Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Sabato, 15 Agosto 2020

“Prima il Nord…che concetto sgradevole”

A colloquio con Marco Sodano, torinese, caporedattore Economia de ‘La Stampa’. Nei primi anni 2000 ha lavorato in Calabria, terra che gli è rimasta nel cuore.
“Quando vivi al Nord e devi venire per la prima volta in Calabria, un pregiudizio diffuso è che lì ci siano i picciotti con la lupara ad aspettarti. Io invece ho trovato la mia fortuna, professionale umana, e se potessi ci tornerei di corsa”.

Marco Sodano, caporedattore de La Stampa
A parlare è un signore poco più che quarantenne, ieri direttore de ‘La Provincia cosentina’ e oggi responsabile di un settore chiave presso lo storico e prestigioso quotidiano della Fiat. Lui, Sodano, nato all’ombra della Mole, è come un libro aperto per Calabriaonweb a cui spiega senza mezzi termini la sua idea di Italia e di Mezzogiorno. “Prima il Nord…che concetto sgradevole” è uno dei suoi pensieri emblematici sui social network.

Iniziamo con tuffo nel passato. Cos’è stato per lei il bello della Calabria?

Questa terra mi ha lasciato tanto. Se oggi sono un giornalista in carriera, lo devo anche al fatto che ho girato l’Italia in lungo e in largo, cercando di carpirne i segreti. E’ una dote che mi riconoscono spesso i miei superiori. In Calabria ho avuto la possibilità di firmare i primi contratti importanti , di lavorare con una squadra fantastica di giornalisti con cui tengo tuttora ottimi rapporti, di conoscere tanta gente per bene. Non è vero che da voi c’è solo chiusura e omertà, anzi il livello di cultura in molti casi è alto. Tanto per fare uno degli esempi, spesso trovavo assessori di comuni calabresi che secondo me erano mediamente più colti dei loro omologhi dei comuni del Nord. La gente, la vostra gente ha un gran senso dell’accoglienza, i rapporti umani sono più stretti. Mia moglie all’epoca lavorava con me al giornale, abitavamo a Mendicino a pochi chilometri da Cosenza e sono rimasto incantato da una forma di welfare autoctono. Capitava che le donne del paese avessero particolare cura delle mie due figlie, nate proprio in quegli anni, e che le portassero a passeggio per la piazza.

E aneddoti da mettere sul contraltare?

I dati sulla disoccupazione giovanile e femminile erano paurosi, nonostante questo tanti ragazzi e ragazze alla domanda “Che fai domani” rispondevano “Mi alzo presto, che vado a lavoro”. Nulla di strano, se non fosse stato che si trattava nella maggior parte dei casi di lavoro in nero e veniva accettato perché non c’erano alternative. Oppure mi è rimasta impressa l’esultanza del sindaco di Tropea per il fatto che fossero arrivati visitatori a luglio, oltre che ad agosto. Ho provato meraviglia, visto che ritenevo scontato che in un posto così bello potesse esserci un flusso turistico per  quasi tutto l’anno. Ma in realtà non avevo ancora ben compreso il sistema Calabria.

Che idea si è fatto alla fine dei conti? Descriva questo sistema…

Lo stato economico della Calabria è figlio di un Sud abbandonato a se stesso. Si è pensato erroneamente che i politici locali, anche con strumenti come la Cassa per il Mezzogiorno o più recentemente come i Fondi europei, fossero in grado di garantire un futuro solido. Invece la mentalità dell’arraffa arraffa ha preso il sopravvento, come testimoniano numerose inchieste giudiziarie e giornalistiche. Premettendo che la criminalità organizzata ha storicamente frenato lo sviluppo, ampi settori della politica e della società civile hanno svolto un ruolo negativo. A chi si chiede perché le grandi industrie italiane ed estere abbiano raramente o mai investito in Calabria, rispondo con cognizione di causa che in alcuni casi è stata la politica calabrese stessa a dire no, preferendo che non si rompessero gli equilibri del sistema clientelare. La vostra regione è il risultato di una crisi scientificamente imposta dai piani alti. Un episodio emblematico? Il giorno seguente alla riassegnazione dei fondi europei “a torto” ho scelto un titolo di prima pagina che rappresentava la conferma nel famoso Obiettivo 1 come un’occasione persa. La conseguenza è stata un’insurrezione generale, perché evidentemente si voleva continuare l’arraffa arraffa. Eppure oggi si è a un bivio perché quel fiume di soldi non arriva più,  e allo stesso tempo ci sono da prendere decisioni importanti. Tenendo conto degli ultimi anni, Il portafoglio della giunta Scopelliti è più vuoto rispetto ai tempi di Loiero e Chiaravalloti.

