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Martedì, 27 Ottobre 2020

La Salerno-Reggio e la Zenobia di Italo Calvino

Antonello Mangano, fondatore della casa editrice Terrelibere.org, autore tra gli altri degli Africani salveranno Rosarno, in ‘’Zenobia’’ (Castelvecchi) prova un’ardita rappresentazione della A3 come un vero e proprio laboratorio per i rapporti tra mafie e impresa, messo in atto in Antonello Mangano, fondatore della casa editrice Terrelibere.org, autore tra gli altri degli Africani salveranno Rosarno, in ‘’Zenobia’’ (Castelvecchi) prova un’ardita rappresentazione della A3 come un vero e proprio laboratorio per i rapporti tra mafie e impresa, messo in atto in Calabria e poi trasferito altrove, in quel nord ricco e distratto che ancora oggi stenta a fare i conti con una presenza criminale che non può più dirsi di seconda battuta ma e’ ormai endemica in alcune regioni, a causa delle sottovalutazioni pervicaci e perverse andate avanti nei decenni scorsi.
Zenobia e Calvino, innanzitutto, che significano nel lavoro di Mangano? Qui ci aiuta una citazione tratta appunto dalle “Città invisibili” in cui Calvino così scrive: ‘’e’ inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e’ in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare le città o ne sono cancellati’’.
Siamo noi ad avere cancellato, dunque, i nostri desideri? A vivere nella nostra Zenobia senza  neanche a volte accorgercene? Ad avere dovuto rinunciare, in pratica, al desiderio se volete più banale – quello di spostarsi su una strada – e dunque privati alla fine del nostro futuro? Mangano imbocca questa ardita operazione che non è solo letteraria, ma di impegno civico e di coraggio sociale. Pensiamo, per un attimo, alle vittime degli incidenti nei cantieri o per la strada, a quei giovani e meno giovani travolti dalla valanga di fango, ai bambini morti per l’incidente mentre tornavano in Calabria dalla Germania, e tutto frutto e figlio di un sistema che ha ormai portato a considerare quasi ineliminabile la vergogna di una strada che, soprattutto nel suo ultimo tratto verso sud (cioè da Rosarno a Reggio Calabria), è indegna di un paese civile e sarà così per molto tempo ancora, nonostante i ripetuti proclami dell’amministratore di Anas, Pietro Ciucci.
Ed è così per un sistema di gestione mafiosa di appalti e subappalti che Mangano descrive con atti giudiziari alla mano, andando oltre anche in questo caso alla tradizionale cronaca giornalistica delle ‘’infiltrazioni mafiose’’. Lo prova, nella sua introduzione, anche Giovanni Tizian, il giovane cronista minacciato pesantemente dalle cosche mafiose di Modena e provincia per le sue coraggiose inchieste. ‘’I rapporti nati – scrive Tizian – nei cantieri della Salerno-Reggio Calabria tra importanti gruppi imprenditoriali non calabresi e ditte legate alla ‘ndrangheta sono stati esportati nel Nord Italia’’. Gli esempi sono la Milano-Brescia o il raddoppio della Tav. Come funziona questo meccanismo, che alla fine finisce per lasciare a casa gli imprenditori onesti come il calabrese Gaetano Saffioti, che denunciò il pizzo ed ormai lavora all’estero? Funziona in un modo che nel libro di Mangano viene descritto in una maniera assolutamente disarmante: gli imprenditori del nord scelgono i loro direttori d’area che conoscono bene il territorio. Sanno cioè come muoversi, danno il subappalto alla ditta in odor di mafia o pagano il pizzo senza battere ciglio. Magari queste ditte abbattono pure i costi del subappalto e quindi è tutto grasso che cola per la grande ditta.
Solo che a questo punto sorge l’interrogativo: ma se questo meccanismo è così conveniente per tutti e ci guadagnano tutti perché’ il lavoro - almeno quello – non arriva a buon fine? Qui la regola e’ quella del cantiere aperto perennemente.
Scrive Mangano: ‘’Da Sibari a Reggio Calabria ci sono una ventina di gruppi mafiosi interessati ai cantieri. Ogni clan è composto da circa cinquanta affiliati e così un migliaio di persone può spezzare in due il paese e imporre alle maggiori imprese italiane di costruzioni il pizzo e le forniture? Evidentemente c’è dell’altro’’. Alla fine quello che viene individuato e’ il modello così detto ‘’afgano’’. Iperfatturazione, cantiere eterni o nesti stenti, chiusura dei lavori prorogata all’infinito. Un metodo che coinvolge sistemi criminali ma che non lascia affatto fuori le grandi aziende. Pino Arlacchi lo spiega bene: ‘’Il modello afgano – dice – è estremo, stiamo parlando di lavori per centinaia di migliaia di milioni di euro. Karzai – dice ancora l’eurodeputato del Pd, nato a di Gioia Tauro – mi ha raccontato di una sua conversazione con il responsabile di un’agenzia di sviluppo Usa che gli disse che avevano costruito una bella strada per Kabul per 200 milioni di euro. Ma quella strada non c’era. Era stato costruito solo un recinto fatturato per 30 milioni di dollari. Ora l’Afghanistan – conclude Arlacchi – è una Calabria portata all’estremo, ma un modello simile’’.
E qui, però, torniamo al punto di partenza, a Zenobia e ad Italo Calvino. Cioè agli abitanti della città invisibile che non solo rinunciano a dare forma ai loro desideri ma ne sono lentamente cancellati.
E’ il cimitero dei desideri, è il feudalesimo che si ripropone, e’ l’abitudine a vivere una vita a testa bassa. ‘’Hanno creato de mostri –scrive Mangano – e li hanno allevati nel laboratorio A3’’. Alla fine la storia della Salerno-Reggio Calabria infinita diventa una sorta di metafora del vivere nostro, in cui il ritardo diventa metodo e trasforma il senso d’essere di una stessa comunità civile. Calvino aveva visto giusto pur senza mai sapere niente della Salerno-Reggio Calabria.