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Giovedì, 03 Dicembre 2020

Itinerario letterario nel cuore antico del magico Aspromonte

Camminare è un verbo ricorrente nella letteratura calabrese. “Rimettersi in cammino, guardare e vedere, osservare, condividere, raccontare, accogliere. Una diversa etica dell’erranza e della restanza. Partire, restare, tornare non si contrappongono ma si rinviano. Avere riguardo, avere lo sguardo fuori e dentro di sé, ascoltare ed autoascoltarsi.(…) Dobbiamopartire da noi, dalla nostra storia, capire , comprenderci e darci degli imperativi.”
Avevo ancora nella mente queste battute finali dell’ultima, intensa fatica di Vito Teti , Maledetto Sud , un saggio-pamplhet   pregno di succhi  ed echi alvariani , che per Filippo La Porta “ si presenta come avventurosa ricerca della propria spaesata identità”, quando l’amico di quasi una vita Arturo Rocca, uomo dal viso antico, con uno sguardo scrutatore e sempre in cammino alla riscoperta dei violi aspromontani , cancellati dal tempo e dove sempre nuova è l’alba, mi carica sulla sua verde Land Rover .

Una vedute dell'Aspromonte dal territorio di Samo, località Drago a mille metrei di altezza


Con  Francesco, mio figlio, e Paolo Fragomeni , compagni di processione, si parte per un’escursione a Precacore e nella montagna che sovrasta Samo: a suo dire vivremo grumi di emozioni che rumineremo a lungo, per ritrovare , forse , la  felice schiavitù contadina che  la scagliosa e onnivora civiltà dei consumi ci ha fatto  quasi perdere .
Con  il suo sorriso di sempre mi porge il pane di San Fili ancora caldo e il cui profumo diventa un buon viatico per immergersi nelle pietre di pane del magico Aspromonte, nella cornice di un cielo terso che solo la vecchia consunta sponda greca dello Jonio sa regalare nelle giornate d’inverno.
Mi sarebbe piaciuto, raccontando la letteratura calabrese, scrivere una sorta di geografia letteraria della mia Locride, un territorio tormentato, paradisiaco e infernale ad un tempo, del quale gli inviati dei media nazionali e locali preferiscono discettare sulla geografia criminale , appoggiandosi , spesso, a notizie  raccolte  in qualche Procura, amante di protagonismo mediatico, o tra i meandri , spesso fumosi,dell’antimafia militante.
Quanto sarebbe proficuo spalancare l’occhio topografico sui luoghi , i paesaggi , i personaggi che hanno  dato carne e sangue ai tanti romanzi  dei nostri scrittori,  che ci hanno fatto respirare e rivivere la musica interiore di una civiltà che oggi  è quasi scomparsa ma  che è rimasta ben impressa nelle  loro pagine, da gustare a giorno a giorno , camminando appunto sulle loro orme. Uno sviluppo compatibile e innovativo di questa terra potrebbe iniziare proprio da qui , creando sinergie con chi , camminando  da anni, riesce a  trasmettere suggestioni irripetibili, che resistono al tempo.
Pensieri che  ho ritrovato nelle pagine de “ Il senso dei luoghi “ di Vito Teti : “ Spesso i protagonisti delle storie non sono gli uomini , ma gli uomini che vivono nei luoghi, nella natura , nel paesaggio . Ho cominciato a meditare , leggendo Alvaro e poi  gli altri, su come acqua, vento ,  pietre , rocce, fuoco , piante, siano parte dell’antropologia di questi luoghi. In un periodo di invenzione-costruzione d’identità, di disegni di itinerari, di edificazione , di sviluppi più o meno sostenibili, questi scrittori potrebbero diventare la risorsa dei luoghi. Le geografie sentimentali dei luoghi possono   essere scritte da chi ha sentito quei luoghi e da essi è stato sentito .”

