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Mercoledì, 23 Settembre 2020

Cesare Lombroso: interrogativi sul “museo degli orrori”

Il museo di Torino è uno schiaffo ai principi costituzionali e ad ogni principio umanitario comunitario ed internazionale. E’ con vivo apprezzamento che  leggiamo sul magazine del Consiglio regionale della Calabria  notizie ed approfondimenti sugli orrori esposti nel museo Cesare Il museo di Torino è uno schiaffo ai principi costituzionali e ad ogni principio umanitario comunitario ed internazionale. E’ con vivo apprezzamento che  leggiamo sul magazine del Consiglio regionale della Calabria  notizie ed approfondimenti sugli orrori esposti nel museo Cesare Lombroso. Museo che, per inciso, non fa onore al capoluogo piemontese. E la cui chiusura è stata già richiesta, formalmente,  non soltanto da molte città meridionali ma da tante città del Nord. Considerando, però, che molti lettori non hanno avuto modo di conoscere la storia di questo museo - se non l’opinione espressa, attraverso un’intervista al direttore del museo pubblicata da Calabriaonweb e contrassegnata  da non poche omissioni e da tanti pregiudizi – è utile fare, una volta per tutte, il punto.
Ebbene: tra lo stupore generale, in data 27 novembre 2009, ha aperto i battenti, per la prima volta al pubblico,  il Museo di Antropologia Criminale "Cesare Lombroso", a Torino. In precedenza e fino al 1936/1947, esso era accessibile solo agli addetti ai “lavori”  (criminologi, medici legali e studiosi di varia estrazione). Rimase poi chiuso del tutto dal 1947 fino al 2009. Esso espone sostanzialmente l’illegittima “collezione” privata di teschi che Cesare Lombroso razziò a destra e a manca nel corso della sua vita, incurante di leggi e regolamenti che già dal 1883 imponevano la rigorosa sepoltura dei cadaveri dei detenuti oggetto di autopsia. Una collezione da brivido che raggiunse il numero di oltre duemilacinquecento crani.
Questa apertura museale ha naturalmente provocato notevole sdegno, per via dell’ anacronistica e illegale riproposizione delle aberranti tesi del medico ottocentesco, veronese di nascita (Marco Ezechia Lombroso il suo  vero nome), tornato così, inopinatamente, all'attenzione della comunità nazionale e internazionale attraverso un percorso museale costipato di oltre 904 teschi (ciò che resta del grande ossario lombrosiano) con taglio fronte-occipitale e di maschere mortuarie di orribile fattura, detta tecnica del “Tenchini” dal suo inventore, dimostranti appunto le ipotetiche caratteristiche fisiognomiche ed antropometriche del “nato delinquente”, con tanto di nome, cognome e luogo di nascita a corredo di utile informazione.

Il cranio del brigante Viellella ancora custodito nel museo “Cesare Lombroso” di Torino


Campeggia su tutti i teschi, preziosissimo, quello del calabrese sig. Giuseppe Villella di Motta S, Lucia (CZ), oggetto della prima rivelazione del Lombroso che così scriveva: “Alla vista di quella fossetta mi apparve d'un tratto come una larga pianura sotto un infinito orizzonte, illuminato il problema della natura del delinquente, che doveva riprodurre ai nostri tempi i caratteri dell'uomo primitivo giù giù fino ai carnivori...”.
La fossetta del Lombroso è una caratteristica della nostra conformazione cranica, molto comune in larga parte del mondo, ma Lombroso la attribuiva specialmente agli italiani nati nelle regioni meridionali con particolare predilezione per la Calabria.
Il museo sappiamo che è un’inutile e irregolare fossa comune, senza alcun valore scientifico né storico né sacro, appunto, allestendo la quale si sarebbe voluto forse dimostrare l'aberrazione delle teorie lombrosiane, finendo però, in sostanza, per farne se non l'elogio diretto, sicuramente una sconcertante rivitalizzazione.
Nonostante la situazione finanziaria generale, praticamente drammatica, l’ apertura del museo nel novembre 2009, risulta avvenuta grazie a cospicui finanziamenti destinati all'Università di Torino.
Senza contare altri finanziamenti regionali provinciali e cittadini, la sola legge 5 novembre 2004, n.274, infatti, ha concesso all'Università degli Studi di Torino, nella ricorrenza del VI Centenario della sua fondazione, un contributo straordinario per complessivi euro 5.550.000, di cui euro 1.950.000 per l'anno 2003 ed euro 3.600.000 per l'anno 2004. Tra le destinazioni del finanziamento,  di cui all'art.2 della legge citata, precisamente alla lettera «d» del comma 1, ovvero «realizzazione di alcune opere strutturali permanenti», con onere complessivo di euro 1.950.000 per l'anno 2003 ed euro 2.600.000 per l'anno 2004, si prevede (n.4) «la riapertura del Museo di Antropologia Criminale "Cesare Lombroso" e il restauro del Museo di Anatomia Umana, nell'ambito del progetto «Museo dell'Uomo».
Ebbene, se appare plausibile l'intento del restauro del Museo di Anatomia Umana, come proposto dall'art.2, lett. «d», n.4, della legge n.274 del 2004, iniziativa dagli evidenti pregi scientifici e didattici, risulta molto meno pregevole e scientificamente apprezzabile la destinazione del finanziamento all’ apertura del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”.
L'intera produzione bibliografica del Lombroso, infatti,  appare disseminata di quel razzismo «scientifico» che, oltre a costituire la piattaforma ideologica delle successive derive naziste e fasciste, ha consentito al Lombroso di diffamare e calunniare le popolazioni del Mezzogiorno.
A combattere contro tutto ciò, è sorto a Milano, nel maggio 2010, Il Comitato Tecnico Scientifico "No Lombroso", che si propone di svolgere la più ampia attività di studio, ricerca e documentazione, con l'intento di perseguire ogni forma di ignoranza, intolleranza, violenza, censura, ingiustizia, discriminazione e razzismo, ribadire l'insensatezza e il disvalore scientifico dell'odierna riproposizione delle tesi formulate da Cesare Lombroso, insieme alla promozione di un disegno di legge per la messa al bando della memoria di uomini colpevoli direttamente o indirettamente di delitti connessi con crimini di guerra o di razzismo.
Il Comitato intende porre rimedio a quanto perpetrato a Torino, città dedicata alla cultura vera e che non merita sicuramente l’orribile ed inutile esposizione lombrosiana,  provvedendo a studiare e deliberare tutte le necessarie modificazioni nominali e sostanziali del Museo Lombroso, per evitare il protrarsi dell'incivile rituale, oltretutto a  pagamento di un ticket, che conduce all'osservazione di resti umani trattenuti illegittimamente e fuori da ogni logica scientifica.
E'moperativo da tempo il sito Internet “www.nolombroso.org”, con traduzione in inglese e francese e spagnolo. Connettendosi ad esso è possibile apporre la propria sottoscrizione ad una petizione ufficiale, a sostegno delle iniziative del Comitato, mentre nomi prestigiosi dell'informazione e della cultura hanno aderito all’iniziativa in qualità di testimonial del Comitato. Tra di essi i giornalisti e scrittori Lino Patruno e Pino Aprile,  l'ex presidente dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti Lorenzo Del Boca, gli attori e registi teatrali Ulderico Pesce e Roberto D'Alessandro, il docente e presidente della Commissione Cultura dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti Franz Foti, l'attore e drammaturgo Luigi Angiuli, i musicisti e compositori Mimmo Cavallo ed Eugenio Bennato, il già magistrato della Suprema Corte di Cassazione Dott. Romano De Grazia, insieme a numerosi docenti e rappresentanti dell'informazione, molte città tra cui Lecco e Bari e perfino l’intera Regione Calabria. Di notevole rilievo è la stimata nota del Dott. Franco Ionta, alto dirigente del Ministero della Giustizia e Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed il recente appoggio del prefetto di Catanzaro, Antonio Reppucci.
Insomma il consenso del Comitato si allarga giorno dopo giorno, segno inequivocabile dell’isolamento culturale cui il Museo Lombroso sembra destinato. Che dire poi, dei suoi insostenibili costi gestionali, cui le esauste casse torinesi non possono e forse nemmeno vogliono più prestar soccorso. Scarsi sono gli introiti dei biglietti (50.000 staccati, secondo loro dichiarazione, ma sarebbe poi utile sapere quanti pagati a 3 €/cad) dall’apertura ad oggi, che non collocano certamente il museo nell’agorà delle mete preferite dai torinesi e dai turisti, giustamente direi, avendo Torino ben più interessanti tesori artistici e culturali da mostrare con giusto orgoglio.
Il Comitato Tecnico Scientifico "No Lombroso", che insieme con il Comune di Motta S. Lucia ha ottenuto la condanna in primo grado dell’Ateneo Torinese, responsabile del Museo Lombroso, prosegue quindi la sua lotta, con lo scopo di ottenere quei risultati che rappresenteranno l'importante rivincita dei valori di civiltà e dignità, sancendo la definitiva stigmatizzazione dell'insana attività di Cesare Lombroso.

Domenico Iannantuoni,
presidente Comitato Tecnico Scientifico “No Lombroso”
(www.nolombroso.org)

Domenico Iannantuoni