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Venerdì, 18 Settembre 2020

Donne sotto tiro: tutti i numeri sul “femminicidio”

Sono stati complessivamente oltre duemila gli omicidi di donne in Italia tra il 2000 ed il 2011. E’ uno dei dati forniti dall'indagine “Il femminicidio in Italia nell'ultimo decennio. Dimensioni, caratteristiche e profili di rischio”, condotta dell'Eures in collaborazione con Sono stati complessivamente oltre duemila gli omicidi di donne in Italia tra il 2000 ed il 2011. E’ uno dei dati forniti dall'indagine “Il femminicidio in Italia nell'ultimo decennio. Dimensioni, caratteristiche e profili di rischio”, condotta dell'Eures in collaborazione con l'agenzia Ansa. Solo nell’anno 2011 sono stati il  30,9% degli omicidi totali: la percentuale più alta nel periodo analizzato.  
C’è da chiedersi il perché di questo fenomeno che negli ultimi anni ha assunto una connotazione più marcata e certamente più preoccupante, tanto da aver contribuito a determinare uno specifico e doloroso neologismo: ‘femminicidio’ appunto, termine funesto nel quale sono state sintetizzate discriminazioni e violenze,  fino al gesto estremo dell'omicidio, subite dalle donne a causa della loro appartenenza di genere.
Di chi la colpa? Delle donne? Come ha provocatoriamente affermato don Piero Corsi, parroco di San Terenzo, una frazione di Lerici, in provincia di La Spezia?  “Le donne provocano”. Ha scritto in un volantino fatto affiggere la vigilia di Natale sulla bacheca della sua chiesa, scatenando una marea di polemiche.
Resta il dato di ripetuti episodi di cronaca. L’ultimo, il giorno di Santo Stefano,  proprio in Liguria, a Borghetto San Nicolò, vicino Bordighera, dove un uomo di 45 anni, ha ucciso la moglie, di 51 anni e la cognata di 54, poi si è puntato il fucile contro ed ha sparato. E’ in fin di vita in ospedale.
L’ennesima tragedia familiare, nella quale le vittime sono  ancora le donne. Si poteva evitare? Forse si, se prendiamo in esame la casistica della ricerca Eures-Ansa. Su 10 casi, almeno 7 erano stati preceduti da denunce e segnalazioni alle Forze dell’Ordine. Ma non è bastato. In altri, erano state addirittura predisposte misure di tutela di queste donne, ripetutamente minacciate  e sottoposte a violenza fisica e psicologica. Episodi di “stalking” che avrebbero dovuto rappresentare il segnale di allarme di una situazione estremamente pericolosa.
Basta osservare ed esaminare i dati della ricerca Eures-Ansa, pubblicati qualche giorno prima di Natale per liberare i risvolti tragici di una società sempre malata, di rapporti sempre più insofferenti, all’interno della coppia e della famiglia. C’è da chiedersi perché. C’è la necessità di capire cosa non funziona più dentro le relazioni uomo-donna, marito-moglie, lo stesso ruolo della donna all’interno della società, anche occidentale. Se in India, i recenti casi di stupro e violenze, possono essere inquadrati in un contesto sociale in cui la donna è considerata una “proprietà” dell’uomo, sia esso padre, fratello, marito, e dove contano molto le differenze di “casta”, in Italia, è stato il decadimento dei  valori sociali e di convivenza civile a ridurre la donna sempre più ad un mero oggetto.
L’Italia non presenta, infatti, la stessa realtà di Ciudad Juárez, la cittadina del Messico, diventata  tristemente famosa e simbolo mondiale del “femminicidio” per i ripetuti casi di delitti compiuti verso le donne. In tutta la città appaiono dipinte sui pali della luce, sui cartelli stradali, e persino piantate nella sabbia, croci rosa che stanno a testimoniare gli orrori che da quasi vent’anni hanno tolto la vita a centinaia, forse migliaia di donne. Delitti maturati in uno scenario di estrema, ma dignitosa povertà, di  case precarie fatte di assi, scatole di cartone, vecchi materassi, lamiere di zinco. Enormi quartieri abbandonati, con strade di polvere, senza acqua, scuole, parchi.