Una dell'Aspromonte dal territorio di Samo, località Drago a mille metri di altezza


Camminare è un verbo ricorrente  nella letteratura calabrese , soprattutto del Novecento, che , amava ripetere Pasquino Crupi , nasce itinerante e senza sorriso, “ Camminavo  da solo avanti per Polsi”  scrive Alvaro a  17 anni  nella sua prima opera dedicata a Polsi. E conclude il suo romanzo  Vent’anni  con  le parole :“ Si rimisero in cammino .Camminare voleva dire essere vivi “
Saverio  Strati nel  racconto La  Marchesina che dà il titolo alla sua prima opera scrive nell’incipit :” Camminammo per circa quattr’ore, sempre per cocuzzoli nudi e salite ripide e discese, saltammo come capre burroni e fratte, mentre il sole ci colpiva imperdonabilmente in faccia. Facemmo sosta presso qualche fontana, ci rinfrescammo e  ripigliammo presto il cammino per la strada infuocata.”
Gioacchino  Criaco  così inizia il suo romanzo d’esordio  Anime nere: “ Camminavamo veloci , gli scivolavo dietro come una slitta trainata dai cani , era così da ore. (…)Attraversammo nell’ordine boschi di lecci, bassi e fitti , pieni di cespugli spinosi che a volte vincevano  lo spessore degli abiti e segnavano le carni”.
Arturo mi tranquillizza:” Ti farò camminare poco e quando ti stancherai ci saremo io e Francesco a darti una mano.”
E’ tanta la voglia di ritornare a respirare la natura , la vita , la mia terra ,che ritrovo , quasi per miracolo, forze nascoste mentre, dopo una sosta alla fontana dell’acqua della Rocca  di Samo, iniziamo  l’inerpicata verso il vecchio borgo di Precacore.
Ci fermiamo ad osservare ,estasiati , il  diruto mulino ad acqua e il piccolo ponte che sovrasta  il torrente  Santa Venere che confluisce poi nella suggestiva  fiumara La Verde, dal largo letto ghiaioso.
Cammino lentamente  gustando le tante piante  multicolori abbarbicate sull’arenaria che Paolo  si ferma a fotografare.
Prima di arrivare in paese avevamo ammirato, se pur da lontano ,il bosco di Rudina , sotto l’abitato della vecchia Ferruzzano, toponimo che in grecanico  potrebbe suonare,  secondo il  prof. Orlando Sculli, come “ luogo dove crescono i melograni” e  che ,ad avviso del prof. Spampinato  della facoltà di Agraria di Reggio,  “ rappresenta un ultimo esempio  di vegetazione forestale di bassa quota in ambiente mediterraneo con un livello di naturalità molto elevato dalla notevole ricchezza floristica.”

La grotta del brigante Nino Martino ai piani di Litri, con l'iscrizione del canto alla luna


