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Mercoledì, 21 Ottobre 2020

Sturzo: “Il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno”. Un saggio di N. Oliverio e L. Giorgi su cattolicesimo politico, riforma agraria e questione meridionale

Delle lotte per le terre nel decennio ’43-’53 definite dal sociologo americano Sidney Tarrow “uno degli eventi più rivoluzionari del dopoguerra”, della riforma agraria che sbaragliò

il latifondo e “le grandi aristocrazie che poggiavano la loro fortuna sulla concentrazione di migliaia di ettari nelle mani di pochi e blasonati gruppi” (Piero Bevilacqua) e di ciò che di esaltante e drammatico coinvolse il Mezzogiorno, sono piene le biblioteche.

La strage di Melissa

E a mettere insieme discorsi, scritti e dibattiti di quando la politica aveva un pensiero lungo, si avrebbero chilometri di parole. Tuttavia, per capire l’Italia di oggi  spaccata in due, il disastro sociale, la povertà tecnologica e istituzionale e la presenza della criminalità che in molte realtà del Sud s’è fatta Stato, occorre interrogarsi ancora su quel decennio che vide i contadini irrompere nella vita pubblica. Giunge  intrigante, specie per gli incastri che propone tra gli eventi del primo e secondo dopoguerra, l’insorgere del popolarismo sturziano, De Gasperi e il centrismo e l’immarcescibile questione meridionale, il libro  di Nicodemo Oliverio e Luigi Giorgi, arricchito dai contributi di Luca Bianchi (“Il Mezzogiorno ieri e oggi”)  e Federica Sindici (“La politica agraria nella Costituzione”).

Il titolo è urticante: “Il cattolicesimo politico, la questione meridionale e la riforma agraria” (Il Pensiero edizioni), ma c’è polpa nelle 347 pagine. E spunti interessanti,  per comparare l’European Recovery Program (noto come Piano Marshall) che, in cambio dell’estromissione dei comunisti dal Governo e della collocazione euro-atlantica, De Gasperi ottenne dagli Stati Uniti nel ’47, con il Recovery Fund su cui contiamo per rammendare l’Italia dei primi vent’anni del XXI secolo.  Ma spunti anche per raffrontare l’Italia e  il Sud di 70 anni fa con quanto succede ora: senza i “Liberi e forti” di don Luigi Sturzo, uno che già nel 1929 parlava di “Stati uniti d’Europa”, senza la Dc e coi cattolici senza partiti, irrilevanti nello scenario politico.  Il volume prende le mosse dal pensiero meridionalista del sacerdote di Caltagirone per il quale “la questione meridionale è una questione nazionale”, perché (cosi nel discorso pronunciato a Napoli il 18 gennaio del 1923) “gli effetti dei problemi che la compongono si ripercuotono in tutta la nazione e in quanto è dovere nazionale risolverla nella sua intera portata”. Fin da allora, prima che l’avvento del fascismo interrompesse l’elaborazione della politica riformista e meridionalista del Partito popolare, Sturzo ebbe chiara l’importanza strategica della riforma agraria per la liquidazione del latifondo e la diffusione della piccola proprietà contadina.

Alcide de Gasperi

E  si muoveva “con l’obiettivo di evitare la proletarizzazione delle masse contadine, cercando di scuotere la proprietà terriera, richiamandola ai suoi doveri, cercando di spingerla sulla via di un’imprenditoria moderna, capace di migliorare sia i sistemi di coltivazione sia i rapporti contrattuali con i contadini”. Riforma agraria che, prima con i decreti del ministro comunista Gullo del 1944 che concedevano le terre incolte ai contadini organizzati in cooperative e dopo, sull’onda del clamore suscitato dall’eccidio del 29 ottobre 1949 a Melissa, iniziò a prendere forma. Si ebbe, “da parte del Governo De Gasperi grazie anche  all’impegno di Antonio Segni e Giuseppe Medici” prima la legge Sila’ (novembre del ’49) destinata alla Calabria” e, l’anno dopo, l’approvazione del Parlamento a larga maggioranza della riforma. I fatti di Melissa, che videro la celere del ministro degli Interni Scelba (intervenuta su richiesta del proprietario del fondo Giulio Berlingeri che possedendo 14 mila ettari nel Marchesato si sentiva minacciato dalla sollevazione dei braccianti) uccidere Angelina Mauro, Francesco Nigro e Giovanni Zito, sono ricostruiti da Oliverio e Giorgi alla luce dei dibattiti parlamentari a cui presero parte i maggiori esponenti delle forze politiche. Si percepisce lo sdegno per quanto accaduto, pari all’indignazione dell’opinione pubblica internazionale informata dell’accaduto da un memorabile articolo di Le Monde che iniziava così: “Ce n’est pas le seul point noir de l’horizont” (Questo non è il solo punto nero dell’orizzonte).

