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Giovedì, 03 Dicembre 2020

“Alvaro uomo mediterraneo e scrittore europeo”. L’approccio allo scrittore di San Luca di padre Stefano De Fiores

“Alvaro si è preoccupato dell’uomo, dei valori fondamentali, di indicare la direzione della storia in una lettura profetica del tempo”. Cosi scriveva padre Stefano De Fiores. Più di vent’anni fa Pepè Marando, santolucoto intelligente e amante dell’opera di Corrado Alvaro, “Alvaro si è preoccupato dell’uomo, dei valori fondamentali, di indicare la direzione della storia in una lettura profetica del tempo”. Cosi scriveva padre Stefano De Fiores. Più di vent’anni fa Pepè Marando, santolucoto intelligente e amante dell’opera di Corrado Alvaro, mi regalò, con il suo consueto stile cerimonioso e attento alle vicende degli uomini, un volumetto dal titolo suggestivo “Corrado Alvaro: cultura, mito, realtà”.

Padre Stefano De Fiores


Raccoglieva gli interventi di un convegno sullo scrittore di San Luca del 23 e 24 giugno 1979, curati da Giuseppe Gigliozzi e Silvio Amelio. Il convegno sancì il gemellaggio tra il paese aspro montano e Valllerano, il paese in provincia di Viterbo dove lo scrittore  riposa per sempre e l’inaugurazione del monumento sanluchese in onore del grande scrittore , opera di Silvio Amelio.
Io che avevo iniziato a leggere avidamente Alvaro, sollecitato anche dai gustosi aneddoti di Pepè che lavorava  con me nella scuola di Platì, rimasi colpito da subito dell’intervento di Padre Stefano De Fiores che non conoscevo di persona ma del quale mi aveva parlato, estasiata, mia  madre al ritorno di un suo pellegrinaggio a Polsi  sul finire degli anni Sessanta.
“ La sete di significato” ha per titolo eloquente l’intervento del Nostro e l’incipit è espressione  di un ‘attesa e di speranza per chi metterà mano allo studio dello scrittore di San Luca: ”Corrado Alvaro attende ancora il suo Galileo. Si è sollevato il velo da tanti aspetti del suo mondo letterario, culturale e umano. Ma a quali lidi approderà lo studio del suo itinerario spirituale nessuno può attualmente immaginare“.
Il monfortano indica da subito una via maestra: “Voglio dire che Alvaro non si è contentato della registrazione banale degli eventi, ma ha cercato il  di più” delle cose. Al di là del mondo fenomenico ha rintracciato il mondo dei significati“ (…) La sua sete di significato è espressa da una delle tante sue confessioni, difficili , ma sincere :” Ci si fa, sotto un’improvvisa rivelazione , le domande più antiche e senza risposta: che cosa è la vita, che cosa siamo, che cosa stiamo a fare”.   Sono domande globali che concernono tutta l’esistenza e il suo senso definitivo , rientrano quindi nella problematica religiosa “
Fu per me un impegno morale la dritta di Padre Stefano. Ricordo che prima di andare a scuola ogni mattina dedicavo quasi due ore allo studio di tutta l’opera alvariana. Annotavo e ruminavo durante il giorno discutendone  poi con i miei  maestri ( Stefano Iacomuzzi, Geno Pampaloni, Lorenzo Mondo,Pasquino Crupi, Vito Teti). Un approccio alle pagine alvariane ricco di illuminazioni improvvise, di spaesamento, di amarezza per uno scrittore  per anni dimenticato dalla grande critica militante. Toccava a noi calabresi invertire la rotta .
Geno Pampaloni in una mattinata fredda dell’aprile 1994 nella sua bellissima villa ottocentesca di Bagno a Ripoli quasi mi intimò con la sua voce ormai tremante e stanca: “Metta da parte Cesare Pavese, ora tocca al nostro, al suo Corrado Alvaro “.

