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Giovedì, 22 Aprile 2021

La diversa antropologia mediterranea nel “Grande Mare” di David Abulafia

Nelle narrative che hanno caratterizzato nell’ultima parte del secolo scorso il racconto del Mediterraneo, non si può prescindere dallo storico francese Fernand Braudel e poi da Predrag Matvejevic il russo-croato-bosniaco autore di Breviario mediterraneo. Alla domanda su che cosa è il Mediterraneo, Fernand Braudel rispondeva che è “mille cose insieme, non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi, non un mare, ma un susseguirsi di mari, non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre “. Il Mediterraneo di Braudel, è un sistema in cui le peculiarità del mondo fisico costituiscono il presupposto essenziale per la sua formazione storico-sociale. Per Braudel, “ non è affatto indifferente, il ritrovare, quasi dappertutto, i medesimi climi, i medesimi ritmi stagionali, la medesima vegetazione e i medesimi colori, e prestandovisi l’architettura geologica, i medesimi paesaggi “. Questa corrente di pensiero ha trovato finora innumerevoli adesioni in autorevoli studiosi, ma un nuovo libro, da poco pubblicato in Italia, scritto da David Abulafia, storico dell’Università di Oxford, dà ora vita ad una diversa antropologia mediterranea, raccontando, ma non solo, di viaggiatori, marinai, commercianti, pirati, che ne hanno percorso le acque. Con “Il Grande Mare“( Mondadori, pp. 695, euro 35 ), David Abulafia, sfida la fedeltà degli accademici e degli studiosi alle  tesi secondo cui il Mediterraneo appare caratterizzato da questa particolare convergenza della natura con lo spirito, così come derivata dalla tradizione filosofica mediterranea.Abulafia, nel ponderoso volume, che quando è uscito in Inghilterra, nel 2011, per i tipi della Penguin, ha fatto molto discutere a livello internazionale, traccia, in sostanza, la prima “ storia umana ” del Mediterraneo. Se Braudel, maestro di tutti i mediterraneisti, ha realizzato il suo grandioso affresco sul Mediterraneo, inteso come spazio, come luogo geografico e come culla di grandi civiltà, Abulafia ha scelto di analizzare la storia dello straordinario bacino come spazio umano di incontri e di scambi fra popoli e culture e di raccontare di viaggiatori, marinai, commercianti, pirati che ne hanno percorso le sue acque. Lo storico, ha preso in considerazione un arco di tempo amplissimo, che parte ventiduemila anni fa, dedicando importanti capitoli alla preistoria e alle prime espressioni artistiche dei Sapiens. Altri capitoli, sono poi dedicati alla rivoluzionaria civiltà minoica e a quella fenicia. “ Il Mediterraneo – dice Abulafia – è stato il più dinamico luogo di interazione tra società diverse sulla faccia del pianeta e ha giocato, nella storia della civiltà umana, un ruolo molto più significativo di qualsiasi altro specchio di mare “. “ Il Grande Mare “, è un titolo che si rifà al nome ebraico del Mediterraneo, che è mare dai tanti nomi: Mare Nostrum per i romani, Mar Bianco per i turchi, Mare di mezzo per i tedeschi e Grande Verde per gli egiziani. Un patrimonio onomastico, arricchito dagli scrittori moderni, con nuove espressioni, come mare interno, mare corruttore, mare amaro e mare di morte, quest’ultimo che ci richiama drammaticamente alle grandi tragedie umane dei naufragi dei nostri tempi. Per Abulafia, il Mediterraneo, è senza dubbio la superficie del mare stesso, con le sue coste, le sue isole, le sue città portuali, punti di arrivo e partenza per tutti coloro che lo hanno attraversato. La sua è una storia del mare che unisce il Nordafrica all’Europa, soprattutto delle terre che lo circondano, ma soprattutto dei viaggiatori che hanno percorso in lungo e il largo le sue acque, dando vita ad una storia umana rilevante, quanto la storia della sua civiltà e dei suoi spazi geografici.

David Abulafia


Per Abulafia, i popoli che non si chiusero in se stessi e seppero utilizzare i loro viaggi per elaborare una propria arte e cultura, furono capaci di andare alla ricerca del nuovo prima di tanti altri. “ In questo quadro, Creta - afferma Abulafia -fu la prima articolata e complessa civiltà del Mediterraneo; una civiltà straordinariamente colta, ricca, urbana. E i Cretesi, come i Fenici, navigarono moltissimo. Lo stesso Tucidide racconta che Minosse fu il primo ad avere una grande flotta “. Gli effetti del “ non chiudersi “ furono tangibili, spiega Abulafia. Basta fare qualche elementare confronto:  “ Mentre la cultura egizia, che fu sempre molto autocentrata, sviluppò nei secoli un’arte che tende a ripetere stili e motivi, quella minoica, attraversò fasi diverse, fu sempre in movimento, alla ricerca del nuovo”. E i risultati di questa habitus  mentale, non ebbero ricadute positive solo su Creta.  I viaggiatori cretesi, di fatto, come racconta Abulafia, determinarono la centralità del Mediterraneo e ne fecero un polo di attrazione anche per l’Asia. Lo storico spiega come la fitta rete di scambi mediterranei, regalò centralità anche alla Sicilia e a Cartagine che diventarono, così, importanti snodi del “ grande mare “ . Abulafia, con questo sua storia del Mediterraneo, non prende le distanze da Braudel e da tutti coloro che tendono a definire il Mediterraneo in relazione “ alla coltura degli ulivi o al corso dei fiumi che lo alimentano “, ma propende per un racconto centrato su coloro che hanno “ immerso i piedi nel mare “  e su coloro che lo hanno solcato, convinto, com’è, che  la ruota della storia gira, e il risultato è imprevedibile, ma a imprimerle la spinta è la mano dell’uomo.