previsioni che riguardino vicende comunitarie, impegneranno archi temporali piuttosto lunghi.

Il porto di Gioia Tauro Il porto di Gioia Tauro


L’iniezione di 21 miliardi di euro decisi dalla Commissione europea per stimolare gli investimenti nel Vecchio Continente, com’è noto, rappresenta il budget complessivo che Bei (Banca europea per gli investimenti) e Fei (Fondo europeo per lo sviluppo), dovranno governare attraverso l’ EFSI (European Fund for Strategic Investments) per ottenere quell’effetto moltiplicatore sperato (con rapporto da 1 a 15) tale da consentire alle due ‘finestre’ indicate come strategiche (Infrastrutture ed Innovazione; Piccole e Medie Imprese) di catalizzare investimenti complessivi (pubblici e soprattutto privati) per circa 315 miliardi di euro.
L’infrastrutturazione del territorio, per Gioia Tauro e non solo, sarà dunque una straordinaria occasione di ammodernamento e di crescita per l’intero tessuto economico calabrese, che servirà certamente ad accorciare le distanze tra il Mezzogiorno ed il resto del Paese, portando la Calabria nel cuore dell’Europa.
A Gioia Tauro, secondoi dati forniti dal terminalista MCT in milioni di euro dal 2008 al 2014, la curva del fatturato nel periodo considerato manifesta uno sviluppo sinusoidale, con un picco massimo di 123,5 mln di euro del 2008, e la caduta secca – 68 mln – del 2011, anno da cui i conti sono tornati a risalire, seppure in maniera claudicante ed incerta ( 79 mln nel 2012; 94 mln nel 2013; 89 mln nel 2014).
Numeri che sono stati certamente influenzati dalle performance di crescita delle economie del Far East, in particolare della Cina.
Il superamento della congiuntura negativa è stato però affrontato da MCT grazie ad una forte iniziativa di ristrutturazione, tutt’ora in corso. La Regione Calabria nei mesi scorsi aveva deliberato un proprio finanziamento di tre milioni di euro per abbattere le tasse di ancoraggio, allentando così l’asfissiante concorrenza dei porti di Malta e di Alessandria d’Egitto, dove i servizi a terra ed i costi del personale sono assolutamente più concorrenziali rispetto a Gioia Tauro, tanto da far dire all’Ad di Mct, Domenico Bagalà, in una intervista pubblicata sull’inserto ‘Affari e Finanza’ del quotidiano La Repubblica: “Produciamo a costi europei e vendiamo a costi africani”.
MCT, che fa capo a Contship, è al centro di un forte processo di riorganizzazione delle alleanze ‘storiche’ con Maersk e la MSC della famiglia Aponte.
Il 33,3% delle quote detenute dai danesi è stato infatti riversato nella Csm Italia Gate, società paritariamente costituita da Contship e dal gruppo Aponte, chiarendo definitivamente qual è la ‘linea di comando’ nel grande hub gioiese.
Sugli esiti dell’operazione di Contship e Msc, che ha comunque il pregio di strutturare e razionalizzare più efficacemente la programmazione delle attività portuali di Gioia Tauro, sta certamente influendo l’andamento negativo dei volumi di traffico a causa del fermo dell’economia cinese, tanto da far registrare, nel primo semestre di quest’anno, un calo dei traffici del 13%. Un dato negativo preoccupante, che ha indotto i sindacati portuali ad indire uno sciopero di protesta nel mese di agosto.
Se MCT ha comunque avviato un piano triennale di investimenti da trenta mln di euro per efficientare le gru e i carrelli di stoccaggio a terra dei container, il potenziamento dei servizi di sicurezza, resta aperta tutta intera la questione dell’adeguamento dei fondali, l’attuazione della ZES (Zona economica speciale), peraltro già implementata in altri Paesi europei, per andare oltre la ‘specializzazione’ del transhipment, sviluppando la logistica, la realizzazione del gateway ferroviario per incentivare il trasporto merci sulla breve e media distanza.
Ed in questa direzione, aiuta molto una recente sentenza del Tribunale di Reggio Calabria che assegna definitivamente i terreni del retroporto all’Autorità portuale di Gioia Tauro, prima gestiti dall’ex Consorzio per lo Sviluppo industriale. Si tratta di settecentoettari, da tempo sottratti all’agricoltura, finora serviti soltanto a piccole attività di logistica già da tempo fallite, o abortite sin da subito, come il tentativo di dare vita all’Isotta Fraschini.
“Se non preservi il transhipment – ha dichiarato l’Ad di MCT Domenico Bagalà ad ‘Affari e Finanza’ – non puoi sviluppare una politica industriale nel retroporto. Gioia Tauro deve diventare anche un nodo di distribuzione per il Centro Sud:parliamo di quattro regioni con sedici milioni di abitanti, sviluppando nuovi business per evitare che la crisi cinese possa vanificare tutto ciò che abbiamo finora realizzato”.