Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Sabato, 15 Agosto 2020

Un “calabrese della diaspora” in motocicletta. Da Ovest ad Est, alla ricerca di un pezzo di mondo e di se stesso

Antonio Femia: architetto e blogger quarantenne, uno dei tanti, troppi calabresi della diaspora emigrato a Roma dopo la laurea, ormai più di dieci anni fa. Decide un giorno di vivere un’esperienza nuova, una di quelle che cambiano la vita: un Antonio Femia: architetto e blogger quarantenne, uno dei tanti, troppi calabresi della diaspora emigrato a Roma dopo la laurea, ormai più di dieci anni fa. Decide un giorno di vivere un’esperienza nuova, una di quelle che cambiano la vita: un viaggio in moto, in solitaria, partendo da Roma attraverso Grecia, Bulgaria, Moldavia, Ucraina, Russia, Kazakhstan fino in Uzbekistan a Samarcanda.

Antonio Femia


A distanza di qualche tempo, riordinate le idee, le sensazioni, i ricordi, ne viene fuori un ebook, acquistabile sui maggiori siti e-commerce del web, dal titolo ”Questa non è una guida. Resoconto foto - emotivo di un viaggio in moto a Samarcanda”.
Il libro ha il linguaggio schietto di chi racconta una storia senza risparmiare descrizioni “colorite” degli stati d’animo vissuti e delle situazioni via via createsi con i personaggi incontrati durante il cammino, il tutto descritto con uno stile narrativo personalissimo che tiene incollato il lettore al testo fino all’ultima pagina.
Il modo naturale di raccontare i paesaggi, le storie dei popoli, le architetture delle città, i momenti esaltanti del viaggio, i decadimenti di morale, le tragicomiche situazioni vissute, tra svariate proposte di matrimonio, sbronze epocali, scambi di opinione in improbabili miscele di russo, inglese, calabrese e pensieri sull’io più profondo, intervallati da migliaia di chilometri in mezzo al nulla, rivelano storie di vita di gente semplice, che, come si potrà leggere, si è quasi sempre prodigata per aiutare quell’ italiano arrivato fin lì in moto.
Le sensazioni descritte, senza filtro alcuno, danno l’impressione di averlo lì, a raccontare la sua storia, le sue paure che spesso lo hanno rallentato ma che subito, grazie alla sua indole, a tratti incosciente e testarda, ma anche all’aiuto morale a distanza, ricevuto spesso dalle persone care, sono state placate da una viscerale voglia di scoprire. Forse realmente con questo viaggio, Totò Le Motò, come si fa chiamare su Facebook, ha scoperto un pezzo di mondo e di se stesso. Ed ha anche messo in pratica che nella vita, se non ci riesci la prima volta e ti fermi a ragionare e a raccogliere le forze, la seconda volta ce la puoi fare.
L’opera è corredata, tra un capitolo e l’altro, da una raccolta di fotografie e link che permettono di raggiungere su Youtube i video girati durante il viaggio e, piacevole novità, da una playlist musicale in streaming che accompagna il lettore capitolo per capitolo.
Abbiamo raggiunto Antonio tramite Skype che ci ha parlato della Calabria, di sé e del suo viaggio:

Ti definisci un “calabrese della diaspora”?

Sono assolutamente definibile un calabrese della diaspora. Sono partito dopo la laurea in cerca di una strada, non che non avessi possibilità in Calabria, perché comunque, ho due fratelli ingegneri di cui uno ha uno studio già avviato, quindi avrei potuto lavorare con lui, ma ho voluto trovare da solo la mia strada. Lavorare presso una casa editrice era l’unica cosa che trovai queltempo, ma io volevo fare l’architetto. Mi sono trasferito a Roma dove ho avuto delle soddisfazioni professionali, anche se, alla fine, anche qui visti gli scenari economico finanziari globali e italiani, la situazione era diventata difficile.
Rispetto alla diaspora, il pensiero che ho maturato in questi anni è che il popolo calabrese è un popolo strano. Fuori dalla propria terra fa cose spettacolari: c’è chi riesce a diventare garante di qualche authority, c’è chi riesce a diventare magistrato di punta in inchieste nazionali ed internazionali, c’è chi fa il primario d’eccellenza. Quasi tutti riusciamo a trovare delle soddisfazioni professionali ed avere la dignità del lavoro.
Molti dei calabresi che rimangono in Calabria, invece, accettano passivamente quello che purtroppo è uno stato di cose basato sul clientelismo e non riescono ad uscirne, accettano passivamente questa situazione e ci rimangono. La diaspora ha radici antiche di almeno 150 anni, e con questo ho detto tutto. Non credo sia un processo reversibile, credo che la situazione politica che si è creata in Italia, richiede che ci sia una parte ricca e una parte povera e noi apparteniamo alla parte povera, da mantenere in questo modo. Mi rendo conto che può essere un pensiero estremo, visto agli occhi dei più, ma è questo quello che penso.

