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Lunedì, 30 Novembre 2020

Scatti su un carcere che non c’è più

Con un progetto  evocativo della memoria, il fotografo Ninni Donato assegna al carcere abbandonato di Gallina (quartiere di Reggio Calabria) il valore poetico del ricordo. Tra i muri scrostati che contenevano vite imprigionate emerge il desiderio di restituire al luogo Con un progetto  evocativo della memoria, il fotografo Ninni Donato assegna al carcere abbandonato di Gallina (quartiere di Reggio Calabria) il valore poetico del ricordo. Tra i muri scrostati che contenevano vite imprigionate emerge il desiderio di restituire al luogo una nuova dignità e assegnargli la valenza di contenitore di arti contemporanee. Un riscatto,  una nuova visione creativa e di riqualificazione di spazi urbani.

Da cosa nasce il progetto fotografico sul carcere abbandonato di Gallina?

Mi è stato chiesto di realizzare la documentazione fotografica a corredo di una tesi di laurea in Architettura. Nelle intenzioni del laureando e del suo relatore lo spazio, opportunamente restaurato, sarebbe divenuto un luogo per la cultura contemporanea. Un contenitore interdisciplinare per i lavori di artisti di consolidata fama maanchepunto di incontro, di confronto e crescita per tutte le energie creative presenti in città. Qualcosa di simile alle realtà oramai consolidate di altre provincie calabresi (MARCA di Catanzaro, Palazzo Arnone di Cosenza o simili) le cui amministrazioni hanno investito non solo in contenitori ma soprattutto in contenuti culturali,affidandosi a veri professionisti del settore.

Cosa ha visto entrando dentro le mura? Quali sono state le sue emozioni e quali immagini ha raccolto e immortalato con la sua fotografia?

Scherzando potrei dire che ho visto la luce! Ma è proprio così, mi ha colpito la luce morbida ed avvolgente che penetrava dalle finestre. Ho cercato di utilizzare quella luce per fotografare oltre che gli ambienti anche le poche cose rimaste, cristallizzate nella stessa posizione da decenni: fagotti di vestiti, cataste di documenti, chiodi, vettovaglie. Oggetti insignificanti se collocati fuori da quelle stanze.

E poi il suo racconto fotografico è stato inserito nel catalogo della mostra fotografica “Clinamen” e la storia di quel luogo è riemersa.

Nel nostro esorcismo dal disastro o dall'instabile erigiamo monumenti a futura memoria. In essi l'eternità materica del marmo o del metallo ha valore apotropaico divenendo elemento pacificatore rispetto le avversità. Ecco, le fotografie scattate in quel luogo sono la mia pacificazione con la storia di chi, tra quelle mura, ha consumato la propria esistenza di carcerato o di carceriere. Ho maturato la consapevolezza che il "clinamen" (l'incidente di percorso) è il solo elemento che ha determinato l'appartenenza a un ruolo piuttosto che all'altro. Guardando tra le vecchie carte è emersa chiaramente l'interscambiabilità tra sorveglianti e sorvegliati, prigionieri entrambi di un sistema codificato nel quale è il controllo a farla da padrone.

Perché si è sentito attratto da questo luogo?

Come ho accennato prima il carcere è una sorta di scatola. Molto stratificata. Niente mobili o arredi, probabilmente persi per incuria o "disattenzione", solo cataste di documenti e fagotti sparsi in apparente disordine. Quelle celle e quei corridoi densi di oggetti mi hanno ricordato le "shadow boxes" surreali di Joseph Cornell.

Perché il carcere di Gallina è stato abbandonato?

Credo che sia stato abbandonato, a metà degli anni Cinquanta, probabilmente perché aveva esaurito il suo compito e i detenuti trasferiti in strutture più moderne.

Come, secondo lei che lo ha fatto rivivere in una dimensione visiva, l'anima di quel luogo può risorgere. Quali sono, cioè, le possibilità di riutilizzo e riqualificazione del carcere?

Mi piacerebbe che quel luogo diventasse uno spazio per le arti riscattando le sofferenze consumate al suo interno. Occorrerebbe investirci un poco di denaro, neanche tanto, per ridare dignità culturale a una città che non ha solo la "pancia" ma anche la "testa" vuota. L'ex ministro Giulio Tremonti, giustificando i suoi tagli al settore, affermava che la "Cultura" non si può mangiare. L'Europa trabocca di esempi in senso contrario e ovviamente mi chiedo cosa sarebbe l'Italia senza la sua storia culturale. Ora accorgersi che non esistono solo i "morti" potrebbe essere gratificante per tutti coloro che, con grandi sacrifici, investono tempo e denaro in qualcosa che probabilmente non si mangia ma che sicuramente aiuta a scegliere “cosa” mangiare. Realisticamente temo che, venduto al miglior offerente, opportunamente sventrato e bonificato, si trasformerà in un bel condominio a cinque piani. Ma questa è un'altra storia e probabilmente un altro tempo.( www.ninnidonato.it)