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Lunedì, 30 Novembre 2020

Giovannino Russo, l'ultimo dei grandi meridionalisti

Parla della Calabria e della sua immagine e, senza panegirici, afferma: "Caro Veltri, effettivamente la Calabria ha nei media un'immagine condizionata spesso dalla mancanza di un approfondimento dei motivi sociali e politici che sono alla base delle sue condizioni, per Parla della Calabria e della sua immagine e, senza panegirici, afferma: "Caro Veltri, effettivamente la Calabria ha nei media un'immagine condizionata spesso dalla mancanza di un approfondimento dei motivi sociali e politici che sono alla base delle sue condizioni, per cui prevale la stanca ripetizione dell'idea di una quasi identificazione con le organizzazioni criminali e soprattutto della 'Ndrangheta’’.

Giovannino Russo, l'ultimo dei grandi meridionalisti


Comincia cosi’ una delle piu’ interessanti chiacchierate fatte negli ultimi tempi sul problema dei problemi della Calabria e cioe’ l’immagine della nostra regione, le colpe di noi calabresi ma anche gli stereotipi ed i luoghi comuni che ci vengono cuciti addosso. L’interlocutore e’ Giovannino Russo, uno dei meridionalisti piu’ veri e piu’ arguti, ritenuto anzi l’ultimo grande meridionalista, la cui biografia (che pubblichiamo a parte proprio perche’ si abbia piena contezza del valore di chi esprime questi giudizi) dice tutto.
‘’ E' chiaro – dice Russo - che si tratta di un’interpretazione che si rifiuta di esaminare i vari aspetti dei problemi storici, civili e sociali della regione. La ragione per cui questo avviene non sta solo nel fatto che per il pubblico dei media ha più audience una storia in cui si raccontano episodi e avvenimenti che confermano luoghi comuni, ma anche nel fatto che sia la classe politica sia le istituzioni non hanno dato di loro stesse un'immagine tale da contraddire quella che è prevalsa finora nel racconto della realtà calabrese’’.

Non ritiene che la Calabria, e il sud in genere, venisse raccontato dai media meglio 40 anni fa? E perche’?’
Come lei mi fa notare, sia la Calabria sia il Sud in generale erano rappresentati sui mezzi di comunicazione di massa molto meglio negli anni passati, in particolare nel periodo che va dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70. Questo era dovuto al fatto che c’era un interesse ideologico e politico che animava sia i partiti e i sindacati, sia gli operatori della comunicazione. C’era nell’opinione pubblica il desiderio e la speranza di modificare certe condizioni sociali e di risolvere secolari problemi. Per parlare ad esempio del mio caso, come giornalista, posso dire che debbo la scoperta della Calabria a Corrado Alvaro, grazie alle pagine di “Gente in Aspromonte”. E proprio la poesia di quegli scritti e le sue riflessioni portavano a scandagliare la realtà calabrese sotto la suggestione di una rappresentazione anche letteraria di un grande scrittore. Attualmente questi motivi ideali non ci sono più, e il confronto tra la Calabria e le altre regioni italiane si fa solo sulla base degli aridi dati delle statistiche dell’Istat o dei bilanci degli Enti pubblici, che non sono sempre - per usare un eufemismo - correttamente amministrati. Il motivo per cui, quindi, si guardava con occhi diversi alla Calabria negli anni passati era proprio perché tutta l’atmosfera del Paese era contrassegnata dal desiderio o dalla speranza di contribuire alla costruzione di un avvenire più felice e migliore’’.

 Che responsabilita’ attribuisce per tutto cio’ alle classi intellettuali calabresi e ai media calabresi?

‘’Naturalmente una delle cause non secondarie di questo fenomeno, che non riguarda solo la Calabria, è costituita dal comportamento di una classe dirigente che non si preoccupa di curare gli interessi pubblici, ma è rivolta prevalentemente a curare quelli personali o corporativi, in una parola clientelari, e tira a campare pur di garantire la propria sopravvivenza. Varie sono quindi le ragioni per cui non si riesce a dare un’immagine vera della situazione della Calabria, ma questo non succede solo per essa. La tendenza dei media è quella di colpire con fatti clamorosi l’attenzione del pubblico. Così la scoperta del radicarsi della ‘Ndrangheta in Lombardia, fenomeno che risale del resto a circa 30 o 40 anni fa, viene presentato come un fatto nuovo, recente e sorprendente, sicché non si riflette su come questa “esportazione” sia lentamente avvenuta. Naturalmente non mancano da parte di studiosi più seri e di giornalisti meno superficiali i tentativi di rovesciare questi luoghi comuni e di fare studi seri, esaminando meglio e più compiutamente le realtà sociali, i rapporti tra le classi dirigenti e i ceti medi della regione con quelli più poveri e meno evoluti, ma si tratta di aspetti minoritari che non incidono sulla comunicazione di massa. Non mi sento tuttavia di attribuire la responsabilità di questo solo alle classi intellettuali e ai media calabresi, anche se essi non fanno molto per modificare i luoghi comuni rimanendo spesso prigionieri di un orgoglio mal riposto sui meriti e sulle capacità delle classi dirigenti: in generale la responsabilità sta nel modo è il modo di usare la comunicazione di massa più per intrattenere e distrarre il pubblico che per affrontare i veri problemi e farli conoscere. Quindi la responsabilità è molto maggiore da parte di chi, fuori dalla Calabria, si occupa dei sistemi televisivi o giornalistici, anche se intellettuali e media calabresi non reagiscono in maniera seria e senza inutili vanterie ad un’immagine scontata di una regione che invece possiede, nella sua storia, nella sua cultura e nelle sue tradizioni, qualità che meriterebbero di essere fatte conoscere e apprezzare’’.

BIOGRAFIA


Giovanni Russo è tra i maggiori protagonisti della vita culturale e giornalistica italiana. Nato a Salerno, inviato speciale del “Corriere della Sera”, collaboratore de “Il Mondo” di Mario Pannunzio e delle principali riviste culturali a partire da “Nuova Antologia”, ha avuto come impegno costante nei suoi libri e nei suoi articoli, negli interventi televisivi e radiofonici e in dibattiti e convegni, quello di documentare attraverso analisi spregiudicate e originali la situazione sociale del Paese: dalle vicende dei partiti, ai problemi del Mezzogiorno, fino alla condizione dei giovani nella scuola e nell’università e al travaglio politico e culturale del comunismo.
Assunto nel 1955 dal “Corriere della Sera”, di cui oggi è articolista, ha compiuto viaggi in Europa, Medio Oriente, Africa, Stati Uniti, Unione Sovietica, Giappone.
Tra i suoi libri “Baroni e contadini” (Premio Viareggio 1955), “Chi ha più santi in paradiso”, “Israele in bianco e nero”, “Perchè la Sinistra ha eletto Berlusconi”, “E’ tornato Garibaldi”, “I nipotini di Lombroso”, “Le olive verdi- racconti dal Sud” (Premio speciale Strega 2002), “I cugini di New York”, “Con Flaiano e Fellini a Via Veneto” (Premio Estense 2006) e “Dialogo su Dio, Carteggio Croce – Curtopassi 1941-1952”. Tra gli altri premi ricevuti il Premio Marzotto per il giornalismo 1965, il Premio Carlo Casalegno 1981, il Premio Pannunzio 1991, il Premio Mezzogiorno 1993 e il Premio Positano 1998 per il giornalismo civile.