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Mercoledì, 12 Agosto 2020

Harmont&Blaine: un sogno dai colori calabresi.

A colloquio con Domenico Menniti, patron della Harmont&Blaine: «Quando parlo di me cerco sempre di metterci un pezzo di Calabria, perché per me la Calabria è una cosa seria…». Domenico Menniti, imprenditore tessile, fresco vincitore del Premio Cassiodoro 2013, accoglie “Calabria On Web” in un pomeriggio di agosto nella cornice incantevole della sua residenza di Pietragrande.

Domenico Menniti


Un terrazzo quasi sulla spiaggia, con il suono delle onde che accompagna il fluire della nostra conversazione. Indossa una semplice polo bianca che ha come unica nota il famoso bassotto sul lato sinistro, simbolo dell’impero che Menniti e fratelli hanno costruito negli anni. Per chi non fosse esperto di moda è bene ricordare che il cane in questione rappresenta la Harmont&Blaine. Un marchio questo presente ormai in oltre 50 Paesi del mondo e che al momento, spiega Menniti, ha «500 dipendenti diretti con  500 milioni di fatturato in chiusura per il 2013 e un attivo del 25% e con la previsione di raggiungere e superare i 1000 dipendenti entro il 2015 e di entrare in Borsa per riuscire a finanziare progetti di sviluppo». In tempi di crisi sentire parlare di bilanci in attivo e di prospettive ancora più alte, come la quotazione nel mercato azionario, sembra eresia pura eppure a sentire le parole di questo uomo imponente dagli occhi vispi e attenti, in Italia c’è ancora la possibilità di realizzare tutto questo «noi lo abbiamo fatto da Napoli – ci racconta - e si può fare con maggiore o minore successo da qualunque parte del mondo, basta essere originali, perché la storia insegna che le copie non pagano e basta capire che non bisogna scendere a compromessi sulla qualità che si dà al proprio prodotto, sia esso di natura intellettuale o materiale, perché questo è l’unico valore che ci consente di stringere un rapporto molto forte con il cliente. Non occorre mai tradire il consumatore e se si sbaglia, si ammette l’errore perché solo così si riesce a creare un rapporto duraturo che è la base fondamentale del successo».
La storia di Domenico Menniti è una di quei percorsi che fanno scuola nelle facoltà di Economia e Marketing delle nostre Università: da quella della Magna Grecia, alla Luis e alla Bocconi, atenei in cui Menniti è stato più volte invitato per raccontare agli studenti com’è iniziata la sua avventura. Catanzarese doc e figlio di una famiglia dove il futuro appariva già indirizzato. «A casa erano tutti medici o avvocati- ci racconta - per cui avevo già la strada segnata». La perdita prematura del padre, per leucemia, cambia però tutto. «Avevo 12 anni –ricorda - e da una infanzia con in casa una tutrice, l’autista e molto altro mi sono ritrovato in un’altra città, Napoli, con un patrigno e altri due fratelli nati da questa nuova unione di mia madre». E’ da Napoli che inizia la storia dei Menniti imprenditori, con una prima svolta significativa avvenuta verso la fine degli anni ’80 quando i quattro fratelli, approfittando della legge 44 sull’imprenditoria giovanile, che Menniti definisce una legge bistrattata, avviano una piccola azienda di guanteria.
«Siamo all’inizio degli anni ’90 – ricorda- e scoppia una crisi di quelle che non ti aspetti dove tutto sembra assolutamente in ordine e dove invece non funziona più niente». E’ l’epoca di Tangentopoli e di un Paese intero che «implodeva e non riusciva più a reagire». I consumi erano fermi e l’azienda di guanteria vede crollare in due anni i fatturati del 50%.
«Quando tu ti metti a piangere è difficile trovare chi ti asciuga le lacrime», questo precetto la famiglia allargata dei fratelli Menniti l’ha appresa, sin dall’inizio ed è stata la molla necessaria per ripartire. Da quel momento in poi le partenze o meglio le ri-partenze saranno altre. Dalla linea di cravatte, all’intimo giocoso per uomo del “Papero giallo”, ai costumi colorati in epoca minimalista fino al successo della Harmont&Blaine.
