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Venerdì, 29 Maggio 2020

“Nel turismo e nell’enogastronomia, la Calabria può dominare il mondo con le sue tante eccellenze”. Intervista a Gianfrancesco Turano, che sponsorizza la sua amata terra dalle pagine dei suoi saggi

Ragù di capra”, del 2005, è il romanzo con il quale Gianfrancesco Turano ha conquistato i lettori italiani.

Giornalista e scrittore di origine calabrese, da lettore sfrenato qual è stato fin da giovanissimo, una volta scoperta la sua vena letteraria ha scritto tra saggi e romanzi altri sei libri - “Catenaccio!” (del 2006); L’ultima bionda e Tutto il calcio miliardo per miliardo (entrambi pubblicati nel 2007); Remedia Amoris (2009); Fuori gioco (2012) e Contrada Armacà (2014) – attraverso le pagine dei quali ha spesso parlato e descritto la “sua” Calabria. Terra da lui tanto “sponsorizzata” agli amici di mezzo mondo mediante i profumi e i sapori delle eccellenze enogastronomiche grazie ai quali fa graditi e apprezzatissimi regali mangerecci.

Nato a Reggio Calabria nel 1962, ha pubblicato il suo primo articolo su Paese sera nel 1979 ad appena diciassette anni e,subito dopo la laurea in letteratura greca alla Statale di Milano, ha prima lavorato come traduttore per l’editore Giunti e nel 1987 vince il concorso per la Scuola di giornalismo Gino Palumbo del Corriere della Sera. Prima di essere assunto nel 2009 dal settimanale L’Espresso per il quale cura il noto blog “Ragù di capra”, ha anche scritto per diversi anni al settimanale economico-finanziario Il Mondo. Negli anni si è occupato di varie inchieste pubblicando pezzi su “corruzione, riciclaggio, finanza offshore e altre realtà propulsive per lo sviluppo economico”. Come si legge in varie interviste a lui dedicate.

Ironico anche quando tratta temi di grande interesse - proprio come nel corso di questa chiacchierata -, ma allo stesso tempo molto diretto e obiettivo su quello che si aspetterebbe di vedere realizzato dai politici calabresi, “non le manda a dire”. E agli studenti che incontra durante eventi scolastici, e che vorrebbero intraprendere la strada del giornalismo, consiglia sempre “di non perdere mai i propri obiettivi e di studiare e approfondire argomenti che a loro piacciono e la conoscenza delle lingue straniere”. L’importante è dare il meglio di sé, sempre.

Incontra spesso ragazzi durante eventi letterari e scolastici, affrontando tematiche di attualità e consigliando loro di continuare a studiare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Considerando l’influenza che i social – dove tutto sembra facile e a portata di un click - hanno sui giovani e sulle loro scelte anche future, quale messaggio vuole dare alle nuove generazioni e a chi legge i suoi articoli e che vorrebbero un domani intraprendere, magari, la professione di giornalista?

«I messaggi, secondo me, il giovane deve trovarli dentro di sé. Uno già parte con l’idea abbastanza precisa di quello che vuole fare. È chiaro che su molti fronti il momento storico che viviamo non è positivo e per il giornalismo è ancora più difficile, per cui si rischia di scoraggiare un po’ chi vuole intraprendere questa professione. Io cerco di evitarlo, perché non mi piaceva da ragazzo e non mi piace tuttora essere scoraggiato e, conseguentemente, non voglio farlo con gli altri. Ma non nascondo le difficoltà che si possono incontrare. Come è fondamentale far capire che nella vita non è tutto facile e che per costruire una professione c’è bisogno di studio e preparazione. Da calabrese, a me hanno insegnato che già partiamo con un certo “handicap” e che lo studio è il sistema per uscirne e per riuscire a sottrarsi a questo destino. Studiare è fondamentale perché è una risposta alternativa a quella “facilità” di successo e notorietà che arriva dai social. È una difficoltà però, come è anche quello che riesce poi ad aprirti verso quell’obiettivo ambizioso che ognuno ha dentro di sé».

 Avendo fatto diverse esperienze lavorative prima di dedicarsi al giornalismo, quale tra queste le ha dato un maggiore apporto nella sua attuale professione e al blog “Ragù di capra”?

«Voglio rovesciare i termini. È la professione che ha dato un apporto a quello che io faccio, quando mi occupo di teatro o di narrativa. Perché è la professione che è fondamentale per non parlare soltanto di se stessi e del proprio “ombelico”. Per uscire da questa prigione del narcisismo che è fatale e che produce, spesso, giornalismo scadente e letteratura ancora più scadente. D’altronde, negli ultimi anni il mondo dei social non ha fatto che peggiorare questa fuga nel narcisismo che non è altro che una scorciatoia che, però, secondo me non porta grandi risultati, se non per pochissimi…»

Si è mai sentito un cervello in fuga e che cosa ne pensa dei tanti giovani che lasciano questa regione per trovare “fortuna” altrove portando con sé, la propria bravura ed esperienza?

