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Giovedì, 22 Aprile 2021

Dacia Maraini: "Apprezzo la cultura dell’umanesimo che nel Mezzogiorno resiste..."

Intervista con la scrittrice Dacia Maraini a Reggio Calabria per presentare il suo nuovo libro: “Chiara D’Assisi” edito da Rizzoli. Il profilo di Chiara, disobbediente nell’obbedienza è descritta come una figura estrema, simbolica, rivoluzionaria nel suo tempo. Il tempo della Intervista con la scrittrice Dacia Maraini a Reggio Calabria per presentare il suo nuovo libro: “Chiara D’Assisi” edito da Rizzoli. Il profilo di Chiara, disobbediente nell’obbedienza è descritta come una figura estrema, simbolica, rivoluzionaria nel suo tempo. Il tempo della Chiesa armata. Dacia Maraini ripercorre questa figura e la riconduce, nel messaggio, ai giorni nostri.

Dacia Maraini (Photo di Adriana Sapone)


Nella necessità di contrastare la forza dirompete del totalitarismo finanziario che condanna al controllo attraverso la proprietà. Che irrompe, come un macigno, sulla cultura, relegandola ad un ruolo secondario. Profanando il dialogo. E la ricerca della propria coscienza. “Questo libro è stato un grande viaggio – spiega – che mi ha insegnato moltissimo, non solo sulla fede, ma sull’idealismo. Dobbiamo conoscere e riconoscere queste figure che ci possono essere di modello anche per il presente”. Con Dacia Maraini ci soffermiamo sulla sua visione critica sulla letteratura meridionale.

Guardando allo scenario della letteratura contemporanea calabrese, che idea si è fatta e cosa le trasmette entusiasmo?

Io sento molta vitalità, per esempio sono stata in alcune scuole ed ho visto una motivazione che a volte non vedo in altre scuole. Una cosa che funziona molto nel Meridione è la fiducia nell’umanesimo che è una cosa fondamentale, importantissima, che si è persa nella cultura di mercato che stiamo vivendo. Siamo parte di un mercato in cui tutto si compra e si vende. Che è la profanazione della persona nella sua essenza. La persona vale se possiede qualcosa. È merce. E lo vediamo dalla considerazione che nella nostra società si ha nei confronti dei bambini e degli anziani. Al di là della retorica. Questa società non riesce a valorizzare la persona per ciò che è. Sentire che invece ancora qui resiste questa cultura dell’umanesimo, quindi la fiducia nella cultura, la fiducia nello studio, nella memoria, sono cose che mi danno dei segnali positivi.

Qual è la sua visione del Sud?

Dacia Maraini (Photo di Adriana Sapone)


La mia visione personale è fatta di un insieme di cose, di esperienzesensibili, sensuali che sono importantissime e che fanno parte della mia memoria privata. Poi purtroppo devo dire che ci sono alcune piaghe così difficili da guarire che sembrano inguaribili. Come un certo assoggettamento alla criminalità organizzata. Sembra quasi che la popolazione non si indigni nella propria profondità. Come se fosse una cosa che non la riguarda. Una cosa che sta fuori. Invece se non c’è una presa di posizione molto profonda ed un cambio di consapevolezza culturale non ci si libera. Non si può aspettare la magistratura e la polizia per liberarsi della criminalità organizzata. È un veleno che bisogna veramente estirpare, ma tutti insieme. È un fatto sociale. Un fatto culturale.

In merito mi suggerisce una domanda, duplice, che attiene sia alla letteratura che al cinema, che in questo momento, in particolare, si stanno concentrando sui fatti di ‘ndrangheta, sul malaffare. Secondo lei questa immagine che, attraverso la letteratura ed il cinema, arriva del Sud, torna a vantaggio di un Sud che denuncia e chiede aiuto o lo penalizza perché offre una falsa rappresentazione della realtà?

Dacia Maraini intervistata da Valeria Bellantoni (Photo di Adriana Sapone)


Se si fa solo scandalo o operazioni giornalistiche a vuoto non servono a niente. Ma i libri di solito sonno documentati e vanno a fondo. Se si vuole combattere un nemico bisogna conoscerlo. Questi libri servono per conoscere il nemico che si annida all’interno della società e della cultura. Quindi parlarne è importantissimo.

A proposito del nemico. Spesso nella lotta tra il bene ed il male si insinua una trappola. Quella del male mascherato da bene. Come si fa a riconoscere la verità?

È molto difficile perché effettivamente, ha ragione, qualche volta il male si maschera da bene. Però io credo che la confusione possa venire ad uno sguardo superficiale, ma ad uno sguardo approfondito no.

Enzo Biagi aveva molto amato Corrado Alvaro che ha definito: “Un raccontatore dell’Italia capace di far rispecchiare l’Italia nell’Aspromonte e riconoscersi”. Cosa ne pensa?

Mi riconosco anche io in questa frase. Biagi aveva un giudizio onesto e leale. Bisogna riconoscere gli scrittori che abbiamo e ce ne sono tanti altri che sono stati un po’ messi a tacere.

Dacia Maraini (Photo di Adriana Sapone)


La forza della memoria è questa: andare a ricercare e riscoprire i valori ed i personaggi che hanno scritto delle cose belle e che passano nel dimenticatoio troppo facilmente.

Lei si è occupata dei diritti umani moltissimo. Prima parlava dei luoghi di segregazione. Vorrei parlare un attimo di luoghi di detenzione. Tutti sostengono che in fondo la cultura serva per riappropriarsi del vero senso della vita anche quando la vita si confina dentro le sbarre. Se lei dovesse consigliare un libro a un detenuto per recuperare il valore della libertà e della legalità quale consiglierebbe?

Non credo nel valore salvifico di un libro. Perché la conoscenza passa attraverso i libri. Proporrei dei classici. Fra gli italiani, Le mie prigioni di Silvio Pellico ole lettere dal carcere di Gramsci, per rimanere nell’ambiente. Ma altrimenti anche libri di Dostoevskij o libri che raccontano il nostro Paese. A me piace molto De Roberti, per dirne uno. Ma il ventaglio di possibilità è vastissimo. Effettivamente la lettura scuote delle sensibilità che sono assolutamente personali quindi un libro per una persona potrebbe non essere altrettanto forte come per un'altra.

Se dovesse raccontare la Calabria, come la rappresenterebbe?

Io credo molto nelle storie. D’altronde io sono una raccontatrice di storie. Penso che oggi bisognerebbe tornare a raccontare la Calabria attraverso quello che faceva il cantastorie. In maniera popolare, ripercorrere la storia calabrese attraverso dei personaggi. Anche recuperando quelli che si sono persi. Credo che il cantastorie sia una bellissima figura capace di rammentare la memoria e farla rivivere. Nella storia c’è sempre una materia da recuperare. Sempre. Basta andare a scavare a fondo e si scoprono delle esperienze straordinarie.