E dopo la riforma agraria venne l’ora della Cassa per il Mezzogiorno. Sturzo la condivise, in effetti - spiega lo storico Francesco Malgeri nella prefazione al libro - “rispondeva ad una linea di stampa keynesiano per favorire il decollo delle aree depresse e si richiamava per molti aspetti all’esperienza roosveltiana della Tennessee Valley Authority”. Ciononostante, Sturzo fu facile profeta nel paventare il rischio della sua eccessiva politicizzazione: “La Cassa deve restare organo di tecnico-finanziario - scrisse nel 1950 -  senza immettervi dentro uomini politici, dato che il consiglio d’amministrazione da esperti che per dieci anni si dedichino esclusivamente alla rinascita del Mezzogiorno. O cosi o la Cassa sarà un nuovo Ente, uguale a cento altri”. Chi può negare le trasformazioni che conobbe il Sud con i 169.202 progetti  per un importo di 1.403 miliardi (1.029 solo nel settore delle opere pubbliche e 374 nel settore privato) che la Cassa approvò dal 1950 al 1960? E chi può smentire che tutto ciò non fu sufficiente per sanare gli squilibri sociali del Sud? Vero è che, tra il 1949 e il 1955, le speranze di un cam­biamento per il movimento contadino erano incentrate sulla riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno.

don Luigi Sturzo

“Ma la prima si sgonfiò immediatamente e la Cassa -  scrisse Giovanni Russo nella prefazione a una nuova  edizione di ‘Baroni e contadini’, “dopo aver creato dighe, strade, ponti ed ac­quedotti, ha investito buona parte dei 100 mila miliardi fino alle metà degli anni ’80 nella industrializzazione senza sviluppo”. Fin qui la tela infinita di eventi e opinioni sul Mezzogiorno e le sue vicissitudini. Ma per esprimere un giudizio anche sommario sulla  riforma agraria che segui alle lotte dei contadini contro il latifondo, non va dimenticata l’inchiesta parlamentare sulla miseria nel Meridione del 1954 secondo cui l’85 per cento delle famiglie povere si trovava al Sud, con Calabria e Basilicata ai primis­simi posti. Il reddito pro capite, fatta 100 la media nazionale, era di 174 in Piemonte e di 52 in Calabria. L’80 per cento dei comuni ca­labresi era senza edifici scolastici o aveva scuole sistemate in edifici malsani e perico­lanti, l’85 per cento dei comuni non aveva canali di scolo e acquedotti insufficienti. Per ogni 1500 abitanti vi era un solo posto letto negli ospedali. Il 45 per cento della popola­zione era analfabeta. Né vanno dimenticate le case svuotate dei paesi del Sud: a milioni dovettero scappare. L’emigrazione - per il Mezzogiorno un’epidemia implacabile che lo privò delle energie più combattive lasciandolo preda della  speculazione economica e delle mafie fino a renderlo oggi “la più grande regione in ritardo di sviluppo d’Europa” (come documentano Luca Bianchi e Antonio Fraschilla in “Divario di cittadinanza” edito da Rubbettino) -  non origina  da una fatalità geofisica, ma è l’esito di politiche scellerate e di una riforma agraria che, comunque sia, lasciò il Sud a bocca asciutta. Non realizzo nessuna rivoluzione socioeconomia nelle campagne, scontentò i cafoni e li obbligò alla catena di montaggio del Nord e a diventare “le giacche appese nelle baracche nei pollai d’Europa” (Il canto dei nuovi migranti” di Franco Costabile è fondamentale per  comprendere cos’è successo al Mezzogiorno). Si evince, indubitabilmente, che è politica, non solo economica e sociale, la questione meridionale che nasce con l’Unità d’Italia e, irrisolta, condiziona le possibilità di riscatto del Paese nella crisi più profonda dal dopoguerra scatenata dalla pandemia. Ma attenzione, Sturzo ha aggiunto altro. E Oliverio e Giorgi ne fanno il “fil rouge” del volume. E’ questione nazionale (ed anche internazionale), ma pure un impegno che i meridionali debbono caricarsi sulle spalle, rinunciando a inerzie, parassitismi locali, miopie, individualismi e gelosie. L’appello di don Sturzo fu: “il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno”.