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Giovedì, 03 Dicembre 2020

Occupazione femminile al sud: 4 secoli per recuperare i ritardi...

L’articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Si tratta di un principio meritevole di revisione nell’ambito delle tanto agognate riforme dell’impalcatura costituzionale. Parliamo di un diritto che, malgrado le numerose leggi approvate dal Parlamento, L’articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Si tratta di un principio meritevole di revisione nell’ambito delle tanto agognate riforme dell’impalcatura costituzionale. Parliamo di un diritto che, malgrado le numerose leggi approvate dal Parlamento, non è garantito allo stesso modo agli uomini e alle donne.
Alle donne è stato assegnato, nel tempo, il ruolo di “angelo del focolare”, ma ciò non ha impedito lo sviluppo di una consapevolezza di genere che ha comportato un rilevante aumento di istruzione ed occupazione femminile in tutti i paesi occidentali, tranne che al Sud Italia.
Le donne hanno sempre e comunque lavorato, sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare, anche se il loro lavoro non è mai stato riconosciuto come fonte autonoma di reddito. Permangono, quindi, nel 2013, tanti problemi strutturali all’interno del mercato del lavoro, come ad esempio le differenze di genere nelle carriere, nell’ammontare delle retribuzioni e nella libertà di opzioni dei propri percorsi professionali. Le politiche per favorire e promuovere le pari opportunità esistono sulla carta [L’Italia è una Repubblica fondata essenzialmente sulle carte] ma vengono sovente disattese.
In Calabria, nello specifico, tante lavoratrici sono chiamate a fare i conti anche con la piaga del lavoro sommerso che distorce le statistiche ufficiali relative al Mezzogiorno, in cui la probabilità di lavorare per le ragazze è quasi azzerata. La crisi ha eroso ulteriormente le pari opportunità, con un tasso di occupazione sceso tra aprile e giugno del 2012 a un minimo del 16,9% per le giovani tra i 15 e i 29 anni, ossiameno di due su dieci ha un’occupazione. Una quota così bassa non si registrava dal secondo trimestre del 2004.
In Italia, le più penalizzate sono le giovani donne del Sud: per loro, lavorare è un'eccezione. Ma, il tasso di occupazione registrato complessivamente – ossia senza differenza di genere –per gli“under 30” parla chiaro: per i 15-29enni è al 32,9%, con meno di un soggetto su tre a lavoro. Mentre tra i 18-29enni meno di uno su due ha un posto, infatti per loro il tasso è intorno al 40%, come evidenziato dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, nel corso di un'audizione parlamentare sulla nota di variazione del Documento di economia e finanza nel settembre del 2012.
In Italia la partecipazione femminile al mercato del lavoro rimane tra le più basse d'Europa: quasi una donna su due è inattiva. Il tasso di inattività delle donne italiane èdel 48,5%, a fronte della media Ue del 35,1%. Peggio di noi soltanto Malta con un tasso del 55,9%, comerilevato dall’Osservatorio sull’imprenditoria femminile della Confartigianato. Lo stesso studio ha evidenziato che: la Campania fa registrare il record per il più basso tasso di occupazione femminile[20,4%] uguale a quello del Pakistan e di poco superiore a quello del Libano, dello Yemen e della Mauritania. Seguono la Sicilia, con un tasso di occupazione femminile del 22,1%, la Puglia [22,7%], la Calabria con il 23,3%.
Sul versante geografico opposto della classifica è la Provincia Autonoma di Bolzano il territorio italiano con il tassodi occupazione femminile più alto, pari al 63%, seguito dall’Emilia Romagna con il 60,9% e dalla Valle d’Aosta con il 60,8%. A livello provinciale la maglia nera va a Napoli, dove il tasso di inattività delle donne è del 72%, cui fanno seguito Caserta con il 70,7% e Foggia [70,4%]. A Ravenna, invece, va il primato positivo della provincia con la più bassa percentuale di donne inattive: 30,8%. Seguono Bologna con il 32,1% e Ferrara con il 33,1%.
Stando i dati, estrapolati da più fonti di rilevamento e coincidenti in termini di comparazione,il rischio che corre il Mezzogiorno è quello di una desertificazione industriale e di una segregazione occupazionale, dove i consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25% e lavora meno di una giovane donna su quattro. Dal 2007 a fine 2011, l’industria al Sud ha perso 147.000 unità [-15,5%], il triplo del resto del Paese [-5,5%], e ha accelerato la fuga verso Nord degli abitanti. Nel 2011 i pendolari di lungo raggio sono stati quasi 140.000 [+4,3%], 39.000 dei quali sono laureati.
Volendo sincronizzare, con un esperimento virtuale fondato sui ritmi attuali del tempo e dello status occupazionale, ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Sud dal Nord. In termini di Pil[Prodotto interno lordo] pro capite, il Mezzogiorno in tutto il 2011 ha confermato lo stesso livello del 57,7% del valore del Centro Nord relativo al 2010: in un decennio il recupero del gap è stato soltanto di un punto e mezzo percentuale, dal 56,1% al 57,7%.
Se davanti ai dati rilevati c’è ancora qualcuno che crede nelle pari opportunità tanto conclamate dallo Stato italiano si faccia avanti!

Antonio Marziale
Sociologo – giornalista – Presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori