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Mercoledì, 02 Dicembre 2020

Giovani dagli orizzonti precari

La famiglia, secondo le più recenti indagini IARD, appare al primo posto nella scala dei valori che i giovani hanno indicato. Tuttavia, esistono palesi contraddizioni rilevabili da accertamenti che evidenziano come i giovani nutrono diffidenza nei confronti della formazione di La famiglia, secondo le più recenti indagini IARD, appare al primo posto nella scala dei valori che i giovani hanno indicato. Tuttavia, esistono palesi contraddizioni rilevabili da accertamenti che evidenziano come i giovani nutrono diffidenza nei confronti della formazione di coppie stabili, per non parlare della tendenza statisticamente accertata a non contrarre matrimonio. Fenomeni, questi ultimi, che hanno conseguenze sul piano demografico, ossia sulla natalità, in grado di apportare scompensi sulla nostra società.
La sempre più ridotta presenza di “coppie strutturate” è destinata ad aumentare drasticamente. Una delle spiegazioni possibili,come origine di questa tendenza, è costituita dalla ritrosia dei giovani contemporanei a impegnarsi: essi tendono sempre più a vivere l’oggi, mentre la formazione di una coppia stabile richiede un forte impegno progettuale, dilazionato a lungo termine. I giovani, in concreto, hanno paura di guardare al loro futuro.
Quello della denatalità, in ambito europeo, appare essere un fenomeno prettamente italiano e la causa più importante è da ricercarsi nella permanenza prolungata dei figli in ambito familiare. Parliamo – per intenderci – dei “bamboccioni”, che in Italia e Spagna regnano sovrani. In Italia, per esempio, le nascite fuori dal matrimonio sono decisamente più limitate che altrove.
Perché i giovani italiani escono tardi di casa, non si sposano e non fanno figli? Due sono le cause più conclamate: in Italia si fa fatica a trovare lavoro e casa con pigione economicamente accessibile. A ciò si aggiunga anche l’allungamento degli anni di studi, strategicamente utile a procrastinare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Questi fattori strutturali risultano importantissimi al fine di capire perché i giovani italiani ritardano sempre più il loro ingresso nel panorama compiutamente adulto. Tuttavia, esistono altri fattori tipicamente italiani riguardanti, in senso lato, la cultura: quello di vivere lungamente nella famiglia d’origine è, per esempio, un fenomeno culturale permanentemente stabile nelle zone del Sud, come la Calabria. La si lascia solo nel momento in cui si decide di contrarre matrimonio. In quest’area geografica, la famiglia interviene a sostegno dei figli anche dopo il matrimonio. Non è così nel Nord Europa, dove i giovani si collocano fuori dalla famiglia d’origine molto tempo prima dei nostri ragazzi.
Tutto quanto sopra esplicitato trova nello Stato un “imputato”, perché incapace di incentivare con adeguate forme di welfare l’uscita di casa dei giovani. Ma, non è possibile, davanti ad una fenomenologia così ampia, additare soltanto un fattore in termini di responsabilità, perché dietro i condizionamenti economici, nella formazionedi scelte apparentemente ragionevoli, opera sempre il filtro degli “stati d’animo” in grado di accelerare o sospendere lo stesso processo di formazione delle scelte. La diffusione di alcuni stati d’animo “di crisi” – come l’ansia, l’insicurezza e l’inadeguatezza – fanno smarrire alle giovani generazioni la capacità di assumere precise responsabilità, inducendole ad adagiarsi nella culla rassicurante e avvolgente della famiglia mediterranea.
La riforma del lavoro sta portando l’umanità verso orizzonti sempre più precari. Per intenderci, il tempo del “posto fisso” va sempre più dileguandosi e questa prospettiva accomuna il paradigma del lavoro flessibile a quello della vita flessibile.
Per uscire da questa situazione occorre favorire condizioni materiali capaci di agevolare concretamente l’emancipazione dei giovani e il conseguente affrancamento dalla famiglia di origine. Occorre altresì ridisegnare l’architettura generale delle forme di riproduzione sociale, ricostruendo un tessuto in cui la fiducia incentivi i giovani a mettersi in gioco. Impresa impossibile fino a quando lo “spread” sarà anteposto alle esigenze primarie dell’uomo.

*Antoni Marziale sociologo, giornalista, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori