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Lunedì, 30 Novembre 2020

L’elezione diretta? Fuori discussione

Regioni: parla il costituzionalista Roberto Bin


Previste sulla Carta costituzionale nel 1948 ma  istituite nel 1970 -  in Calabria tra l’altro col battesimo di fuoco dei “moti di Reggio” - in che condizioni versano oggi le Regioni?  Ne abbiamo discusso con il professor  Roberto Bin, che   insegna diritto costituzionale all’Università di Ferrara. Un suo testo, scritto assieme al professor Pitruzzella (da poco presidente dell’Antitrust), è adottato in molti Atenei italiani.

È nel comitato di direzione delle riviste "Quaderni costituzionali", "Le Regioni" ed è responsabile della rivista telematica “Il Forum di Quaderni costituzionali”. Insomma, Bin è uno che di Regioni se ne intende.

Il costituzionalista Roberto Bin


Professore, so che sta rientrando dagli Stati Uniti dove ha trascorso parecchi mesi invitato dalla  “New York University”, una delle più prestigiose istituzioni private. Conoscono le Regioni da quelle parti?

No, per loro fortuna. Il poco che sanno dell’Italia attuale spero lo possano dimenticare nei prossimi tempi, perché gli episodi di cui è arrivata notizia non ci fanno una bella pubblicità.

L’anno scorso le Regioni  hanno compiuto quarant’anni. Ma a parte qualche convegno celebrativo, non c’è stato modo di  discuterne  approfonditamente. In che condizioni versano?

In condizioni piuttosto gravi, direi nelle condizioni peggiori di sempre. Bisogna infatti fare i conti con il fallimento della riforma costituzionale del 2001, con un decennio di falso federalismo e di sfacciato centralismo, con la perdita di legalità dell’intero sistema istituzionale e, certo non ultima, con la crisi economica. Nel complesso, tutto ciò’ converge ad un risultato evidente: le regole si sono fatte più’ confuse e meno rispettate, i rapporti istituzionali si sono deteriorati e l’urgenza della crisi ha giustificato il riportare al centro qualsiasi decisione rilevante. Le Regioni oggi non servono più, neppure a alimentare le speranze di riforma dello Stato, com’era stato negli anni ’70.


Sì, il quadro generale è scoraggiante, ma è d’accordo se si asserisce che nella precarietà delle istituzioni nazionali, tuttavia  le Regioni vantano migliore salute rispetto ad altre Istituzioni?

Naturalmente è difficile parlare in generale. Ci sono Regioni che ancora si conducono dignitosamente, rispettano gli obblighi assillanti posti dalle misure economiche, cercano con costanza un colloquio con le amministrazioni centrali e con il Governo. Ma ci sono Regioni che sembrano ormai alla deriva. Quando si scorrono le cronache giudiziarie si ha un’immagine della putrefazione di molte strutture politiche e amministrative. Milano è’ ancora la “capitale morale” d’Italia?


Scusi, ma insisto sul punto: i sondaggi, tutti, sono drammatici per  la  politica ed i politici nazionali, ma non le  sembra che i politici regionali godano di maggiore fiducia?

 Anche qui, generalizzare è pericoloso. L’attacco alla politica e ai politici è una tendenza dissennata, anche se non priva di giustificazioni, come sappiamo. Eppero,  quello che ha retto meglio, in molte parti d’Italia - e non solo al Nord e non in tutto il Nord - sono le amministrazioni locali, incluse quelle regionali. Sono le persone che salvano molti pezzi d’Italia, più che le organizzazioni politiche.  Purtroppo i partiti sono in gravissima crisi dovunque, e dico purtroppo non perché abbia rimpianti, ma perché dei partiti non si può’ fare a meno. Abbiamo già visto come operano coloro che, venendo dalla “società civile”, si prestano alla politica. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla in mano a dilettanti e avventurieri.

Una delle due  Camere del Parlamento da destinare alle  Regioni e alle autonomie locali,  può essere una  soluzione per dare maggiore efficienza allo Stato?

Credo sia una condizione necessaria, ma non sufficiente. Non qualsiasi “camera delle autonomie” può funzionare, ed anche la migliore di per sé non può bastare. Occorrerebbe mettere mano ad una riforma complessiva del sistema delle autonomie e delle amministrazioni statali. Ma non si può continuare a farlo (o a far finta di farlo) senza capire quali sono i problemi reali e studiare seriamente le soluzioni istituzionali adeguate. In Italia si continua con i decreti legge, le riforme urgenti e improcrastinabili, gli interventi su questo o quest’altro aspetto, e il tutto assume sempre più l’aspetto dell’abito di Arlecchino. Anche qui le responsabilità sono dei partiti – del tutto privi delle conoscenze istituzionali necessarie – e dei gruppi di pressione, tra cui l’Anci e l’Upi (i sindacati dei sindaci e dei presidenti delle Province), che hanno svolto sempre un ruolo centralistico e nefasto per un assetto decente delle istituzioni. Sono convinto che se oggi o domani si creasse una Camere delle autonomie ne uscirebbe, dopo mille mediazioni, un organo inutile e incapace di funzionare, dando cosi l’ennesimo colpo all’assetto costituzionale complessivo.

Regge l’elezione diretta del presidente della Regione o va messa in discussione per valorizzare le Assemblee regionali e quindi la maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte generali?

L’elezione diretta resta un punto irrinunciabile e la crisi delle Assemblee elettive non dipende da essa, perché risale a molto prima. La crisi delle Assemblee è, però, un punto importante, una situazione che andrebbe rimeditata. I rimedi ci sono, ma sono i politici che vivono nelle Assemblee a non esservi interessati. La loro aspirazione è – ed è sempre stata - “passare” nell’esecutivo, e questo – per una ragione di fisica elementare – crea la depressione nelle Assemblee. Sta di fatto che esse da molto prima che si introducesse l’ elezione diretta evidenziavano già una condizione di crisi acuta. Se si volesse seriamente rilanciarne il ruolo, non è certo dall’elezione indiretta del presidente che bisognerebbe partire, ma da altre numerose misure. Basterebbe guardarsi attorno per capirlo. I nostri consiglieri regionali guadagnano in un mese quello che i giovani laureati a stento riescono a guadagnare in un anno. Si permettono di sentirsi in crisi? Devono mettersi a lavorare seriamente ed a imparare a farlo.


La debacle della Lega  significa la fine del federalismo?

Che c’entrala Legacon il federalismo? Sono stati al governo per un decennio, più o meno, ed hanno occupato ministeri chiave per le Regioni e le autonomie. Qualcuno si è accorto che l’Italia sia diventata un Paese, non dico ‘federale’, che non significa molto, ma anche soltanto un po’ più autonomistico? No, all’opposto, mai è stato più centralistico.La Leganon ha impedito al Governo, in cui sedeva, di impugnare qualsiasi legge regionale, né di far passare leggi e decreti che hanno fatto carta straccia della garanzie costituzionali delle autonomie. Le Regioni – comprese quelle del Nord - hanno cercato di ribellarsi ricorrendo alla Corte costituzionale:la Legaha mai cercato di far eleggere alla Corte dei giudici che capissero qualcosa delle autonomie, invece che gli avvocati del Presidente del Consiglio? No. E dove sarebbero i meriti “federalisti” della Lega? Nel “portare i ministeri” a Monza? Oppure nella legge sul federalismo fiscale, che è un passo indietro rispetto a ciò che è scritto – ma non applicato dal governo e dal parlamento in cuila Legaha militato – nella Costituzione? Il federalismo della Lega è una bufala, uno dei tanti inganni che hanno minato la credibilità istituzionale del Paese.


Quali differenze avverta dal suo osservatorio privilegiato  fra le Regioni del Mezzogiorno e le altre?

Non esiste una differenza Nord-Sud. Esiste una differenza tra questa e quell’ amministrazione, locale e regionale. Ci sono comuni in Campania con la più alta percentuale di raccolta differenziata, e strutture sanitarie d’avanguardia.  E poi ci sono i consiglieri lombardi e i “San Raffaele”. Il problema centrale è la recessione del Paese, il suo lento scivolare indietro. Siamo ritornati ad essere un Paese di emigrazione, solo che ora sono i giovani laureati ad andarsene. E questo accade al Sud come al Nord, la parte migliore di una generazione che se ne va.  Poi, se vogliamo parlare di amministrazioni, possiamo certo dire che ci sono luoghi, forse più al Nord o al Centro che al Sud, dove la tradizione di buona amministrazione tiene, perché c’è sempre stata e perché la gente controlla i propri amministratori.  Perché questo è il segreto: il livello delle amministrazioni dipende dal livello dei cittadini. Se i cittadini si abituano a controllare chi li amministra, e non a chiedergli dei favori, e a votare per sceglierli, e non per rafforzare i legami di clientela, allora l’amministrazione comincia a funzionare a dovere.  Forse questo è la vera virtù del federalismo.

Palazzo Madama secondo alcune proposte di riforma dovrebbe diventare la camera delle regioni


Nel 2000 quando si aprì la  stagione costituente, lei suggerì alle Regioni del Sud di non inseguire quelle del Nord. Quel suggerimento che fine ha fatto?

E chi sono io per suggerire qualcosa ai ceti politici meridionali? Però a me sembra che le Regioni del Nord siano ferme, non diano grandi segnali di vitalità, anche perché il Governo “federalista” non glielo ha permesso. Le Regioni del Sud restano anch’esse impigliate nei loro problemi, oltre che nella paralisi generale del Paese. Quello che mi sembra cresciuta è però la società civile. Forse mi sbaglio, ma finalmente la voglia di cambiamento si sta manifestando, la gente sembra voler reagire a mafia, clientelismi, malgoverno. E forse anche qualche amministrazione sembra dar segni di vita, penso alla Puglia o alle amministrazioni comunali di alcunecittà.


Qual è il suo giudizio sull’epilogo della stagione costituente nelle Regioni?

È stata una vicenda istruttiva, ha mostrato la piccolezza di una classe politica incapace di pensare in grande. Pagine di parole vuote sui sommi principi e sulle bellezze naturali del luogo, niente di niente che costituisca un contributo a cambiare in meglio le prestazioni della Regione, il suo rapporto con i cittadini, la sua capacità di percepire e affrontare i problemi della popolazione. Nessuna idea istituzionale innovativa, semmai ogni sforzo per contrastare le innovazioni proposte dalla riforma costituzionale. La stagione degli Statuti ha dimostrato una volta di più come la politica attuale non riesca a pensare che a se stessa e, per giunta, senza neppure cercare di capire come risolvere i propri problemi. Una politica autoreferenziale che si è trovata alle prese, in molte regioni, con l’esigenza di rivedere Statuti appena approvati, ma che già mostrano le loro falle. Sono stato trai grilli parlanti invitati qualche volta a esprimere la propria opinione, rischiando di venire schiacciati dal pinocchio di turno. Ho trovato arroganza e incompetenza, miopia e presunzione. E di tutto questo gli Statuti portano tracce evidenti. Molte Regioni (Lombardia e Veneto, giusto per dire dell’efficienza del Nord) hanno atteso anni prima di varare i loro Statuti. E ci hanno dato la prova che mancava: gli Statuti – così come sono stati scritti – non servono a niente, nulla di diverso tra il prima e il dopo la loro adozione, nulla di diverso tra le Regioni che lo hanno approvato presto e quelle che hanno atteso dieci anni o più. Credo che non ci possa essere prova migliore della loro inutilità.


Riscontra  diversità di atteggiamento, nell’adozione degli Statuti, fra Regioni del Nord, del Centro e del Sud?

No, le vicende sono state più o meno le stesse, i problemi e le (non)soluzioni anche. Infatti sono spesso tirati con il ciclostile


Qual è il suo giudizio sullo Statuto calabrese?

Non diverso dagli altri: ha cambiato qualcosa la sua adozione?


Con gli Stati a sovranità ridotta, addirittura con la sovranità monetaria trasferita ad un’istituzione federale e  con la politica di bilancio limitata da un trattato internazionale, quale politica e soprattutto quale politica economica possono svolgere le Regioni, specie quelle svantaggiate come la Calabria? Non è forse un’illusione conferire ai governi locali molti poteri,  se poi le Regioni  non hanno i mezzi finanziari per ridare ossigeno all’economia, difendere le famiglie dalla povertà, costruire prospettive per i giovani?

La prima cosa da osservare è che i “molti poteri” sono riconosciuti sulla carta, ma poi sono stati resi inoperativi dall’atteggiamento dei governi. In secondo luogo, i soldi servono, non c’è dubbio, ma servono anche le idee, e di queste le regioni non hanno dimostrato di averne molte. Dicevo in un’intervista che lei mi ha fatto orami tanti anni fa che “non considerola Calabriauna Regione svantaggiata: se formassimo un bilancio patrimoniale della Calabria, inserendovi il valore di beni come le coste, il mare, la montagna, la qualità dell’aria e delle acque, i beni culturali ecc. avremmo ancora una Regione svantaggiata? Il suo svantaggio è in larga parte causato dalla gestione della cosa pubblica. Le risorse saranno anche poche, ma in Europa esistono regioni ben più “svantaggiate” che hanno saputo fare passi da gigante. Incolpare cause remote serve solo ad un obiettivo: offuscare le vere cause e nascondere il nesso elementare che collega la responsabilità dell’eletto alla responsabilità dell’elettore. La perdita di quel nesso è la causa del vero svantaggio”. Posso sottoscrivere di nuovo oggi queste affermazioni? Regioni e enti locali sono “padroni” del loro territorio, e il loro territorio è spesso – come nel caso della Calabria – la loro ricchezza. Un patrimonio non solo da difendere (per quello che ancora si è salvato), ma da valorizzare – valorizzare non significa però ricoprire di cemento e di insegne luminose. Ci vogliono davvero tanti soldi – e soprattutto tanti soldi “pubblici” – per mettere mano a qualche serio progetto in questo senso?

Ma questo discorso vale per la Calabria come per qualsiasi altra Regione e per il Paese intero.