Quando gli chiediamo la genesi del bassotto come logo, Menniti sorride e spiega come proprio quella razza rispecchia in pieno la storia della sua famiglia e della sua impresa. «Questo cane nel mondo della moda è un animale abbastanza strano che ha la particolare caratteristica di essere un animale bivalente nel senso che la gente, per quella strana forma delle orecchie che ricorda il cappello alla Sherlock Holmes, lo abbina ad un cane da compagnia quando invece è un cane da caccia da tana che non ha stazza fisica e quindi deve utilizzare fiuto e cervello fondamentalmente e poi con quelle zampettine corte sta molto attaccato a terra  ed è sempre pronto a ricominciare e abbiamo pensato che fosse un simbolo che ci rispecchiava, era la nostra capacità di partenza, la nostra scelta di entrare in un mondo dominato da colossi come Tommy Hilfiger, Ralph Lauren ect, colossi con un fatturato di 5 miliardi di dollari…».
Queste erano le proporzioni e questa è stata la sfida della H&B ben rappresentata da una vecchia targhetta di metallo comprata da Domenico Menniti in una bancarella di New York con su scritto: “se devi sparare mira alla luna, male che vada atterrerai su una stella”.
La sua storia però trova ragione di esistere non solo sulle targhette di New York, ma anche e soprattutto nel suo essere calabrese che a sentire lui ha influito nel suo percorso per un buon 90%. La testardaggine e la voglia di farcela lo hanno portato lontano. Il 10% rimanente è frutto invece della decisione di strappare dal suo vocabolario personale la pagina in cui sta scritta la parola “quasi” perché, come ci spiega, le cose o sono fatte bene o non sono fatte «il quasi buono non esiste, l’approssimazione non esiste…L’’obiettivo deve essere la perfezione o per lo meno la qualità percepibile, perché ci sono delle cose che tutti siamo nelle condizioni di vedere senza bisogno di uno specialista». Menniti è un conoscitore profondo delle dinamiche sociali calabresi e nella mancanza di unione e identità vede i grandi punti di debolezza della nostra terra. «C’è un detto calabrese – continua a raccontare - ”chicati iuncu ca passa a china” che identifica questo stranissimo popolo che dovrebbe e potrebbe conquistare il mondo non fosse altro per la fame che ha». La Calabria infatti per Menniti rappresenta la canna che cresce lungo le rive del fiume con la caratteristica di potersi abbassare e poi rialzare rimanendo sempre là. Il suo legame con la terra natia continua a conservarlo intatto infatti spiega: «abbiamo aperto a Catanzaro un punto vendita contro tutte le indicazioni che noi utilizziamo e contro tutti i dati (bacino, capacità di spese, tasso di disoccupazione), dove cinque persone lavorano con le condizioni siglate nel contratto nazionale di lavoro e da circa tre anni abbiamo deciso di puntare nella riconversione di un impianto di maglieria dismesso nel cosentino, grazie alla segnalazione di un sindaco che voleva regalare una seconda opportunità alla sua terra. Ad oggi abbiamo attivato 6 laboratori con circa una sessantina di persone che lavorano su nostre commesse e l’impegno è quello di costruire altri due laboratori in modo che fra due anni ci siano dei lavoratori preparati in grado di lavorare su commessa di altre aziende non solo la nostra». «Quello che noi facciamo qui – spiega - potremmo farlo in Romania o in Albania a meno del 50 % delle spese. Il concetto è semplice: dargli la zappa e di insegnarli a zappare, se sapranno ragionare in termini di gruppo, gli si aprirà anche il mercato».
E’ una Calabria che punta in alto quella presente nei sogni di Menniti, una Calabria che deve saper distinguere, se vuole essere competitiva, tra favore e diritto. «Quando sono andato a vedere i dati della Confagricoltura sui fatturati delle aziende calabresi mi sono reso conto che con quei numeri, che si aggirano sui 3 milioni di euro, non si arriva da nessuna parte, perché si viene scartati immediatamente dai grandi distributori, per questo abbiamo la necessità che ci sia una struttura di intermediazione che si ponga al di sopra di questi produttori, ,ma per fare questo dobbiamo utilizzare il network delle associazioni dei calabresi sparse nel mondo per  aprire strade e per creare dei canali interessanti…Gli spazi ci sono».
Il sole tramonta sul finire della nostra conversazione. I colori sono quelli meravigliosi di Pietragrande. Colori da cartolina come sostiene Menniti, ammettendo che porta queste immagini nei suoi occhi, nella sua anima e nei punti vendita dei suoi negozi perché, come ci spiega, «fanno parte del format del nostro arredamento. Lo scoglio, la stampa di un’immagine di Caminia presa dall’alto e quando i clienti mi chiedono che posti sono e dove si trovano, rispondo fiero che è casa mia».