In Precacore , scriveva  l’arciprete Don Vincenzo Tedesco nella sua “Memoria” dei luoghi antichi e moderni  del circondario, stampata nel 1856 dalla Tipografia Agrelli di Napoli e che conservo nell’edizione  originale  come una reliquia tra le mie carte, “ l’acqua  potabile è buona,  e si fa squisito mele: ma l’aria non è tanto sana. Vi è la pietra molare, e la cote di rasoio. Il suo territorio  è adattato alla pastura degli animali, che fanno la principale industria di quei cittadini. Vi è molta alberatura, consistente per lo  più in querce, peri, ed opunzie. Si produrrebbero però  gli ulivi, i gelsi,e le viti , che si vanno già introducendo, essendosi osservato quanto bene attecchiscono sotto quel clima. La popolazione tutta addetta alla campagna, vive coll’industria degli animali per lo più immondi , e lanuti,  e colla coltura della terra. E benché piccola, ed idiota che sia,  coi soli dettami dell’equità naturale , e coi principi che ereditò dai suoi maggiori , regola sì bene gli affari comunali, che non ha bisogno di essere unita ad altro Comune. Potrà migliorare col tempo , specialmente se si riunisce tutta in un sito , come pare che si voglia effettuare . “
Eccoci arrivati in cima  al vecchio  paese da dove magicamente si  allarga l’occhio sulla nuova Samo , sulla torre di Pitagora, sulla maestosità della fiumare la Verde con la sua ampia sciara di pietre chiare ,dall’accecante biancore lunare.
Con i fondi comunitari nel 2007 sono stati fatti interventi  molto equilibrati   sulle vecchie chiese e le antiche abitazioni. Non posso non denunciare con amarezza che  alcune di queste sono diventate rifugio di capre e pecore.
Un lavoro da completare e che potrebbe essere una importante risorsa  agro-turistica per i giovani rimasti .
Dopo una rapida discesa risaliamo verso la montagna che sovrasta il paese. Incontri improvvisi con la gente del luogo  ci fanno entrare nel  mondo  della vecchia civiltà contadina , chiusa da un patto incrollabile  e mirabilmente cantata da Saverio Strati ,  da Rocco Scotellaro, da Pier Paolo Pasolini.
Solo rileggendo ora con  mente più sgombra  e cuore nuovo le pagine di Strati mi rendo conto che pochi  come  lui hanno scavato  dal di dentro e cantato la civiltà contadina della Calabria. Un narratore meridionalista  e un agiografo del mondo contadino , secondo Geno Pampaloni,   che ha saputo rappresentare in modo realisticamente crudo , cruento  talvolta e nella sua nudità ,la condizione dell’uomo calabrese .
Lungo i tornanti fitti di querce , ulivi e castagni ripenso al  suo breve racconto Io e mia madre , tra i più belli  e intensi del suo esordio narrativo  che incantò Giacomo Debenedetti , che nei primi anni cinquanta lo ebbe come allievo all’Università di Messina insieme agli inseparabili Carmelo Filocamo e Walter Pedullà .Scrive Strati :

Un antichissimo ponte sul torrente Santa Venere ai piedi dell'antico abitato di Precacore


“ Non ricordo in quale anno , un giorno come oggi, andai in campagna con mia madre. Lei camminava avanti ed aveva qualche cosa in testa , ed io dietro , a piedi nudi , la seguivo a malincuore .
“ Ma’ ” le chiedevo a ogni passo “ perché dobbiamo andare oggi a Rodinì a cacciare le pietre dalla vigna ? Non ci possiamo andare un altro giorno  ? “
“ Cammina , figlio mio, e non fare storie. (…)Non riuscivo a camminare dietro a mia madre , che a tratti si voltava e mi diceva : “ Cammina, speranza mia , cammina ! Che ti fai male ai piedi ? “
“ Mi faccio male ai piedi , sì ; mi faccio male ai piedi “ dissi stizzito . “ E tu non mi hai mai  comprato le scarpe . Sempre mi dici : ora te le compro , ora te le compro, ed io vado sempre scalzo. Mi faccio male ai piedi , mi faccio !  “
“ lo so io quello che provo , a vederti a piedi nudi .”
(…)Ero tanto piccolo, che nemmeno immaginavo cosa sia disposto a fare il cuore di una madre per le sue creature. Credevo ,invece, che mia madre fosse ingiusta a portarmi con sé , invece di lasciarmi in paese a giocare con i  miei compagni e a sentire la musica e a vedere la festa.”