Corrado Alvaro


Mi tornavano di continuo le parole scritte da Padre Stefano: “Alvaro si è preoccupato dell’uomo, dei valori fondamentali, di indicare la direzione della storia in una lettura profetica del  tempo, ha additato una nuova struttura sociale fondata sull’ordine economico, ma soprattutto sui valori morali e umani. Quanto al cristianesimo di Alvaro , urge uno studio di vasto respiro che colga diacronicamente i vari momenti  e i traguardi del suo itinerario religioso. La sua posizione più costante sembra quella di  “un cristianesimo senza chiesa” sul tipo di Silone.Forse a causa di un cattolicesimo e di una religione, i cui difetti  e compromessi non potevano sfuggire all’occhio critico di Alvaro “.
Tutti I miei  saggi su Alvaro  hanno avuto come  punto costante di riferimento   queste  indicazioni precise e illuminanti di Padre Stefano ed è anche per questo che i nostri destini  si sono incrociati più volte e ne    è nata  un’amicizia forte ed  operosa  che mi ha consentito di  fare crescere la mia anima e  la mia visione critica della letteratura.
Egli ci ha lasciato, con la pubblicazione del suo “Itinerario culturale di Corrado Alvaro”, pagine  dalle quali non si può prescindere  se si vuole capire l’opera e la vita dello scrittore di San Luca. Un paese da dove inizia l’itinerario dello scrittore e dove esso termina con  un ritorno ai suoi valori fondanti. Dà voce a quel mondo ormai  sommerso, ma colmo di valori e tradizioni di vita. Nel labirinto della  città, della civiltà disumanizzata, delle manipolazioni genetiche, ben descritte in Belmoro, non si può non tornare al recupero dei valori paesani  fatti di  semplicità, solidarietà, senso della famiglia , fede religiosa.
“ Uomo mediterraneo e scrittore  europeo”, non si stancava di ripetere Padre Stefano, specificando con la sua cadenza classica e un parlare forbito e  scandito quasi metricamente, spesso intercalato dalle voci dialettali della sua  amatissima San Luca, che il Mediterraneo “ non è solo un ammasso di mari e neppure soltanto l’ambito geografico dove cresce l’ulivo. E’ un crocevia di civiltà e di conflitti,  un luogo d’incontro di religioni, una storia di popoli che si sono combattuti e poi fusi gli uni gli altri come forse in nessun’altra area del nostro pianeta. Nell’arco del Mare nostrum nascono la Torah degli ebrei, Il Vangelo dei cristiani  e il Corano dei musulmani . Si instaura tra di essi la tolleranza e perfino la convivenza pacifica e talora profonda” .
Un concetto che Padre Stefano mutua dal pensiero alvariano il quale sottolineava sempre l’universalità e il cosmopolitismo delle civiltà mediterranee in confronto alle altre civiltà esclusive.

San Luca (RC)


Scrive Alvaro: “Quando le nazioni e i popoli che si affacciano su questo mare si accorgeranno meglio di far parte d’un medesimo sistema naturale, d’una sola tradizione di storia e di cultura , pur essendo di differenti  razze e religioni, si aprirà un nuovo periodo della storia d’Europa, nascerà un nuovo universalismo, e ancora una volta il Mediterraneo sarà il cuore del mondo .”
Alvaro e Padre Stefano partono entrambi da Polsi nel loro itinerario spirituale e culturale, alla stessa età lasciano San Luca ma al loro  paese, “ o paisi”, appollaiato  sui primi contrafforti  aspro montani ritorneranno ogni giorno della loro vita.
Maria  di Polsi   ha sì il volto di una contadina , come tutti i santi venerati dalla pietà popolare, ma è soprattutto donna mediterranea, ancorata alla sua terra e alla sua cultura: una qualità,osserva  Padre Stefano ,che la storicizza e la umanizza , impedendo i tentativi di idealizzarla. I suoi studi mariologici attingono senza  parere anche dalle opere alvariane che De Fiores conosce  e studia per tutta la sua esistenza . Dobbiamo  anche a lui se la figura di Alvaro  è stata  riproposta con forza  alla nostra terra e alla coscienza nazionale.
Mi piace qui ricordare il profilo tracciata dal compianto  Pasquino Crupi,  geniale, incandescente  e tormentato meridionalista ( l’ultimo?) di questo” maledetto Sud”, spesso ingrato con i suoi figli migliori: “Padre Stefano non è un intellettuale del sacro, è un intellettuale sacro, cioè uomo del popolo, che ha lanciato la sua intelligenza e ha sfiancato il suo corpo nella sfida della quale nessuna più alta è : quella di conciliare teologia e popolo. Il che significa trovare ciò che nessun  fin qui ha trovato: il popolo nella teologia, il sentire religioso del popolo conforme alla teologia. Insomma il suo cristianesimo non spurio, come per tanto tempo fu ingiuriato  dai teologi  insottonati . Umile e alto , meridionale e universale di spirito popolare dotato, sempre prossimo nostro. Con la sua parola chiara, vigile,stimolante, sommessa sul far della notte di tanti anni fa scese sull’anima mia esulcerata e le diede la freschezza della rugiada.”
Una sintonia quasi carnale tra Alvaro e Stefano De Fiores con lo scrittore che anche nei momenti più duri della nazione non poteva non sentirsi  irrimediabilmente cristiano. E con pungente e amara ironia, osserva come Thomas Mann avesse chiesto “udienza al papa per dirgli che il cattolicismo deve ritornare cristiano. Non si sa che cosa gli abbia risposto lui.”

Cristianesimo e speranza si alimentano a vicenda e Alvaro non può  non scrivere in Ultimo diario che: “La speranza supera ogni cosa, vince ogni difficoltà. Ognuno di noi ha dall’infanzia un Dio con cui parla , che lo conduce e lo  guida , lo approva o lo riprova. Non so fino a che punto sia questo il frutto dell’educazione, o se non sia la necessità dell’uomo di sentire il male e il bene, come il dolore e la salute nell’equilibrio del proprio corpo. Ma so che la terribilità umana comincia quando questa voce non parla più, e l’uomo vuole considerarsi unico , fornito di tutti i diritti in quanto sia lui , uomo.”
Per questo - osserva Padre Stefano – Alvaro  non si rassegna al razionalismo , riduttore della realtà . Preferisce San Girolamo a Voltaire “perché crede all’eroismo, alle emozioni , all’ardimento, e li considera molle della storia . (…)  Al sillogismo preferisce la corrispondenza , l’analogia , il ricordo . Il mondo alvariano è il risultato di una meditazione capace di scoprire il volto segreto delle cose e della vita”.
De Fiores menziona non a caso  il racconto “La Capitana”, inserito nella raccolta “ L’amata alla finestra”, un’opera pubblicata nel 1929. Scrive Alvaro nell’incipit del racconto :
“Tempo fa , morendo un prete dei miei paesi , mio parente, mi lasciò la sua biblioteca. C’è qualche libro pregevole,qualche altro curioso, uno soprattutto che ha una storia che io conosco come se mi ci fossi trovato,è intitolato Le Epistole di San Girolamo, ecc, ecc, , stampato a Firenze, presso i Giunti, nel 1560 . Sulla fodera di cartapecora, un dito intinto di nero vi scrisse con uno stampatello malfermo : Viva il Re !  Viva Dio!”
Si trattava del grido dei Massisti calabresi contro i francesi del generale Reyner e del maresciallo dell’impero napoleonico  Massena che volevano detronizzare i Borbone dal Regno di Napoli. Nella guerra contro i giacobini- annota Alvaro –  si fece” guerra ai pochi libri  che si trovavano nei paesi disadorni sui monti”. Erano considerati  fonte di tutti i mali e “bruciati in piazza all’arrivo delle bande galoppanti sui cavalli selvaggi.”
Ogni nuovo possessore annotava gli anni passati da quando era stato stampato. Scrive Alvaro:” Altri molti ne passarono poi fino a me, altri ne passeranno, e questo libro comincerà sempre così, con la sua voce antica: Epistola prima: Della Vita  Solitaria”.
Credo che Alvaro si sentisse molto in sintonia con San Girolamo, di origini dalmate e antagonista di Sant’Agostino: si ritirò nel deserto prima e in un eremo  poi per  studiare e tradurre la Bibbia. L’annotazione di Stefano De Fiores non è casuale. La solitudine è a lui congeniale come nel racconto ambientato a Berlino dal titolo “ Solitudine” .