Se un giorno potessi, ritorneresti in Calabria a produrre reddito, o non è possibile vista la situazione?

Il rapporto con questa terra è di amore e odio, mi rendo conto che a 40 anni ancora non l’ho capita. Mi ritrovo a interagire e comprendere dinamiche di terre lontane come l’Uzbekistan o la Cecenia, ma trovo grosse difficoltà a capire in maniera logica e lineare quello che succede in Calabria, una terra bellissima con dei paesaggi spettacolari, dove c’è una bontà e un’umanità nelle persone ancora forte, ma, ci sono dei rovesci della medaglia che hanno più peso delle cose positive. Un immobilismo economico, e tante volte culturale che io non riesco a sostenere. Però quando ci torno, ci torno con piacere ma per un tempo limitato, poi ad un certo punto riparte la voglia di andar via a vedere qualcos’altro.

Perché questo viaggio e da cosa nasce il desiderio in un viaggiatore solitario?

Fino ai 30 anni non ho viaggiato, non avevo abbastanza soldi, non avevo una moto e nemmeno pensavo fosse possibile, dopo i 30 anni, prenderla e andare in giro per il mondo. Ho cominciato ad usare questo mezzo per causa di forza maggiore, perché a Roma la macchina crea più problemi che altro. Dopodiché ho iniziato a fare dei piccoli giri e ho scoperto che la cosa oltre a riuscire, mi dava delle soddisfazioni. Quindi, è venuta fuori tutta la voglia di vedere il mondo e trovare le connessioni con quello che è la nostra cultura. Nei racconti di mio padre ci sono delle similitudini che man mano che mi spingevo oltre con i miei giri riscontravo: un certo senso di ospitalità, di affrontare la vita, di vivere con poco, e questa è una delle cose che mi ha attratto. In solitaria, perché siamo circondati da gente che parla e sostanzialmente, non ha nulla da dire, è il problema della logorrea contemporanea, tutti parlano, i mezzi d’informazione, il web 2.0, oggi ognuno può dire quello che vuole, e quando uno può dire quello che vuole, dice quello che gli passa per la testa, e non sempre è interessante. Per cui ad un certo punto ti accorgi che non hai più la possibilità di entrare in contatto con te stesso, cosa che ai più fa paura, rimanere solo, faccia a faccia con i tuoi dubbi, le tue paure, ma anche con le tue gioie. Il primo viaggio lo feci da solo, per caso: dovevo partire con un’amica, ma all’ultimo momento mi ha dato buca, sono partito lo stesso per un breve giro dei Balcani di dieci giorni e lì ho scoperto una dimensione spettacolare: la possibilità di entrare in contatto con chiunque, la gente mi vedeva come un eroe, mi chiedeva se veramente fossi arrivato fin lì con la moto ed era contenta di darmi aiuto e ospitalità. Le porte si aprono, non ho mai avuto seri problemi con le persone che ho incontrato, anche in posti che i media ci descrivono pericolosissimi come la Cecenia, dove ho rischiato di essere messo sotto da un taxi, ma non più di quello, anzi, poi il tassista mi invitò a pranzo.

I posti raggiunti ti hanno portato a vivere una serie di avventure, ad incontrare individui sconosciuti, città sconosciute, che a tratti rivelano delle similitudini con noi e le nostre radici, i nostri modi di vivere e pensare. Cosa unisce noi cittadini del sud Italia con i russi, georgiani, rumeni, turchi, gli uzbeki?

