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Venerdì, 04 Dicembre 2020

L’Aspromonte che Giorgio Bocca non ha capito e “L’inferno” costellato di bugie…

Nudo nel cuore dell’Aspromonte. A milleduecento metri di quota, ai piani dello Zillastro, all’incrocio dove la Statale 112 si offre a tre direzioni, la prima che punta Platì e lo Jonio, la seconda che precipita verso Santa Cristina d’Aspromonte e Nudo nel cuore dell’Aspromonte. A milleduecento metri di quota, ai piani dello Zillastro, all’incrocio dove la Statale 112 si offre a tre direzioni, la prima che punta Platì e lo Jonio, la seconda che precipita verso Santa Cristina d’Aspromonte e da lì al Tirreno, la terza in dubbio se scovare il Sanatorio di Zervò mimetizzato tra i faggi o se proseguire sulla strada di cresta e più in là immettersi nella pista per Polsi. Nudo e in croce. Che spicca da una montagnola di pietra ed è chiuso in un recinto. L’uomo nudo è il Cristo. Ed è di legno. Non è li da tanto, non c’era ancora, e nulla ha potuto, durante l’inutile battaglia, accaduta lì davanti, tra canadesi e italiani giusto il giorno dell’armistizio, l’otto settembre 1943. Saranno tre decenni che vel’hanno inchiodato. Occorreva alla montagna, a redimerla. Doveva mostrarsi presenza che sgombrasse le ombre sinistre che le aleggiano intorno. Ora, in pieno inverno, è un povero Cristo. Ché fa pena vederlo così, esposto al freddo, disperso tra i fumi di una nebbia che sa opporsi ostacolo insormontabile, un involucro bianco che a volte diventa un tutt’uno con il cielo e nega il bosco, i piani, la stessa strada. Non sarà lì da tanto, ma tante ne ha viste e passate. Gli hanno persino sparato. Un colpo di pistola sul costato. Una bravata dettata dal vino, non viene da credere a uno talmente indurito di cuore da sparare con intenzione, per sfregio. La mano ubriaca e sacrilega è rimasta anonima, come si conviene a un monte da cui trasuda omertà.
Per arrivarci dai paesi sul Tirreno, tocca prima attraversare la Piana, bordeggiando gli aranceti ingioiellati dai frutti o sotto una cappa di alti ulivi dalle grinze secolari. Giungere a Santa Cristina – sono già le prime pendici dell’Aspromonte – e percorrere la strada che da lì in poi ha fretta di portarsi in cima. Ai seicento metri, non è più aria per gli ulivi. Sono freddolosi, non sopportano la neve. Quando c’incappano, si sciancano sotto il suo peso, i rami si schiantano con un rumore simile alla raffica di una mitraglia. Li soppiantano castagni dai grossi tronchi, e da ampi cappelli che impediscono vaste porzioni del cielo. Da aprile a novembre però. Per il resto del tempo sono spogli e spingono in ogni direzione disordinati rami tentacolari. Dove si posano i tordi. Bersaglio dei fucili, in quella che è una vera e propria imboscata, comodi per i cacciatori che sparano da posato, a botta sicura. I castagni non vanno molto più su degli ulivi.

Santa Cristina d'Aspromonte


La mezza collina è già tanto, oltre non resistono, senza il vestito di foglie non riuscirebbero a svernare. E cedono all’erica, una pianta tosta, che ha sfamato i poveri con il mestiereproibito del cioccaiolo, quando null’altro c’era per guadagnarsi la giornata.
Se ne asportava il ciocco, l’escrescenza tra il terreno e le radici, e lo si vendeva agli artigiani pipai – questi lo lasciavano riposare tre, quattro anni prima di abbozzare le pipe. Ma sono i faggi a stabilire ch’è già montagna. O i pini dai tronchi diritti, e grossi che per cingerli non bastano le braccia a catena di tre ragazzi. Si ergono alti, con cime che sembrano voler pungere il cielo. Ginetto giura d’averne visto uno che ha provocato la pioggia, la volta che gli è riuscito di bucare una nuvola imprudente, scesa troppo in basso.
La strada si placa in cima. E largheggiano i piani.
Là si erge il Cristo, nello stravento, esposto a ogni tempo.
D’estate lo inchioda il sole: gli manca il riparo dell’ombra che la faggeta di fronte produce abbondante, per il fogliame talmente fitto che riescono a penetrarlo solo pochi raggi, fasci cilindrici che tranciano polverosi l’aria tenebrosa e piantano in terra figure tondeggianti, deformate dall’inclinazione. L’aria è gradevolmente fresca. E il Cristo ha sempre compagnia – arrivano in tanti per le scampagnate – e si sazia con i buoni odori della mercanzia casereccia esposta ai suoi piedi, formaggio pecorino, quello con il quaglio, salami, capicolli.
In autunno, si gode lo spettacolo della faggeta nelle tinte soavi della morte, in un tripudio di colori, giallo, arancione, rosso, con le foglie che fluttuano leggere nell’aria o dilatano caparbie l’agonia sui rami, altre che macchiano di sangue il suolo. Finché una ventata spazzola la natura e trasforma tutto in una desolazione marcia e spoglia.
D’inverno, gli grava addosso l’oppressione del cielo. Solo la neve riesce a ingentilire il paesaggio intristito. Il levante sale prepotente dalla marina ionica e s’abbatte a folate distanziate, ne giunge una, nemmeno il tempo che il soffio si spenga in lontananza e da lontano sorge il fruscio di un’altra, che poi passa con uno stridio sinistro sulle cime dei pini, scuote le nudità dei faggi, fischia la sua rabbia nel sottobosco, impatta sulla croce con il Cristo lassù, solitario e indifeso, e con la sola compagnia di vacche dal fiato fumoso che aggiunge spessore alla nebbia. Sono le vacche sacre. Sacre perché nessuno ne ha mai fatto bistecche nonostante siano libere all’agguato. Se intoccabili come quelle indiane, perché le si porta lo stesso rispetto, e qui il rispetto è degli ’ndranghetisti, saranno di loro proprietà, hanno pensato. Sbagliando: il rispetto sa essere altro, non per forza ’ndrangheta.
È la primavera la stagione più bella. La natura dà il meglio di sé nel vestire i faggi di un manto verde chiaro. Spiccano gli steli violacei degli asparagi e spanciano la terra fiori dai più svariati colori, i pallidi ciclamini, la genziana, orchidee selvatiche.
Immortalano spesso il Cristo nei servizi televisivi, da quando mamma Casella là s'è incatenata per smuovere le coscienze, per strappare pietà ai rapitori del figlio sequestrato da un’eternità, per mettere a nudo l’inettitudine o lo scarso impegno dello Stato.
Separa due mondi, il Cristo: il verde lussureggiante del versante tirrenico e le terre brulle e riarse che di costone in costone precipitano fino allo Jonio, tra rocce che la terra trattiene a fatica e altre rotolate giù a ingombrare la strada.