San Gerolamo penitente di Antonello da Messina, (1460-1465, tempera e olio su tavola cm 40,2 x 30,2). Museo Nazionale di Reggio Calabria
Il protagonista, Stefano Agri, è una delle tante controfigure di Alvaro. Egli si sente come sperduto,ogni contatto umano gli è precluso. Di effettivo e consistente non c’è che la solitudine. Come annotava Antonello Trombatore Alvaro “ pur non rifuggendo dai contatti umani e sociali se n’è rimasto sempre in disparte.”
Il racconto “ La capitana” diventa emblematicamente l’occasione per Alvaro per ritornare alle atmosfere delle feste dei santi protettori che si celebrano dopo la mietitura e la vendemmia ma anche per entrare nel sentire del popolo che commenta secondo i suoi sentimenti la storia e le lotte in corso: “Cica Lagamba è la più coraggiosa massista che ci sia. Con lei i giacobini non ci ponno. La Capitana è giusta. Sapete che i giacobini dicono che Dio non c’è? Noi difendiamo Dio. Quando ci càpitano tra le mani li bruciamo. (…) Sono diavoli, e Napoleone  è il diavolo in persona . Ma gli inglesi gli dànno la caccia. Gli inglesi sono nostri amici e amici del Re.  Le campane  attaccarono il canto della processione ( Noi vogliam Dio), un allegro mosso che correva pei campi  rasati ed echeggiava nei boschi. La terra intorno sembrava impreparata a quel suono, e i monti e il mare lontano si accorgevano stupiti che era festa.”
La trasfigurazione della realtà attinge alla collaudata visionarietà  sfociante nel realismo magico di cui Corrado Alvaro   è maestro:
“Come chi non si vuol chinare, dritta e rigida passò per la porta la statua di San Rocco, e fu un’apparizione che nessuno si aspettava, come di un  gran signore che si affaccia brusco a vedere che accade. Ma poi fu sulla piazza e apparve agli occhi di tutti con l’aria di dire : “ma che vogliono da me? E perché nessuno è preparato a vedermi ?” Per fargli onore la gente si buttò in ginocchio dove era, dai balconi e di sulle porte, in mezzo alla strada e negli orti. Senonchè levando gli occhi videro l’immagine  straordinariamente trasformata che al posto del  bordone di pellegrino stringeva un  fucile ; al cane, che gli leccava la ferita sul ginocchio, avevano appeso al collo un pistolone a due canne, e messo sulla testa un cappello a cono.
“Dio e i Santi sono con noi! “ gridò la Capitana sguainando la sciabola, ai piedi del Santo.”
Un giovane di ventidue anni  di famiglia ricca “tirò fuori dal sacco che aveva già preparato due volumi rilegati in cartapecora, e aprendone uno disse “Questo è il libro d’ un santo,San Girolamo”.
La capitana baciò la pagina mentre il giovane spaccò una canna, nella fenditura “fissò il libro e lo levò in alto , mostrandolo a tutti .L’altro volume lo buttò in terra e lo allontanò conun calcio. Ma il portabandiera lo raccolse, lo infilò in una canna come aveva fatto il primo, e lo agitava; il vento giocava con quei fogli e lasciava leggere il frontespizio: Voltaire, Romans allègoriques, philosophiques, etc.”
Rimpiango di non aver avuto l’occasione per discutere con Padre Stefano, lui così attento e grande studioso dell’arte rinascimentale, delle opere di Antonello da Messina dedicate a San Girolamo: quello di “San Girolamo penitente” al Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria e, soprattutto, quello di “ San Girolamo nello studio“ della National Gallery di Londra.