Siamo intanto arrivati a più di  mille metri, in località Drago. Arturo  mi porta su un pianoro  da dove lo sguardo spazia  da Capo Spartivento a Punta Stilo . Il sole, alto sull’orizzonte  , crea giochi di luce sulla vecchia Africo  e su Casalnuovo che abbiamo di fronte . Un nido d’aquila a seicento metri , inaccessibile. Scriveva Giuseppe Josca nel settembre del 1957 :
“ Per arrivarci  bisognava fare quattro ore di mulo , perché mai era esistita una strada carrozzabile che lo collegasse alla costa relativamente vicina ( una trentina di chilometri, e mai era comparsa in paese un’automobile , ma che dico, un carretto .Per ricorrere a un paradosso , era come se  gli africesi vivessero nei primordi del mondo , senza mai aver visto una ruota , per non parlare dei treni e simili diavolerie. La gente doveva contentarsi dei frutti  avari dei campi e dei boschi , e di qualche capo di bestiame stentatamente allevato. L’acqua era quella dei pozzi, al tramonto si viveva al lume di candela. L’unico segno  di progresso era il telegrafo , impiantato al principio del secolo solo perché le pattuglie dei carabinieri impegnati nella caccia al brigante Musolino potessero tenersi più facilmente in contatto con il loro  Comando, e che poi , catturato il bandito, vi era stato dimenticato.
Tutto saltò  con la catastrofe del 1951 . Un uragano  di tale violenza che Africo si sbriciolò neanche fosse fatto di sabbia.”


Gianni Carteri in compagnia di Francesco suo figlio ai piani di Litri


Arturo  con  l’entusiasmo di un bambino mi parla di una strada  lastricata in pietra, un vero patrimonio da conservare che dalla chiesa del paese scende  giù fino al greto dell’Aposcipo.
” Ti ci porterò  per immergerti nel  tuo tempo , nella strada che facevi per salire dalla marina al tuo vecchio borgo di Brancaleone…”
Nel cuore si affastellano i ricordi . Quelle strade cesellate e lastricate con cura dall’uomo facevano tutto un mondo. Quando salivamo sembrava di non arrivare mai . Tutto assumeva qualcosa di misterioso: il tronco di un ulivo, un vecchio casolare ,  un frantoio animato  dai contadini , una pietra larga e solida per riposarsi . Ogni cosa aveva una luce diversa  ,  mi inebriava lo stupore  della vita che iniziavo  a percorrere , segnato da rumori  e  voci improvvisi ,  canti lontani che l’eco mi riportava   nella loro interezza e intensità.
Ora il rumore delle macchine  segna il tempo , le distanze .  Alvarianamente ecco come  finisce  il mondo  classico,il mondo antico, il mondo della natura.
La melodia dello scroscio  delle acque dell’Aposcipo nella  gola sottostante ci fa compagnia ,insieme  al gracchiare dei corvi che si inseguono  in assoluta libertà e al parlottio belato delle capre, a me sì care,  con  gli altri animali della montagna che si incontrano  tra loro: si arrampicano testarde per gustare i virgulti più teneri.
Francesco e Paolo  continuano a fotografare  ogni particolare e  il nostro sguardo incantato incrocia quello  lucente e sorridente di Arturo , nostro insostituibile Caronte .
Da un altro pianoro  spaziamo con lo sguardo verso Montalto e la valle di Polsi a noi nascosta . Il Butramo scorre lento verso il Buonamico ,lambendo  la montagna di Campolico che sovrasta  Caraffa e Sant’Agata del Bianco.  Ci divertiamo a leggere il paesaggio della  lontana marina  jonica   che sentiamo  quasi estraneo  rispetto alle  intense suggestioni che  il vecchio Aspromonte  dal cuore antico ci sta  regalando. Una valle questa del Butramo  segnata dalla spiritualità dei monaci italo-greci , dai monasteri ubicati    a croce greca e che avevano nella solitudine e nella  quiete , eremìa  kai hesychìa,  l’aspirazione più alta.
Padre Stefano De Fiores amava ripetermi che la scelta della solitudine non era dettata da viltà , ma dallaconvinzione di non poter essere cristiani vivendo nel mondo corrotto della istituzione ecclesiale mondanizzata . Basilio respinge il sostantivo mònachos e designa i monaci con il semplice nome di cristiani.
Ma è la stessa  letteratura calabrese che nasce sotto il segno del sacro.
La storia dell’ alto Medioevo calabrese fu segnata da questi minuscoli conventi, i Chòrioi , che si popolavano di contadini e davano vita ai piccoli paesi appollaiati sui cocuzzoli delle zone  più impervie.
Risaliamo sul fuoristrada per trovare un ‘altra oasi dove  consumare una frugale  colazione. Il sole incomincia  a calare e i piani di  Litri , a 920  metri di altezza,con la grotta di Nino Martino , romantico brigante del XVI secolo , con apertura  verso  occidente si offrono in tutta la loro primitiva bellezza.
Scrive l’ispettore  Domenico Raso su  Calabria  sconosciuta :
Il toponimo “Litri” , che ,con ogni evidenza è osco come la maggior parte dei toponimi aspromontani , indica la funzione di quella cimasa montana definibile come “ avvio naturale del sentiero.”
Sulla sua  parete di fondo compare ancora una scritta su due righe   indecifrata, più volte interpuntata , che ad occhio e croce sembrerebbe araba. Le sue segnature accuratamente incise nel granito sono state ripassate con una mistura di grasso e polvere di carbone tanto da restare leggibili sino ad oggi.