«Per sentirmi un cervello in fuga, dovrei prima avere un cervello. La risposta, comunque, è no. Non mi sento un cervello in fuga. Ma non mi sento neanche in fuga, in realtà, perché questa “fuga” è ampiamente interrotta da frequenti, per quanto possibili, ritorni sul “luogo del delitto”. La mia Calabria. Come detto prima, vengo in Calabria tutte le volte che posso e, a parità di interesse, se avessi un posto di lavoro, non vedo perché non dovrei andare a lavorare nella mia terra. Il fatto è che i dati sulla disoccupazione in Calabria sono molto alti ed è una situazione brutta. È un fattore generazionale questo, e che si applica su tutto il territorio nazionale, non solo nella nostra regione – dove ci sono i record di disoccupazione, sottoccupazione ed inoccupazione giovanile a livello europeo - questo gap del mondo del lavoro. E non credo che sarà un governatore regionale a poter cambiare e risolvere questa situazione, perché sono i meccanismi dell’economia globale, e ci vorrebbero ben altri stimoli per rimettere in moto l’intero circuito dell’economia. Ma bisogna dire anche che noi calabresi abbiamo fatto di tutto per gestire male tutti i soldi arrivati dai fondi regionali, statali, europei. Non possiamo sempre dire che è colpa del “governo ladro”, ogni tanto sarebbe opportuno fare un’autocritica e capire che non c’è stata una strategia e una progettualità nel saper spendere questi fondi pubblici che sono stati utilizzati male, se non, addirittura, fatti tornare indietro».

Secondo lei, questo gap in Calabria della mancanza di lavoro, è dovuto anche al fatto che la mala politica – quella corrotta e quella vicino alla ‘ndrangheta - ha rallentato soprattutto negli ultimi 20 anni, per non andare ancora più indietro, lo sviluppo di una regione con grandi potenzialità, lavorativamente parlando, anche per i nostri giovani, aumentando la burocrazia e mettendo nei posti di maggiore importanza persone non preparate e non competenti per quel dato posto?

«Io sono dispiaciuto che tu dica queste cose e sono anche contento, perché sono gli argomenti che tratto da sempre e che si troveranno anche nel mio prossimo libro. Quando si parla di ‘ndrangheta - e c’è lì anche il discorso del procuratore Gratteri che dice “che i burocrati sono peggio degli ‘ndranghetisti” – si parla di una struttura che poi è capace di occupare i centri nevralgici della burocrazia. Ed i centri nevralgici della burocrazia non possono essere sostituiti, perché non sono soggetti ad elezione. Se il Mammasantissima “X” mette il burocrate “Y” in un certo ruolo, una volta messo lì, quel tizio non lo si può più smuovere. I calabresi questo lo hanno capito ma il problema è sempre quello: che esistono una serie di tutele che purtroppo finiscono per tutelare i peggiori. Questo è l’aspetto più critico nella lotta alla ndrangheta in uno Stato di Diritto. Ti accorgi che lo Stato di diritto spesso va a protezione dei peggiori».

Dovendo fare qualche esempio, in che cosa è stata maggiormente penalizzata la Calabria e in che cosa, al contrario, avrebbe potuto avere maggiore visibilità?

«In tante cose. Noi il nostro mare, ad esempio, lo trattiamo come un enorme spazzatura. Una grande discarica a cielo aperto. E da questo punto di vista, anche tutta la politica di gestione dei depuratori è stata catastrofica. Questa problematica è una questione che, francamente, avrei voluto vedere in cima a tutti i programmi dei politici e della politica. Perché qui non si tratta di voler fare il bagno a mare con l’acqua pulita che, tra l’altro è un mio diritto avere, ma bisogna capire, in una regione come la nostra con chilometri di costa tra i più belli d’Italia, che se trasformi il mare in una discarica, arrivati al 31 agosto certo che è tutto chiuso, perché il turista non viene. Qui, e ti indico anche un fenomeno un po’ più storico se vogliamo, è vero che abbiamo avuto un tre anni di dati più che positivi sul turismo in Calabria, ma li abbiamo avuti perché le persone hanno avuto timore di andare in posti esotici come le spiagge dell’Egitto, della Tunisia e di tutti gli altri luoghi simili, in cui ci sono stati gli attentati terroristici dell’Isis. Quindi, se dobbiamo “ringraziare” l’Isis, significa che siamo veramente messi male. E, allora, quando vedo determinate condizioni delle spiagge, dell’acqua del mare, vedo che non stiamo investendo su un patrimonio che, potenzialmente, potrebbe portarci ad essere come la Costa Smeralda, ad esempio. Manca un’offerta turistica integrata tra natura – e noi abbiamo tutto – e cultura, che è altrettanto consistente, storica e importante. Il problema è, però, che se il mare è una discarica, abbiamo perso l’ennesima occasione. Altra cosa, e può sembrare comica, il secondo punto di un qualsiasi programma politico, dovrebbe essere anche la valorizzazione del patrimonio enogastronomico calabrese. Sono convinto, anche per una vasta esperienza di anni, che dal punto di vista culinario ed enogastronomico la Calabria può dominare il mondo. Noi abbiamo in mano i prodotti e la dieta dei prossimi mille anni. Di fronte a tutto questo, non c’è una risposta da parte della politica, né una proposta. Quando mi trovo un articolo del “New York Times” sulla ‘nduja di Spilinga come cibo dell’anno, non è possibile che poi non facciamo nulla e non ci attiviamo per sponsorizzare e far conoscere il nostro patrimonio enogastronomico e tutelarlo dai falsi. Ho amici lombardi che mi “perseguitano”, ogni qual volta vengono a cena a casa mia, per le eccellenze della nostra tavola. Per l’olio calabrese, la cipolla di Tropea, il caciocavallo silano, o il vino, i salumi, i formaggi. Anche questo è fonte di ricchezza e fa girare l’economia di una regione».