“Ni una más”, (non una di più) è il messaggio vergato a mano su un pezzo di carta attaccato ad una croce rosa, con centinaia di chiodi.  Ogni chiodo rappresenta una vittima, una donna di Juárez alla quale è stata strappata via la vita. Nel gennaio 1993 in quella cittadina sperduta al confine con gli Stati Uniti, vennero ritrovati, a distanza di due giorni l’uno dall’altro,  i corpi di Alma Chavira Farel, tredici anni, sodomizzata, strangolata e gettata in una discarica, e quello di Angélica Luna Villalobos, una ragazza di sedici anni, incinta di sei mesi, anch’essa torturata e strangolata con un cavo elettrico. Un macabro schema che per alcuni si è trasformato in un tragico rituale destinato a ripetersi negli anni in tanti altri delitti fino ai giorni nostri. Ancora oggi molte donne di Ciudad Juárez continuano a morire e a scomparire nell’indifferenza generale.
Quella dell’Italia, invece, non è una realtà di povertà, abbandono e degrado, almeno non diffusamente. Da noi lo status sociale delle vittime conta poco. Un femminicidio su 3 ha come movente il “possesso patologico”. C’è poi, nel 23,8% dei casi, il conflitto quotidiano. Infine, la giustificazione è un “raptus” improvviso, che emerge nel 9,8% dei casi. Tre aspetti diversi nei quali si coglie la difficoltà del colpevole di gestire il  rapporto e le relazioni con l’altro sesso. Su oltre duemila donne uccise dal 2000 al 2011, sette su dieci sono state assassinate in  ambito familiare:  607 erano mogli, 207 ex, e la metà di loro sono state uccise  novanta giorni dopo aver troncato una relazione. Altro che “provocazione”, dunque, potremmo dire, confutando le tesi di molti che puntano, senza remore il dito contro le donne, pur condannando il reato in sé.
Ma certi numeri, non sono il risultato di una maggiore percezione del fenomeno, favorita dalla velocità della comunicazione e dell’informazione di cui siamo continuamente bombardati. La realtà è nei numeri che negli ultimi tre anni rivelano  una forte recrudescenza del numero dei casi di morte violenta di donne per mano dell’uomo.
Nel 70,8% dei casi (1.459) si tratta di uccisioni avvenute all’interno dell’ambiente  familiare o delle relazioni affettive.  L'abbandono è un “tarlo”, e dopo la rottura, soprattutto nei primi tre mesi il rischio per le donne è più alto. In questo lasso di tempo avvengono quasi la metà  degli omicidi dell'ex partner.
La lettura della casistica è importante per dimostrare che non è la “provocazione”, la principale causa di questo fenomeno, che oltre che indignare tutti, deve generare una risposta collettiva di contrasto ad una mattanza che non è più tollerabile. In India, dopo i recenti casi di stupro che hanno portato persino alle morte delle vittime, si è sviluppata una diffusa coscienza civile, con manifestazioni, cortei e proteste che stanno costringendo le autorità di polizia, la magistratura a cambiare atteggiamento verso questo tipo di reati.
In Italia tra movimenti di difesa e tutela delle donne, delle associazioni che le rappresentano, c’è oggi sicuramente un approccio diverso. Ma c’è bisogno di ben altro.  L’estendersi di episodi che vedono vittime le donne, anche se non uccise, rappresenta il segnale, come detto, di un degrado culturale. Allora, non basta la repressione.  Occorre agire sulle coscienze, sul pensiero collettivo, attraverso un’opera di rieducazione sociale che coinvolga i giovani, fin dalla più tenera età. I rapporti sociali, al di là delle differenze di genere, non possono continuare ad essere caratterizzati dalla competizione, dal confronto duro, prevaricante, che spesso genera violenza, non solo verbale, ma anche fisica, e sempre più spesso, come dimostrano i dati, è causa di morte e punto di partenza di tragedie inimmaginabili.
Solo, infatti, attraverso un programma socio-pedagogico serio ed efficace che coinvolga tutta la società si possono riformare le coscienze per affrontare un fenomeno che per la sua drammaticità non è più sopportabile. Ogni giorno perso significherebbe aggiungere nuove croci.