L’ispettore   ha studiato a lungo la scritta rendendosi conto che si trattava di un inno alla luna, toccante nella sua semplicità  e  densa liricità, e che lui cosi ha  tradotto  poeticamente :
Celeste  signora della notte , luminosa custode dei morti. / Tu che dal cielo proteggi luminosa la terra. / Tu  che offri protezione e tutela ai popoli dei pastori in cammino sotto il cielo notturno. / Tu dono di viva luce nel plenilunio . /  Tu grande madre della nascita , porta della crescita.”
Vale la pena riportare  la sua  emozionata ed emozionante conclusione: “Essa è la regina altera del cielo notturno soprattutto al dodicesimo giorno delle lunazioni quando con occhi severi ,  quasi strabici , domina dal cielo la terra. Nei cinque giorni durante i quali sparisce dal cielo essa è agli inferi a giudicare i morti. Connesso com’è il suo ciclo di ventotto giorni con le mestruazioni , la madre luna è l’assistente divina ai parti e gli anni della crescita si contavano in mesi lunari come quelli degli antichi calendari , era dunque la porta della crescita.
Il resto è emozione pura , universale , di ogni tempo , se talvolta hai avuto la voglia di camminare in montagna o in campagna nei lucori del plenilunio.(…) Sulle  alture  di Litri resta in una grotta-tempio della dea ctonia, questo struggente  messaggio. Da quando fu scalfito e ripassato sul granito sono passati forse cinquemila anni.”

Riprendiamo la via del ritorno a malincuore, in una discesa rapida verso la marina con l’improvviso odore di mare, il respiro profondo dello Jonio, anch’esso carico di miti  dionisiaci e apollinei,  di isole , di scogli e di schiume  d’onda dalle venature  fortemente pavesiane .
All’odore delle mandre si sostituisce quello degli agrumeti.
Arturo, quasi a trattenere  il profumo della giornata , nel fermarsi per  salutare un giovane pastore africese , Santoro Maviglia, nipote di quel nonno immortalato da Corrado  Staiano  nel suo celebre “ Africo”, ritorna con un mazzo di mirto  inebriante.
Nella pasticceria Canturi  di Bianco ci rituffiamo nella modernità  dei dolciumi e delle belle ragazze che , spensierate  e civettuole ,concedono ai più giovani sguardi  saettanti   e carichi di  speranzose attese .
L’incanto è finito ma  si  è rinnovato l’amore per questo nostro maledetto Sud  e il magico Aspromonte, dal cuore sempre più antico: un grumo di emozioni difficili da dimenticare.
Guardo Francesco  , che per unagiornata è entrato nel mondo dei Padri ,che non è più un  mondo chiuso e immobile ma  dal quale è necessario il distacco.
Con gli occhi umidi  mi ripeto i versi di Rocco Scotellaro , il giovane sindaco-poeta di Tricarico:
Un padre che ama i suoi figli / può solo vederli andar via:”