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Sabato, 27 Febbraio 2021

Meritocrazia? L'elogio della democrazia

Il concetto di “meritocrazia” è stato introdotto dal sociologo inglese Michael Young nel 1958 ed è andato vieppiù crescendo di rilevanza nel dibattito pubblico politico.

Il termine “meritocrazia” deriva dall’unione del latino merere, mereor [guadagnare, farsi pagare] al greco kratos [potere]. Letteralmente ci si riferisce al “potere del merito”, ossia il principio di organizzazione sociale su cui si fonda ogni forma di promozione e di assegnazione di potere esclusivamente sul merito. Quest’ultimo è definito da Young secondo la ormai ben nota formula: m=IQ + E, dove “m” sta per merito, “IQ” per quoziente di intelligenza ed “E” per sforzo. Il merito è, pertanto, la risultante di due sinergie: il talento geneticamente derivato e l’impegno profuso dal soggetto nello svolgimento di specifiche attività. Nelle deduzioni più raffinate, il talento emerge dalle peculiarità di contesto, dal momento che il quoziente di intelligenza dipende anche dall’educazione ricevuta in età evolutiva e da fattori socio-ambientali. Parimenti, la nozione di “sforzo” si qualifica in relazione alla matrice culturale della “classe sociale” di provenienza del soggetto e ciò perché l’impegno dipende oltre che dai “sentimenti morali” anche dal riconoscimento sociale, cioè da quello che la società reputa di dover giudicare meritorio e da quello che l’economista Adam Smith chiamava la “simpatetica corrispondenza” tra i partner sociali. Invero, è notorio che la medesima abilità personale e il medesimo sforzo vengono valutati diversamente a seconda del prevalente ethos pubblico.

Ecco perché il criterio di “meritocrazia”, a parere del suo inventore, non può essere preso come criterio [né primo né prioritario] per la distruzione delle risorse di potere, economico o politico che sia. Young fu talmente persuaso della pericolosità di tale principio che arrivò a scrivere un articolo nel 2001 in cui lamentò il fatto che il suo saggio del 1958 fosse stato interpretato alla stregua di un elogio e non come una critica radicale della meritocrazia, intesa come sistema di governo e organizzazione dell’azione comunitaria.

Il filosofo americano Thomar Nagel, nel 1993, era intervenuto sull’argomento chiedendosi se fosse moralmente ammissibile che qualcuno venisse agevolato nell’esercizio del potere per qualcosa che gli è stato concesso dalla natura. “Come la bellezza – ha scritto testualmente il filosofo – anche il talento e l’eccellenza attraggono il riconoscimento, l’ammirazione, la gratitudine: risposte che nella vita umana rientrano tra le ricompense naturali. Ma le ricompense economiche [e politiche] che taluni talenti sono in grado di esigere sono un’altra storia”. Come a dire che non è giusto che una grande competenza scientifica o un’elevata produttività siano in grado di avanzare un’automatica legittimazione di pretese politiche di potere. In buona sostanza, il pericolo serio insito nell’accettazione acritica della meritocrazia è lo scivolamento verso forme velate di tecnocrazia oligarchica, già magistralmente trattate da Aristotele. Una politica meritocratica contiene in sé i germi che portano all’eutanasia del principio democratico.

Differente è il giudizio nei confronti della “meritorietà” afferente al principio di organizzazione sociale basato sul “criterio del merito” e non già del “potere del merito”. E’ sacrosanto affermare che chi merita di più ottenga di più, ma non tanto da porlo in grado di dettare le “regole del gioco” sociale. Si tratta di evitare che le differenze di ricchezza associata al merito si traducano in differenze di potere decisionale. Non è, invece, accettabile che tutti gli uomini vengano trattati egualmente: tutti, però, devono essere trattati come eguali, il che è quanto la meritocrazia non garantisce affatto. In altro modo, mentre la meritocrazia invoca il principio del merito nella fase della distribuzione della ricchezza, cioè post-factum, la “meritorietà” si preoccupa di applicarlo anche nella fase della produzione della ricchezza, mirando ad assicurare l’eguaglianza delle capacità. “Possiamo ammettere che la democrazia non pone il potere nelle mani dei più saggi e dei meglio informati e che la decisione di un governo di èlite potrebbe essere, nel suo insieme, più benefica. Ma questa ammissione non può impedirci di continuare a preferire la democrazia”: ha scritto l’economista Van Kayek. Insomma, il problema serio con la nozione di meritocrazia non sta nel “merere”, ma nel “kratos” [potere]. La meritorietà, invece, fa propria la distinzione tra merito come criterio di selezione tra persone e gruppi e merito come criterio di verifica di una abilità o risultato conseguito. Il primo è respinto; il secondo è accolto. La meritorietà è dunque la meritocrazia depurata della sua deriva antidemocratica.

Antonio Marziale Sociologo, giornalista, presidente Osservatorio sui Diritti dei Minori