In questi giorni sto scrivendo qualcosa su questo argomento. Sostanzialmente il Mediterraneo, non si esaurisce nei confini geografici delle coste, arriva molto più in là, è stato un luogo di invasioni, conquiste e scambi di ogni tipo, arriva ai confini della Cina, dove si spinse Alessandro Magno, e, al contrario Gengis Khan, qualche secolo dopo si spinse verso ovest fino all’Europa orientale. In mezzo c’erano i turchi che noi abbiamo chiamato saraceni, ci hanno invaso per secoli, i greci hanno fondato le loro colonie sulle coste calabre. Alla fine secondo me, il Mediterraneo è grande arriva fino in Cina, e noi stiamo in mezzo. Dalle mie parti tanti cognomi sono di origine araba, il nostro dialetto catanzarese ha delle parole che si pronunciano con la consonante aspirata, noi siamo il risultato di tutto questo mix di culture e razze che va dall’Estremo Oriente fino in Occidente, è un unica terra che va dall’Adriatico al Mar Giallo. Le similitudini dei vari popoli sono ampiamente riscontrabili, nei modi di parlare, di agire, di aiutare il prossimo, di vivere ed essere felici con poco.

Come ti sei preparato all’avventura?

Per quanto si vada in terre poco ospitali, con deserti, strade sterrate, escursioni termiche importanti, quello che si va a fare, non è una gara. Il viaggio si fa lentamente, la preparazione che va fatta è soprattutto logistica e cioè quella dello studio della situazione politico burocratica dei paesi da visitare, che comprende soprattutto i visti e le dogane, informarsi se sono in atto dei moti di popolo o situazioni di pericolo a livello sociale, che di solito avvengono nelle grandi città, quindi basta pianificare il percorso escludendo queste zone calde, in ultimo cercare di avere qualche informazione riguardo alla religione professata e le varie etnie che abitano questi paesi. Comunque oltre allo studio e alla conoscenza dei luoghi, bisogna spesso e volentieri seguire il proprio istinto.

E l’idea del libro?

Questo non è il primo viaggio che faccio da quelle parti, quando feci le prime escursioni, presi le informazioni dai forum di motociclisti viaggiatori sparsi per il web, quindi ritornato da quest’ultimo, che è stata una pietra miliare nella mia vita, ritenni giusto raccontarlo, ed iniziai a scrivere delle puntate sui forum. Man mano che scrivevo, ricevevo dei commenti entusiasti degli utenti, e, man mano che scrivevo cambiava il tipo di scrittura e l’oggetto del racconto, perché passai dallo scrivere un report di viaggio nelle prime pagine, ad un vero e proprio racconto dove descrivevo i mie pensieri e le mie sensazioni, diciamo un racconto più introspettivo di quelle giornate dove comprendi cose della tua vita ordinaria, del genere umano, trovandoti a riflettere sugli incontri fatti, sugli errori e sulle tue capacità. Questo aiuta il viaggio in solitaria, il fatto di stare dall’alba al tramonto da solo, in mezzo ad una varietà di paesaggi e di incontri, comunque necessariamente, a qualcosa devi pensare.

Durante il viaggio si sono alternati momenti di sconforto e malinconia a momenti di euforia e allegria: è la sindrome del viaggiatore solitario o altro?

Ci hanno abituato a pensare al viaggio, come lo spostamento da A a B, con i mezzi di trasporto di massa, non vivi attivamente il viaggio, cioè sali su un treno o un aereo guidato da un altro, cerchi arrivare il prima possibile e sbarchi direttamente alla meta programmata; altra cosa. Invece, è andare da A a B, attraversando tutta una serie di punti che uniscono la partenza e la meta, quindi soprattutto con una moto, ti trovi a patire il caldo ed il freddo, a mangiare polvere a guidare sotto la pioggia battente, a cercare la strada giusta per arrivare, che in sostanza sono cose normali in un viaggio del genere, cioè se uno le fa vuol dire che gli piacciono. Il problema è quando ti rendi conto che hai tempo limitato perché sei in ritardo sulla tabella di marcia, quando ti accorgi che quella strada che hai deciso di fare non è così facile da fare, quando ci sono dei problemi che ti sembrano insormontabili, quello è lo sconforto. Invece l’esaltazione è quando riesci a fare qualcosa che ti sembrava impossibile, in quei momenti hai la bella sensazione di essere di onnipotente, l’esaltazione è una cosa che va oltre l’autostima, ci sono dei momenti in cui ti senti realmente immortale e nello stesso tempo pensi:”Ok anche se la morte arriva adesso, non avrebbe potuto scegliere momento migliore”. Sarebbe come per il direttore d’orchestra morire alla fine della sua esecuzione migliore.

