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Lunedì, 13 Luglio 2020

Media, caos esistenziale, poteree tecniche manipolatorie

In “Circuito Chiuso”, del drammaturgo calabrese Rocco Familiari, è affrontata la problematica realtà-rappresentazione. La “modificazione antropologica” determinata dalla odierna tecnologia della comunicazione, non facilita certo la decodifica di ciò che accade, tutt’altro. Il rischio, di fronte all’assedio dei new media, In “Circuito Chiuso”, del drammaturgo calabrese Rocco Familiari, è affrontata la problematica realtà-rappresentazione. La “modificazione antropologica” determinata dalla odierna tecnologia della comunicazione, non facilita certo la decodifica di ciò che accade, tutt’altro. Il rischio, di fronte all’assedio dei new media, e dei media tradizionali, televisione in primo luogo, è che l’opinione pubblica sia manipolata, e dunque gestita, da chi contrabbanda come “verità” ciò che, invece, è finzione.

Rocco Familiari


E viceversa.
Noam Chomsky, in La fabbrica del consenso, pubblicato negli Usa nel 2004 e in Italia nel 2008, denuncia la dipendenza dei media dal potere economico-politico: “È molto difficile dare del bugiardo alle autorità da cui si dipende, anche se mentono spudoratamente“. E nel film Matrix, di Lana e Andy Wachowski, 1999: “Quello che sembra essere un mondo reale, è invece virtuale, generato da macchine che tengono prigionieri gli uomini”.  La denuncia si “concretizza” in Sesso e Potere, di Barry Levinson, 1997, in cui è narrata la messinscena di una finta guerra, progettata a tavolino, e “curata” dagli addetti alle pubbliche relazioni di un presidente degli Stati Uniti, allo scopo di distogliere l’attenzione pubblica da uno scandalo sessuale che aveva coinvolto il presidente: vengono fabbricate notizie false, servizi televisivi falsi, addirittura un finto reportage del teatro di guerra, realizzato in uno studio cinematografico.
Insomma, in una “società liquefatta” (Zygmunt Bauman), il confine tra finzione e realtà può diventare sempre più labile, e la virtualità può essere comunicata, e percepita, come realtà. La stessa televisione, che è il medium più popolare e dunque più invasivo, “lavora contro l'esperienza cognitiva” (Harold Bloom), quindi può indurre(induce) negli spettatori ottiche, convinzioni, e comportamenti, eterodiretti.
Questa complessa problematica, di scottante attualità, è trattata in “Circuito Chiuso”, opera del noto drammaturgo di origine calabrese Rocco Familiari, “autore grande ed eclettico” (Walter Pedullà) la cui scrittura mantiene “rara padronanza della parola teatrale” (Aldo Trionfo).
L’opera, pubblicata per la prima volta col titolo “Il Presidente” da Shakespeare and Company nel 1992, in occasione della sua messa in scena al teatro “Valle” di Roma (Krzysztof Zanussi regista, Raf Vallone protagonista), è inserita in “Teatro”, un volume di mille pagine edito dal calabrese Gangemi (anche lui “emigrato” a Roma), che raccoglie la produzione drammaturgica di Familiari (la pubblicazione dei romanzi di Familiari, rimane “appannaggio” dell’editore veneziano Marsilio).
Il nucleo centrale del dramma “Circuito Chiuso”, che Rita Cirio e Masolino D’Amico hanno definito “profetico”, è costituito, dunque, dal rapporto realtà-rappresentazione, e dalle tecniche “manipolatorie” tipiche della società post moderna, in un mondo, costruito dai media, che risulta essere un concentrato di anomalie comportamentali.
In “Circuito Chiuso”, è il vuoto, il caos, l’insignificanza esistenziale, a generare e alimentare la virtualità, e, soprattutto, i giochi di potere, in un “vortice tenebroso, che trascina ogni oggetto nel suo remoto ventre, e nel quale precipitano le passioni, i sentimenti, i desideri, le paure. Bisogna riempirlo continuamente di simulacri, di false immagini, che confondano lo sguardo di chi è capace di scrutare nel fondo di quel vortice”. Il vuoto diventa, dunque, un tragico contenitore, in cui viene spinto ciò che vuole rappresentare (e far credere) chi gestisce i media. I protagonisti del dramma, Thomas - il Presidente, Lucas - il tecnico, Anna - la donna, sono personaggi emblematici, rappresentano la dissonante “dialettica” bene-male, che emerge come “figura” da uno “sfondo” in cui campeggia un potere-Moloch che sovrasta e fagocita ogni cosa. Nell’opera di Familiari domina incontrastata la problematicità esistenziale ed ermeneutica: “Il mondo … il suo codice è sconosciuto. Ogni uomo ne adotta uno e, con quello, tenta di decifrare la realtà ”. Ed ecco che il tecnico, al servizio del sistema, crea “un mondo perfetto”: “i nostri satelliti sostituiscono il mondo crudele, imperfetto… con un mondo privo di conflitti… perfetto… l’importante è che  le  notizie (negative, n.d.r.) non si diffondano. Moriranno prima di nascere … purché nessuno ne sappia nulla! … il mondo è quello che rappresentiamo sui nostri schermi”. Ne viene fuori una “realtà” costruita, falsa, artatamente strutturata per “captare” e gestire le menti e i comportamenti; il “senso” delle cose e degli eventi lo danno coloro che tirano le fila dei media: lo dà la virtualità, che riduce i singoli individui a vuote “maschere”, in un tragico bailamme di inautenticità.
Il tecnico, al Presidente: “le vostre idee … la gente le assorbirà in modo naturale. … influenzare la psiche dei telespettatori … penetrare direttamente nell’animo degli spettatori…”. E ancora, insistendo sulla forza persuasiva e condizionante della televisione: “le idee non hanno alcuna forza in sé… quante banalità sconvolgono il mondo …. gli  spettatori non reagiranno contro questa forza occulta … . Si può combattere un nemico visibile … non un’ombra”. E quando la donna manifesta al tecnico il suo orrore di fronte all’inganno, egli sbotta cinicamente : ”Ma cosa pensavi !? Che potessimo… cambiare il destino del mondo !? ”
Nel cinismo dello “sguardo” di Lucas, riecheggia la tragica “voce” di Camus, del “Mito di Sisifo” :
“Il mondo, in sé, non è ragionevole,…. ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo”. (Sembra utile ricordare che Sisifo è il simbolo  di una esistenza umana, sbilanciata tra l’infinità delle aspirazioni e la finitezza delle possibilità, e culminante nella vanità di tutti gli sforzi).
L’umanità che si vede, e si intravvede, nelle righe di “Circuito Chiuso”, sembra ripercorrere, sempre più rovinosamente, il tracciato esistenziale che Nietzsche aveva descritto in “La gaia scienza”: “Non stiamo vagando come attraverso un infinito nulla ?Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo?”.
Certamente, nei processi di comunicazione, un problema immenso (ma non l’unico) è la mancanza di consapevolezza della “poliedricità” dell’ interpretazione, nel trasmettitore, e nel fruitore. Ovvero, è ciò che i sociologi, di fronte ai guasti prodotti dalla cosiddetta “società della comunicazione”, definiscono “analfabetismo di massa”: concimato terreno di coltura per il proliferare di “culture” omologanti. (In merito, sembra opportuno rimandare a due articoli già apparsi su questa testata: La critica sociologica attacca Internet, di Chiara Fera, e La proletarizzazione dell’anima nell’età mediale e multimediale, di Zina Crocè ).
A quando un’inversione di tendenza …? Torna alla memoria quanto Nietzsche ha scritto in “La gaia scienza”: “Questo enorme avvenimento è ancora per strada, sta facendo il suo cammino… Fulmine e tuono vogliono tempo… le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo”.
Del resto, per dirla con Zygmunt Bauman, “il futuro non esiste, il futuro va creato”.
Se lo si vuole diverso.

Zina Crocè