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Giovedì, 09 Luglio 2020

“Per il Palizzi mi faccio apostolo”. Nino Pichilli si è dimesso da vignaiolo per diventare eno-promoter a tempo pieno

Ha chiuso. Ha rinunciato a vigneti e vendemmie. Ha venduto l’amatissima vigna ma sta regalando le bottiglie delle ultime annate per diffondere il vino che ha salvato dall’estinzione.

Il vigneto Pichilli in contrada Pirarelli di Palizzi

Non molla né diserta, Nino Pichilli. Anzi rilancia.  Ha scelto di far dono della sua recente produzione ad amici, giornalisti, sommelier, opinion-leader ed estimatori: bottiglie che, oltre al vino contengono un messaggio, la missione di ambasciatrici del Palizzi. Per passione, competenza e risultati lusinghieri – prima che per il dato anagrafico, classe 1934 – a Pichilli spetta il titolo di Padre Nobile del Palizzi Igt, espressione del mitico terroir palizzese e del comprensorio grecanico.

Il vigneto di famiglia è passato in mani sicure. Quelle di Ninni Tramontana, titolare dell’omonima azienda vitivinicola di Gallico, erede di una dinasty secolare e attuale presidente della Camera di Commercio reggina. In contrada Pirarelli di Palizzi le radici delle viti affondano nelle argille scistose d’una valle aperta alle correnti dello Jonio. Siamo praticamente sulla punta dello Stivale, tra le pendici aspromontane e il lembo meridionale più estremo della Penisola italiana, dove lo sguardo si perde sul mare aperto e la Sicilia.

Nino Pichilli

Nino osserva con gli occhi velati di malinconia quei filari disposti ad anfiteatro, con sullo sfondo il borgo col castello di Palizzi.

Ma non ha rimpianti: “Sono contento e soddisfatto – dice – perchè, insieme a questi tre ettari di vigna, i Tramontana hanno raccolto il testimone dell’impegno a valorizzare il Palizzi.”

La sua battaglia, a lungo isolata, ha contribuito a far emergere in zona nuovi vignaioli - figli o nipoti degli stessi viticoltori che negli anni ’60-70 avevano preferito desistere. Singoli e associati, producono e imbottigliano dando valore al territorio e recuperano tecniche tradizionali.

Quest’onda nuova del Palizzi, l’ha sollevata lui venticinque anni fa, col vino destinato a una piccola cerchia di amici.

Era “U vinu ‘i Ninu” con un’etichetta auto-ironica con la sua caricatura. Sul finire degli anni ’90 s’è deciso a mettere sul mercato poche migliaia di bottiglie numerate con un’etichetta dipinta dall’artista Giacomo Muscolino e poi anche da Giuseppe Vale, Pino Napoli e Stellario Baccellieri.

La Cantina Pichilli a Palizzi

Nino usò quelle bottiglie per una “campagna” pro-Palizzi. Una battaglia che incontrò all’inizio solo il sostegno fattivo ed entusiasta dell’indimenticabile agronomo-scrittore, Gaetano Previtera e l’attenzione partecipe di Arnaldo Cambareri, giornalista e appassionato intenditore quanto sensibile wine-lover.

Bisogna ricordare che il mondo del vino reggino è stato per tanto, troppo tempo, indolente. Il più sonnacchioso della stessa Calabria, definita per anni la Bella Addormentata del vino italiano. A parte la pattuglia dei battaglieri produttori del Greco e del Mantonico di Bianco e pochissimi altri temerari, nella provincia più meridionale della Penisola, come rilevò Mario Soldati mezzo secolo fa, molti preferivano imbottigliare vino che producevano con uve o mosti provenienti dalla vicina Sicilia.

E’ in questo scenario che si colloca lo scatto di fierezza enologica di Nino Pichilli. Decide di riprendere il filo della tradizione millenaria del Palizzi e trascina col suo apostolato enologi aperti e curiosi come Claudio Fuoco e Roberto Lombi, giornalisti, sommelier (primi fra tutti, Francesco Saccà e Antonio Macheda) e l’assaggiatore Onav agronomo-scrittore, Rosario Previtera.

(Ricordo il mio primo calice del suo Palizzi 2003. Scusate l’autocitazione, scrissi: “ho assaggiato un vino già assai interessante, ma di spiccate e notevoli ulteriori potenzialità. A base di nerello cappuccio e calabrese, rosso rubino intenso, il Palizzi ’03 IGT di Pichilli è un giovane che deve e può maturare bene. Con sentori di viole e frutti rossi, è fresco e morbido, tanto da non svelare la sua potenza alcolica”).

Il suo vigneto-gioiello, valorizzato da moderne tecniche di cantina, aveva trovato la giusta interpretazione. Quel cru di parcelle benedette dalla luce e dalla natura felicissima, dopo la fase amatoriale è passato a notevoli performance.

(Nell’ultimo assaggio ho trovato, così, U Vinu ‘i Ninu più convincente che mai. Ho annotato: rosso rubino, fitto e intenso, dall’orlo purpureo, investe l’olfatto con un avvio di viole e ribes nero e sullo sfondo frutti rossi e nuanches speziate e terrose. Al gusto convince per vigore dei giusti tannini che si fondono, mitigati dalla freschezza che invoglia alla beva e chiude con una lunga scia aromatica).

'U vinu i Ninu'

I risultati hanno suscitato ben più importanti, lusinghieri consensi. Ne scrive anche Francesco Falcone, brillante “critico errante” che definisce l’azienda “leader qualitativo, una delle migliori della provincia”.

Viene segnalato nell’evento “Calabria Wine Days” promosso a Lamezia dai sommelier dell’AISCalabria, arriva anche al Vinitaly e al Golosario. E ha successo. Entra nella Top-100 del Golosario-Club Papillon, con la lode di Paolo Massobrio e Marco Gatti.

Il Palizzi, grazie all’impegno contagioso di Nino, è salvo e vive un suo rinascimento. Era celebrato, ma anche relegato nella mitologia ed è tornato a scorrere, apprezzato, nei calici. 

Ora Nino ha un solo cruccio. Dopo il vigneto, vorrebbe vedere nelle mani giuste anche la sua cantina a Palizzi Marina. “È completa, razionale e ben attrezzata – sottolinea – con corte interna, sala degustazione e area didattica e per di più uno spazio per l’accoglienza di visite enoturistiche. Il mio desiderio è quello di non doverla vendere come immobile, muri e suolo, ma conservandone, in qualche modo, la storia e la destinazione…”.

Il vino – si dice – è la poesia della terra. E, a suo modo, Pichilli si è rivelato uno spontaneo poeta della vigna e del vino.