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Venerdì, 30 Ottobre 2020

Paolo Mangiola, ballerino nell’anima: “Datemi il Cilea e rientro”…

Romeo e Giulietta a Reggio Calabria. Tutto esaurito ed una lunga lista di attesa per assistere allo spettacolo del coreografo e ballerino Paolo Mangiola al Teatro Zanotti Bianco per la Compagnia “Scena Nuda”, diretta da Teresa Timpano.
Classe ’78, nato a Reggio Calabria, Paolo Mangiola ha un curriculum straordinario. Ballerino e coreografo di danza contemporanea, ha inseguito i suoi sogni ovunque lo abbiano condotto.  In Italia, in Germania, a Londra.

Il ballerino e coreografo di danza contemporanea Paolo Mangiola


Dove ora risiede e sperimenta la sua vocazione autoriale. Dopo anni nelle migliori compagnie, spettacoli nei più prestigiosi teatri europei, la sua ricerca stilistica è in continua evoluzione. In movimento. Come il suo corpo. Che incanta e provoca emozioni. Ed ogni tanto ritorna sui suoi passi. Qui, in Calabria. Dove è pronto a tornare per raccogliere una sfida. A una condizione.

Fra poco si alza il sipario su “A rose by any other name would smell as sweet. Romeo+Giulietta”, da cosa nasce questo spettacolo?

La compagnia Scena Nuda, diretta da Teresa Timpano, mia carissima amica, mi ha commissionato un lavoro di teatro e danza. Lo spettacolo consiste in un balletto ispirato a Romeo e Giulietta. Il linguaggio è quello della danza contemporanea messo in scena con un cast composto da quattro bravissime ballerine creato a Milano, in una residenza coreografica presso la Dancehause diretta da Susanna Beltrami. Ho voluto  mettere in scena soprattutto gli aspetti della femminilità di Giulietta, il suo carattere, le sue emozioni. Lo spettacolo è preceduto da una master class dedicata ai danzatori del territorio. Un workshop articolato in due parti. La prima  consiste in una sezione di tecnica e la seconda in un laboratorio di improvvisazione con esercizi su un tema specifico. Durante la master class sarò affiancato dalle ballerine dello spettacolo. Donne completamente diverse che ho scelto per le differenze nelle fisicità e nel background artistico e creativo. Ho dato loro una struttura che comunque desse spazio agli incidenti artistici.

Cos’è un incidente artistico?

È qualcosa che prima di esibirsi non prevedi. Avviene quando ti scontri con qualcun altro. Lo scontro può essere fisico oppure artistico. La creatività emerge dal modo in cui tu riesci a risolvere questo scontro.

Ci racconti la sua storia.

Dopo il Conservatorio e l’Istituto d’Arte a Reggio Calabria, nel ‘96 vinsi un concorso nazionale a Roma e quella fu la mia prima vetrina. Susanna Beltrami, quel giorno in giuria, mi notò e mi diede la prima borsa di studio per la sua Accademia di Danza M.A.S.. Così mi sono trasferito a Milano. Poi vinsi un’altra borsa di studio a Londra. Non l’accettai, però, per continuare a lavorare con Luciana Savignano nella Compagnia della Beltrami. Già il secondo anno dell’Accademia ho iniziato la mia carriera. Ho scelto di lavorare e questo mia aiutò moltissimo a capire come dovevo stare in scena.

Cioè?

Avevo vent’anni. E’ stata una scelta fondamentale, giusta. Mi ha aperto la strade. I ballerini in genere studino perché hanno paura di confrontarsi con il mondo del lavoro. Invece io ho rotto subito quel muro di paure. Il lavoro mi ha dato gli strumenti per capire come muovermi. Contemporaneamente la scuola continuava ad essermi di supporto e mi ha aiutato tantissimo, perché avevo spunti ed ispirazioni diverse.

Come è nata la tua passione per l a danza?

Da piccolissimo ero già attratto dalla danza. Dal movimento. Poi è successo che ho avuto un problema di salute ed i miei genitori miportarono all’ospedale Gaslini di Genova. Il primario disse ai miei che avrei dovuto seguire un corso di nuoto o di danza per irrobustirmi. Vicino casa c’era una scuola di danza. Così mi iscrissero lì, a un corso di danza propedeutica. Dopo due mesi, la mia insegnante, che era un’Étoile del Teatro San Carlo di Napoli chiamò mia madre, le fece assistere alle prove da una sala con lo specchio da cui si può guardare attraverso ed alla fine le disse che dovevo andare alla Scala a Milano a fare il ballerino. Ho ricordi nitidissimi di quel giorno.

E come reagì la sua famiglia?

I miei genitori mi hanno tolto dalla scuola. Comprendo quella scelta. Erano gli anni 80, non era semplice. Tuttora al Sud non è facile fareun discorso del genere, secondo me. Così ho continuato gli studi. Ma a 13 anni avevo l’esigenza fortissima di riprendere la danza. Mi sono iscritto, con molto coraggio, da solo a una scuola. L’ho fatto quasi di nascosto. Perché a Reggio c’erano tanti pregiudizi. Ma non mi interessava nulla. Cascasse il mondo volevo fare il ballerino.