La sete di significato a proposito di Alvaro come itinerario di lettura critica di tutta l’opera dello scrittore da parte di De Fiores  trova esatta rispondenza nei  quadri del celebre  artista siciliano. Basti pensare all’ allusivo nascondimento di tanti particolari dipinti con una perfezione che rasenta l’assoluto. Ritratto nascosto oltre la soglia ,l’enigma beffardo di tanti volti  antonelliani, e  “segreto  “alvariano diventano  espressione “ di un’energia emozionale, un surplus psichico da cui nasce l’attività artistica creativa, che trova – a parere di Alvaro – l’espressione privilegiata nel simbolo.”
Padre Stefano  dedicò un’attenzione particolare , con un’originale analisi narratologica,  al racconto  alvariano“Madre di paese” , facendo tesoro  dello schema di cui è riconosciuto maestro lo studioso  franco-lituano Algirdas Julien Greimas. Mette in evidenza, scomponendo il racconto nei suoi elementi e nella sua dinamica, le differenze e i contrasti insiti  in esso, analizzando spazio, tempo , personaggi di primo piano  visibili e invisibili,  comparse , tipo di società, il programma narrativo , lo snodamento dello stesso e la soluzione finale.
“Ma ora egli gli poteva chiedere a sua madre se ella fosse tranquilla. In altri tempi non ci aveva mai pensato e non ne aveva mai dubitato. Quando ella si sentì rivolgere questa domanda , mai sentita dalla sua bocca, e detta con quella voce di un tempo, quasi che  all’improvviso egli le facesse ricordare la pena segreta della sua vita di cui non aveva mai parlato a nessuno perché non aveva altro dovere che quello di consolare , la madre cominciò a piangere . Questa domanda le ricordava gli anni che erano passati, e come davanti a suo  figlio ella ritornava una povera donna che ha dato tutto , ed egli era uomo , aveva scoperto cos’è la vita, non lo si poteva più illudere. Nel silenzio di quella penombra egli le accarezzò il viso per la prima volta , e si ricordò del pane appena impastato in quella stanza della sua casa, chiusa come un’incubatrice, che odorava di lievito, e tutti ne erano ubriacati, e la servente con le robuste braccia nude, e lui stesso, e la madre . “
Il mariologo monfortano  sanluchese, con la consueta  e collaudata sua acutezza critica ,può concludere che “dal quadrato semiotico viene un’inedita risultanza: la madre possiede una certa pienezza di vita e di verità, che però non manifesta ordinariamente . In lei l’essere supera l’apparire: quindi ella è un segreto . La madre che nel ventre gonfio nasconde un mondo e nel cuore tenero cela una pena misteriosa è ella stessa un segreto , che il figlio letterato ha inteso svelare, pur convinto che il segreto continuerà ad essere tale . Singolare e immortale percezione alvariana della grandezza di una madre , una madre di paese ! “
Una madre caritatevole che si affida a Dio “ come ad un amico onnipresente e si impegna con voto a soccorrere i poveri “. Una madre buona come il pane e limpida come l’acqua .
“Il ragazzo mangia il creato, le creature,la razza, la famiglia. “Prendi, questo  è il mio corpo” ,ha l’aria di  dire la madre quando gli dà il pane. Ed è curioso vederla come impugna il coltello tagliente, lei che non ha nulla della guerriera, eppure con quel coltello difenderebbe il figlio dai mostri , se fosse necessario . Taglia il pane con misericordia , come se in quel momento avesse pietà di tutto il mondo  senza pane.”
C’è quasi un’assonanza metrica, trasuda evidente la musica interiore di una civiltà e di una religiosità popolare, carnale e pregnante, tra l’incipit alvariano “Quest’uomo ha una madre al suo paese “ e l’incipit del saggio di De Fiores che ho citato all’inizio “Corrado Alvaro attende ancora il suo Galileo.”
Una musica interiore che Padre Stefano colse anche nelle pagine del diario di mia madre, Peppina Sideri, dal titolo suggestivo “ Sotto un altro cielo”, quasi evocante quello intenso e ineguagliabile di Polsi.
Leggendo per primo le bozze Padre Stefano mi scrisse che esso “rappresentava un pezzo di storia, della migliore storia della ‘Calabria  santa’, sconosciuta ma preziosa per la funzione di riscatto dell’esperienza cristiana della nostra terra. Chi non la conosce ignora la Calabria più autentica, che unisce semplicità e ordinari età alla più alta mistica di comunione con Cristo e con la Vergine Maria, profonda costante, alimentata giornalmente con il rosario e con la liturgia. La tradizione dell’oriente cristiano è vita per tua mamma.”
Negli ultimi tre anni della sua vita Padre Stefano nella Chiesa di Bovalino recitava ogni sera la novena dedicata alla Madonna della Montagna. Una chiesa piena soprattutto di santolucote che cantavano  nella migliore tradizione polsiana il rosario dedicato alla Regina dei Monti. Padre Stefano accompagnava all’organo, pure lui cantore, la dolce nenia infarcita di  echi bizantini. Seguiva la messa vespertina ed il canto conclusivo, sempre struggente ed emozionante, “Bona sira vi dicu a Vui, Madonna.”
Era per me suggestivo unirmi al coro delle donne, anche perché Padre Stefano si svestiva subito dei paramenti ed accorreva all’organo per diffondere nella chiesa, con note armoniose e la sua voce tonante, un canto che veniva da mille anni  di  pietà  popolare.  Si restava come sospesi in un salmodiante  e confidente colloquio con Maria di Polsi, il cui sguardo, “che è mitezza e grandezza“, ha  certamente seguito con serenità per tutta la vita Corrado Alvaro e Padre Stefano De Fiores.
Un’immagine indimenticabile, che accompagnerà, soprattutto nelle ore più difficili, i restanti giorni della mia vita.