Lei avrà letto sicuramente la cronaca degli ultimi mesi che mette in evidenza in Calabria il rapporto che esiste tra massoneria deviata e toghe. Dal suo punto di vista e trattando spesso queste tematiche, che cosa pensa di quello che si sta verificando in Calabria come in altre regioni italiane?

«Dico che adesso si sta “scoprendo l’acqua calda”, nel senso che ci sono delle tematiche che ho seguito e seguo per la mia professione da tempo, da oltre 20 anni. Sono contento che “l’acqua calda” sia stata scoperta però, forse, si poteva fare un po’ prima. È chiaro che questi di cui si sta parlando, sono dei poteri contro i quali è difficile combattere e ancora è stato fatto poco. Anche se negli ultimi cinque, sei anni c’è stato sicuramente un cambio di passo. Mi viene da dire: Meglio tardi che mai».

Qual è il suo rapporto con la Calabria e che cosa rimprovera ai suoi conterranei, se ha qualcosa da rimproverare, e per che cosa, invece, li apprezza?

«Sono andato via dalla Calabria a 18 anni ed ho un rapporto con la mia terra che ho mantenuto molto stretto. Cerco di andare in Calabria tutte le volte che posso, perché ci sono gli amici, gli affetti, i parenti. Da questo punto di vista, sono un immigrato tipico. Non voglio fare il “maestrino”, voglio solo dire che quello che io vorrei che non facessero tanto i calabresi è “cedere al vittimismo”. Allo stesso tempo, non vorrei che cedessero al negazionismo. Due cose che sono molto collegate. “Siamo vittime, siamo perseguitati”, da un lato ci rifiutiamo di vedere determinate cose e, dall’altro, quando qualcuno ce le fa vedere e notare, lo accusiamo di complottare contro di noi».

Sul suo blog, nei suoi articoli, come nei suoi libri, tratta temi di grande interesse e attualità non solo nazionali ma anche internazionali, quasi con una vena di ironia, forse per accentuare maggiormente ciò che non va in questa società?

«L’ironia è una qualità non troppo conosciuta dai calabresi ed è strano perché è un nostro modo molto antico di vivere una realtà che non è sempre facile».

Il suo ultimo romanzo è del 2014. Prima ha accennato che alcuni argomenti di cui abbiamo parlato li troveremo nel suo prossimo libro. Significa che già la bozza per il prossimo romanzo e, nel caso, sarà ambientato nuovamente in Calabria?

«Il mio prossimo romanzo - che uscirà ai primi di aprile e il cui titolo provvisorio è “Salutiamo amico” - parlerà ancora di Calabria, di una storia antica quali sono i moti di Reggio Calabria del 1970. Una storia di 50 anni fa, e ci sono contesti di un certo tipo, raccontati all’interno del libro che mi auguro piaccia ai lettori».

Secondo Lei, perché piacciono i suoi libri e qual è stato l’apprezzamento o la critica più stimolante che ha ricevuto?

Non lo so perché piacciono i miei libri. Se lo sapessi forse ne venderei di più. Spero che piacciano perché cerco di scrivere la verità o, quanto meno, quella che a me sembra la verità. Il complimento che mi fanno fuori dalla Calabria e che apprezzo di più è quando qualcuno al termine della presentazione del mio libro, si alza e dice: “Io non sono mai stato in Calabria, ma questo libro mi ha fatto venir voglia di conoscerla e di andarci”. A me fa piacere doppiamente perché significa che ho saputo descrivere la mia terra ed ho incuriosito il lettore con il mio libro, dandogli emozioni e stimoli. Ad alcuni piace quello che scrivo, ad altri no. E ci sta, ma fino ad ora ho avuto un seguito molto forte di lettori. Sono sempre stato un grande appassionato di lettura e dei libri. Ne ho letti moltissimi e la cosa più bella, quando tu incontri un libro, è trovarne uno che ti fa desiderare di arrivare a sera, andare a letto e di trovarlo sul comodino per leggerlo. Il libro, quello cartaceo, ha una sua bellezza fisica, e non credo che scomparirà. Tanto è vero che gli ebook, ad oggi, non sono riusciti a spodestarlo dal suo posto sullo scaffale della libreria