Ma allora la politica del passato è tutta da rinnegare e il futuro è senza speranza?

Il porto di Gioia Tauro


No, a parer mio una luce in fondo al tunnel esiste. In passato la politica ha avuto l’intuizionegeniale di costruire la Salerno-Reggio Calabria, un’autostrada senza pedaggio regalata alla collettività, che ha collegato tanti centri fino ad allora isolati. Oppure si potrebbe contare sul porto di Gioia Tauro, ieri e oggi noto alle cronache per la cocaina che arriva dal Sudamerica ma domani possibile leva in ambito mediterraneo, europeo e mondiale. Le infrastrutture mancanti sono tante, tuttavia le bellezze naturali e storico-artistiche sarebbero degne di un turismo di massa. Dal punto vista aziendale, bisognerebbe sforzarsi di valorizzare il made in Calabria, seguendo esempi come Callipo e Amarelli. La mia speranza più grande è riposta in chi ha 25-26 anni, che mediamente ha studiato di più anche grazie ad un’altra intuizione come l’Unical, ed è molto più informato sulla realtà che lo circonda rispetto alle generazioni precedenti. Sono ragazzi in gambissima che si ribelleranno.

Che volto hanno Calabria e ‘Ndrangheta in Piemonte?

Ci sono state delle forme di razzismo ai tempi delle prime emigrazioni, ma col tempo si sono attenuate passando il testimone ai marocchini negli anni ‘90 e di volta in volta al soggetto più “‘debole”. Ma posso assicurare che la maggior parte dei piemontesi sa che i calabresi sono stati, sono e saranno una risorsa per il nostro territorio. Molti hanno lavorato “alla cinese” facendo la fortuna del Nord, molti occupano posizioni di rilievo nei settori della società civile, molti hanno saputo aprire attività in proprio anche dopo essere stati licenziati o in cassa integrazione. Anche in politica, l’atteggiamento della Lega piemontese è più morbido che in Lombardia o altrove, proprio perché esiste questa gratitudine di fondo. La ‘Ndrangheta in Piemonte è una mafia stabilizzata, che ha da offrire voti alla politica e affari in comune agli imprenditori. Ma evidentemente sì tratta di colpe da dividere.

Bando a tutti gli slogan elettorali, qual è secondo lei lo stato di salute del nostro Paese?

Partiamo dal presupposto che l’Italia resta l’ottava potenza economica del mondo, ma nei decenni scorsi si è indebitata allegramente. Ora si ritrova in una situazione in cui deve tagliare la spesa e allo stesso tempo pensare alla crescita. E lo deve fare necessariamente nella zona euro, moneta che è stata una salvezza, altrimenti sarebbe messa come Cipro. La disponibilità di reddito medio pro capite si aggira sui 15000 euro, la stessa cifra del 1986 facendo l’equivalenza in lire. Oggi i grandi investitori non comperano più i bot come trent’anni fa, le aziende sono in crisi e molte famiglie hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Pagare le tasse è di per sè un esempio di civiltà enorme, ma servono regole più eque affinché tutti lo seguano e personalmente non sarei contrario all’introduzione della patrimoniale. Il ritardo del Sud ovviamente è un’ulteriore zavorra, ma credo fermamente che la secessione non sia la cosa giusta. Non oso pensare ad una Italia del Nord, senza coste meravigliose e senza gran parte delle città d’arte che ci sono da Roma in giù.

Cosa salverebbe dell’Italia e su quali novità punterebbe?

La lista sarebbe lunga, ma ci sono dei punti di forza imprescindibili per l’avvenire. Salverei l’immensa capacità tecnica degli italiani, che ad esempio sono i più bravi del mondo ad estrarre petrolio. Salverei e valorizzerei il Made in Italy. Bisogna capire che gli investimenti in ricerca e sviluppo e l’innovazione digitale sono necessari per competere ad alti livelli nell’era globale. L’Italia deve muoversi in blocco senza interessi di parte, creando un circuito mondiale per i prodotti d’eccellenza. E’ assurdo che il caffè e la pizza trovino la più ampia diffusione con le catene straniere Starbucks e Pizza Hut. Senza contare che i prodotti taroccati come il Parmesan rubano un volume d’affari da miliardi e miliardi di euro. Bisogna stringere i denti, avere  il buon senso di capire che il secondo-terzo migliore sistema sanitario del mondo, scandali a parte,  comporta dei costi. E’ scaduto il tempo della manna dal cielo. Anche il cittadino deve rimboccarsi le maniche e prendersi le proprie responsabilità.