Quale è stato il momento più difficile e come ne sei venuto fuori?

Sono stati due i momenti più difficili, sicuramente quello descritto in copertina, dove sono rimasto bloccato in mezzo al deserto con la moto impantanata nel fango. Ho fatto ciò che andava fatto, cioè trovare il modo di tirarla fuori in pieno deserto, episodio che ha avuto delle conseguenze sul prosieguo del viaggio e sullo spirito con cui l’ho affrontato. L’altro episodio brutto l’ho vissuto al ritorno, in cui sono caduto ad alta velocità su una strada deserta, ferendomi seriamente ad un ginocchio.

Il ritorno al “comodo” occidente e al ménage quotidiano è stato come un brusco risveglio da un sogno che ti ha lasciato vaghi ricordi o che ti ha reso consapevole di aspetti della vita che finora non avevi mai analizzato profondamente? In pratica, qual’è il bilancio che ne viene fuori?

Il bilancio che ho tirato fuori da questo viaggio è assolutamente devastante, perché non è chi mi sia svegliato da un sogno, ma è iniziato un incubo, nel senso che non essendo il primo viaggio che ho fatto da quelle parti in solitaria, ho avuto l’ultima e definitiva conferma che io per quelle cose ci sono fatto, ci sguazzo, me le so gestire e ultimamente ho anche scoperto che ho anche una discreta capacità di raccontarle. Il ménage quotidiano è qualcosa di devastante per me, perché tornare all’Occidente, “comodo ma con poca soddisfazione”, è qualcosa che mi fa particolarmente male perché faccio le cose che faccio cioè l’architetto, per pagarmi la possibilità di continuare a fare quello mi piace fare, cioè i viaggi in moto. Questo è un circolo vizioso che non mi sta più bene. Cercherò quindi al più presto di riuscire a partire per un altro viaggio con difficoltà e avventure sempre nuove,  magari riuscendo a finanziarlo scrivendo, perché guardare la moto parcheggiata fuori da studio, durante le pause sigaretta, è qualcosa che non riesco più a sopportare, il richiamo di quei ricordi è inevitabile, come è inevitabile continuare a viaggiare e a vivere in questo modo. C’è chi sta bene in poltrona, o a districarsi tra mutui, finanziarie, aperitivi e feste esclusive, a me tutto ciò non interessa.

Cosa ha cambiato in te questo viaggio?

Non rinnego niente di quella che è stata fino ad ora la mia vita, perché se ho fatto delle scelte le ho fatte con cognizione di causa, ha cambiato in me il fatto di sapere che il mondo non è pericoloso come ce lo descrivono, che il mondo è vario, e che la varietà della gente con i suoi punti di vista differenti è una ricchezza. Di sicuro io non mi sento più uno di quelli che ha ragione, non penso più di avere ragione quando discuto con qualcuno, penso che il mio punto di vista sia altrettanto valido come il punto di vista del mio interlocutore, e questa è una buona partenza per prepararsi al viaggio, per vedere il mondo.

Nella sinossi del volume si legge: “Momenti, profumi e stati d'animo narrati dall'autore in uno stile schietto e ruspante, alla scoperta di un pezzo in più del mondo e di se stesso”. Il pezzo di mondo lo hai scoperto, e te stesso?

Ho scoperto sicuramente la possibilità di poter contare su me stesso, cosa che nella vita di tutti i giorni non è chiara e lampante. Cavarsela quando si ha un problema nel deserto, rialzarsi dopo una caduta a 100 Km. orari e continuare senza nemmeno un giorno di pausa medicandosi da solo la ferita, riuscire a cavarsela dove la gente parla un’altra lingua e tu a malapena riesci a comunicare, dormire in mezzo al deserto in una tenda, tutto ciò ti da l’idea della misura in cui sei in grado di vivertela da solo, e soprattutto di starci bene. E questo il pezzo di me che ho scoperto.

Quale sarà il prossimo viaggio?

Sto valutando se fare il giro dell’Eurasia, passando per la Siberia, la Cina, l’India e il Pakistan, per poi rientrare; oppure arrivare in Giappone, da lì tramite un traghetto sbarcare in Alaska e scendere giù percorrendo tutto il continente americano fino alla Terra del Fuoco.