Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Martedì, 25 Gennaio 2022

La mia vendemmia

Quando ai primi giorni di settembre mio padre tirava  fuori dalla cantina l’ormai vecchia carratella per ripulirla dalla fezza solidificata  mi lasciavo sorprendere da una strana euforia operosa che non mi faceva staccare da lui : la vendemmia era  ormai Quando ai primi giorni di settembre mio padre tirava  fuori dalla cantina l’ormai vecchia carratella per ripulirla dalla fezza solidificata  mi lasciavo sorprendere da una strana euforia operosa che non mi faceva staccare da lui : la vendemmia era  ormai imminente e per noi bambini sarebbe stata festa grande. Scrutavo ,seduto sugli scalini ,ogni sua operazione e l’aiutavo quando doveva   tirare il timpano, assalito  d’improvviso da un forte odore di vino che mi lasciava stordito. Papà era contento,  specie quando le prime piogge di settembre arrivavano  senza far troppo rumore e la speranza di raccolto abbondante aumentava.
Seguiva il rito della vinazzata. Si facevano  bollire a lungo nello stagnato uno o due panari di uva già matura , foglie di arancio, mandarino e limone a cui si aggiungeva abbondante lauro essiccato che  emanava un profumo ancora più denso e che mamma adoperava sempre per rendere più  digeribile il suo insostituibile ragù. L’infuso ancorabollente si lasciava per una giornata nelle vecchie botti ormai ripulite; d’incanto i vecchi aciduli odori scomparivano definitivamente.
Proprio in questi giorni, tornando nella mia Brancaleone, ho trovato mio fratello Mimmo tutto preso da queste operazioni : la sua carratella  è nuova, così come io l’avevo sempre sognata da piccolo   e se proponevo a papà di cambiarla lui mi rispondeva che “ botte vecchia fa buon vino “ .
Leggere come faccio spesso pagine dedicate alla vendemmia nella nostra letteratura mi riporta a quell’età  del pane che, come amava ripetere Pasolini, contraddistingueva l’illimitato
mondo contadino preindustriale. Eravamo consumatori di beni assolutamente necessari ben lontani dalla nuova cultura del repressivo totalitarismo dell’edonismo consumistico. I beni superflui di oggi rendono superflua la vita.
Ho messo a confronto schegge narrative tratte  dalle bellissime e intense pagine di Giovanni Comissso e di Corrado Alvaro, rendendomi conto che sono l’emblema di una civiltà che  lentamente scompare . Scrive lo scrittore veneto ne La mia casa di campagna( Longanesi) :
“Al primo sperdersi del calore estivo si fa la vendemmia. Quel giorno i ragazzi ai quali dai padri era stato sempre comandato di non stare presso le vigne a piluccare , possono assaggiare l’uva nei chicchi che cadono per terra e di sfuggita, nascosti dai tralci, qualche ciocca. Anche le vecchie vengono golose ad aiutare. E’ un lavoro lento, che segue il placarsi del sole, parlottano tra un filare e l’altro, vi è sempre qualcuno venuto a opera che attrae le burle di tutti.”
Una prosa lenta, che parla e si sente con i suoi odori e umori .
Più lirica e intessuta del solito segreto  l’intensa prosa  di Corrado Alvaro ne La pigiatrice d’uva:
”Nelle vigne popolate di vespe e di calabroni i grappoli appena punti si disfacevano. Un odore denso era dappertutto. I grappoli appiattati nell’ombra divenivano misteriosi come tutti gli esseri umani che si affacciano alla vita, i bianchi parevano di cera e carnali, come le forme delle dita, o dei capezzoli delle capre, i neri serrati e ricciuti come la testa di qualche ragazza. Le donne si sparsero pel campo con le loro ceste sul capo, e si adagiavano sotto le viti, come in una stanza segreta piena d’inquiete suggestioni. Le dita si appiccicavano legate dai succhi e dalle ragnatele.”
Riemergono le dure colline che hanno fatto il mio corpo e spingono ai ricordi . Ecco il vecchio palmento di Ciccillo Condemi. Arrivavamo al tramonto  con gli asini stanchi sotto il peso delle cofine piene e disabituati a camminare   sull’asfalto. Papà li aveva requisiti per un giorno dai vicini perché nelle nostre vigne si arrivava per viottoli  tortuosi dove  solo il paziente asino sapeva inerpicarsi. La giornata era stata intensa e spensierata. Anche noi piccoli riempivamo il nostro panaro con cura, togliendo gli acini duri o smaturi che avrebbero rovinato il mosto. Papà passava  felpato e sorridente tra i filari per accertarsi che tutto fosse fatto con cura .
Sotto il grande ulivo ai margini della vigna assalivamo le abbondanti peperonate, affondando i rametti appuntiti di olivastro che fungevano da forchetta.
Mamma in un cesto metteva da parte l’uva nera bagnarota ,dai chicchi più grossi ,destinata a zia Maria e zia Angeluzza, ai vicini di casa e all’arciprete.
Nel palmento  all’imbrunire, dopo aver lavato accuratamente i piedi alla fontana,   iniziavamo a  calpestare l’uva affondando i piedi scalzi tra i grappoli che facevano un vago rumore di cosa segreta.  Mio fratello Pancrazio era il più  lesto e il più resistente. Un mare rosso di inebriante mosto  andava a finire nel sottostante pozzetto in cemento  come da una ferita troppo larga.
Sapevamo che solo qualche piccolo sorso ci era consentito di assaggiare e lo facevamo  avidamente  bevendo tutti i segreti della terra. Il dolciore del mosto attirava le api ed era una lotta forsennata per non essere punti.
Il mosto lo si  lasciava a riposo per  trentasei ore .Seguiva il ripasso degli acini nel torchio e ciò lo rendeva ancora più scuro e più forte. La carratella di quattrocento litri e quella più piccola di cento si riempivano quasi ogni anno e per alcuni giorni il mosto ribolliva   spurgando all’esterno  una spuma rossastra e lasciando nella cantina un odore  intenso che stordiva. Una parte del vin cotto che mamma preparava ogni anno per i pretali e il sanguinaccio finiva nelle  vecchie carratelle dando  un retrogusto  dolciastro al nostro vino.
Poi iniziava l’attesa e papà  non aspettava mai  San Martino  per spillare il vino,  tra i mugugni di mamma. Iniziavano le  visite serali  degli amici e dei vicini e papà aveva sempre il boccale  pieno. Come quella notte del  ventuno novembre del 1952 quando venni al mondo sotto un temporale  interminabile. Mamma era appena scesa al piano di sotto nella  cantina della casa grande  nella vecchia Brancaleone per riempire   il solito boccale .Vincenzo Barbaritano , Nino Patti e papà continuavano a biccheriare e poesiare . I dolori arrivarono  all’improvviso  a metà scala e fu chiamata comare  Catuzza per assisterla nel parto così come aveva fatto per gli altri miei fratelli.
Don Benedetto Croce era morto da poche ore nella sua casa accanto alla Chiesa del Gesù Nuovo  di fronte a Santa Chiara nella chiassosa Napoli, dove, per dirla con Longanesi, il senso del diritto, il sentimento e l’imbroglio formano un’unica e pittoresca pizza.
In casa, invano,avevano  sperato che arrivasse una femmina .
All’indomani   papà , raggiante come  una Pasqua, continuava a  distribuire sulla piazzetta bicchieri di vino novello, mentre io pacifico  dormivo sul seno di mamma, ancora ignaro della stupidità e della cattiveria del mondo.