Avevi anche dei modelli estetici di riferimento a cui ti sei ispirato?

Purtroppo non c’era internet. Però ricordo ancora che la domenica mandavano in onda i balletti che registravo con le video cassette con le mia amiche. Li guardavo e riguardavo sognando di metterli in scena. Di fare il ballerino. Però a ventidue anni, finita la scuola, la mia attenzione si è spostata dalla parte performativa a quella autorale. Non volevo essere solo strumento ma anche autore di una danza. Lo scoprii durante gli esami dell’Accademia, in cui oltre a danzare ho creato una mia coreografia. È stata la prima volta in cui ho capito che con la danza si può fare tantissimo. Si può esprimere molto. Ed è un linguaggio molto complesso se usato in maniera giusta. Se adattato allo spazio e performato nel corpo che hai di fronte è il linguaggio più completo che esista proprio perché performato da esseri umani.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Il lavoro del ballerino è semplice. Ci si sveglia la mattina, si va in teatro. Dopo un’ora e mezza di riscaldamento ce ne sono altre sei-sette di creazione e prove per lo spettacolo. Prima ero legato alle compagnia teatrale. Oggi sono un free lance.

Perché questa scelta di sganciarsi dalla compagnia teatrale per mettersi per conto suo?

È una scelta partita da me. Mai nessuno mi ha forzato in nessuna direzione. Sentivo l’esigenza di fare il coreografo. Lavorando ore ed ore per la compagnia non avevo più tempo per creare. Volevo invece riconquistare il tempo per me stesso, per ricercare e creare il mio stile, il mio linguaggio. Per capire fino in fondo l’identità della mia danza.

In questa ricerca interiore del suo linguaggio, del suo stile personale, quel è, se c’è, quell’elemento che le ha permesso di innovare la danza?

È difficile parlare di innovazione. La danza ha un linguaggio poco esplorato. A me interessa quella concreta, surreale, con una matrice contemporanea. Che tratta temi attuali. Per questo scelgo di mettere in scena i movimenti emergenti, i fermenti culturali, i temi sociali, la diversità. Poi l’innovazione parte da uno studio profondo e disciplinatodegli aspetti che hai studiato. Purché si abbia un concetto forte del proprio lavoro e si capisca in che modo, anche e soprattutto attraverso la collaborazione, possa essere esplorato.

Cosa si aspetta da questa esperienza a Reggio Calabria?

Che il pubblico apprezzi il balletto, che utilizza un linguaggio nuovo per la Calabria. Mi aspetto di provocare. Di dare un’ora di astrazione per potersi lasciarsi catturare esclusivamente dall’opera d’arte.

E se il pubblico fosse lei, a cosa le piacerebbe assistere?

Mi piacciono le cose che mi provocano, che mi destabilizzano, che mi scomodano, che mi fanno arrabbiare. Essendo un artista vado spesso a vedere arte, balletti, spettacoli. È una necessità. E Londra mi offre grandi possibilità di osservazione. Ci sono periodi in cui ho una percezione più aperta. Altri un po’ meno. Devo però dire che apprezzo tutto ciò che ha una visione. L’arte può darti un punto di vista diverso. Deve regalarti un paio di occhiali che possano farti vedere il mondo in maniera differente, filtrato dagli occhi dell’artista.

C’è qualcosa delle sueorigini calabresi nella sua essenza artistica?

Non sono influenzato dalle mie origini, ma da tutto ciò che mi ha circondato e mi ha contaminato lungo tutto il mio percorso. Non sento in particolar modo l’influenza della cultura di questa città perché non mi ha dato nulla. Tutte le volte che torno a Reggio sono curioso di vedere come la città sia cambiata. Vivendo a Londra vedo un mondo in evoluzione. Mentre qui, in Italia in generale, resta tutto fermo. Aspetto un cambiamento, che ancora non c’è stato.

Quindi non tornerebbe qui?

Si, se mi offrissero la direzione artistica del Teatro Francesco Cilea.

È una provocazione?

No, è vero. Se mi dessero uno team di persone disposto a rischiare, disposto ad investire sull’arte, accetterei molto volentieri questa sfida. A volte sento dire che qui il pubblico non è pronto. Chi lo dice sbaglia. Chi compra spettacoli a pacchetto chiuso, sbaglia. Prenderei la direzione artistica per dimostrare come, in dieci anni, Reggio possa diventare un riferimento culturale nell’arte contemporanea. Il cambiamento si muove attorno all’arte.

Quale è la sua visione di se stesso tra cinque anni?

Ho un progetto che dovrà andare in porto ad ottobre col Balletto di Roma. Beh, tra cinque anni, se non sarò il direttore artistico del Teatro Cilea sarò un free lance che lavora in Europa con balletti che sono performati da compagnie internazionali e magari avrò una casetta a Londra. Ma ovunque io sia, non smetterò mai la ricerca del mio stile.

www.paolomangiola.com