Giorgio Bocca (Cuneo, 28 agosto 1920 – Milano, 25 dicembre 2011) giornalista e scrittore, ne “L'inferno. Profondo sud, male oscuro”, uno dei suoi numerosi saggi, dedica un capitolo alla Calabria che ha suscitato reazioni piccate e critiche.


Alle spalle del Cristo, un bosco di pini marittimi. È sempre notte lì dentro, tanto gli alberi sono piantati stretti. In quel buio è ormai introvabile un’altra croce, più vecchia, in tubolari metallici, infissa nel punto dove, nel ’43, un bovaro fu centrato dalla mitraglia di un aereo inglese, perché, piuttosto che mettersi al riparo appena la sagoma macchiò il cielo, come aveva fatto il fratello, si attardò a staccare i due buoi dal carretto e le aste si sollevarono e furono scambiate per una minaccia. Il sole non ce la fa a penetrare la pineta. Nemmeno la neve riesce a adagiarsi a terra. E del vento non passa un filo. Apposta non può essere suo il lamento che di notte squarcia il silenzio, passa sibilando tra i tronchi e diventa assordante lì dove si consumò la tragedia – i vecchi lo sussurrano lo strazio dell’anima del bovaro non rassegnata al trapasso. La pineta costeggia la strada che punta il Sanatorio.
Oggi è una striscia d’asfalto, prima era una pista con pietre infisse nel terreno, talmente irregolari da non consentire il transito delle macchine, anche asili e muli trovavano difficoltà a percorrerla.
Di fronte, un rudere, bombardato, distrutto dall'incuria, non è dato sapere. A ovest, largheggia una prateria, seminata a niente e che invece in tempi di fame era rigogliosa di orti, patate e grano soprattutto.
Bella e incontaminata, la montagna. Merito della paura di cui la si è avvolta. Merito delle dicerie e delle leggende che le aleggiano intorno. Invenzioni per lo più. Hanno creato un mostro che non c’è. Giorgio Bocca su tutti. Scrive: “Nel 1968 a Saigon prendevo un taxi e mi facevo portare nelle terre e negli acquitrini dei vietcong in quello stato febbrile, fra paura e curiosità, di chi rischia la vita perché è il suo mestiere e oggi, 1992, a Locri di Calabria, a settant'anni suonati, è un po' la stessa cosa: andare da solo nell'Aspromonte è da stupido, ma se non ci vado che cronista sono? E allora saliamo sull'auto, andiamo…; ”Su un cartello c'è scritto Piani di Zomaro. E su un altro: ’Attenzione, possibili scontri a fuoco’”; “Hanno sparato anche al Cristo, quattro pallottole nel costato”; “La sola cosa che funziona sempre è la cabina telefonica vicino al bivio dello Zomaro, da lì sono partite otto telefonate su dieci ai parenti dei sequestrati”; “Il dottor De Feo, fuggito due volte, è stato ripreso dalla gente di San Luca uscita alla sua caccia e riconsegnato ai rapitori”, eccetera, eccetera, menzogne su menzogne. È un imbroglio vergognoso: Giorgio Bocca sarà stato una grande penna ma era grande pure come contaballe; l’Aspromonte non è questo descritto da lui, non c’è alcun pericolo ad andarci, né di giorno né di notte, non c’è il cartello che avverte degli scontri a fuoco, è solo uno il colpo nel costato di Cristo – ugualmente riprovevole e raccapricciante, però solo uno – non c’è la cabina telefonica, non esiste che i cittadini di San Luca abbiano riconsegnato il sequestrato ai rapitori. Invenzioni che inducono a pensare che l’impavido non sia mai entrato in Aspromonte. In compenso ha venduto agli allocchi migliaia e migliaia di copie del libro che lo racconta nei dettagli. E ha disonorato una montagna nobile. Il Cristo lassù doveva essere distratto, non se n’è accorto o ha steso un manto di misericordia.
Comunque, va bene così. Grazie anzi a Bocca, se le sue panzane sono servite perché qui tutto restasse intatto e selvaggio, di una bellezza da godere.