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Domenica, 29 Marzo 2020

L’albero della fortuna nella Spillace-Carfizzi di Carmine Abate

“Spillace” (Carfizzi, in realtà, villaggio collinare del Crotonese) luogo dell’anima dello scrittore italo-arbëreshe Carmine Abate, è come la Macondo di Gabriel Garcia Marquez. 

Affiora sempre nei racconti e nei romanzi di sapore agrodolce del premio Campiello 2012 (con “La collina del vento”); anzi, si eleva a centro del mondo, ugualmente alla Macondo dell’inimitabile “Cent’anni di solitudine”. Forse, perché, scrittori latino americani, e scrittori mediterranei, hanno forti relazioni di somiglianza nel raccontare, cercare storie, scavare dentro le umanità dimenticate.

Abate, dopo “Le rughe del sorriso”, “Il banchetto di nozze e altri sapori”, “Il bacio del pane”, per citare gli ultimi lavori di successo, è uscito con un nuovo racconto, che sembra romanzo di formazione, a considerare la storia narrata che mette al centro un ragazzo, Carminù, che, affacciandosi alla vita, trova nel microcosmo sperduto di Spillace- Carfizzi tutti gli elementi umani e della natura di cui nutrirsi, per affrontare il futuro, incerto, come si presenta da quelle parti dove la parola partenza è scritta nel destino di tutti, o quasi tutti.

Il titolo del libro è “L’albero della fortuna”, edizioni Aboca, azienda di piante officinali, per il benessere e la salute, più che casa editrice; che però è entrata nell’editoria con un suo profilo legato alla natura. Un albero che fruttifica bottafichi, fioroni dalla polpa carnosa, dolcissimi, è al centro del romanzo; un protagonista non umano, ma che ha una sua umanità, per gli abitanti del villaggio, che l’hanno visto crescere, e lo curano, amorevolmente. Sul finire di giugno, ogni anno, il vecchio fico, rigoglioso, che somiglia al sicomoro di Gerico -  nel senso che sembra spargere un’antica religiosità - annuncia a Spillace, immaginario paese della Calabria arbëreshë -  il momento più bello dell’anno: un’esplosione di sapori, profumi, calore. Non è di nessuno quell’albero di fico, cresciuto spontaneamente accanto ad una vecchia siepe di sambuco. Non si sapeva, nel paese, né chi lo avesse piantato, né chi fosse il proprietario. Forse il vento, o un uccello, avevano deposto un seme, in quello spiazzo periferico. Uomini e donne del vicinato l’avevano accudito, adottato, ed era perciò diventato l’albero di tutti e di nessuno.

Abate, il Carminù del romanzo, nel raccontare dell’ ”albero della fortuna” evoca un mondo malinconico, eppure gioioso, dell’infanzia nel borgo arbëresh, che rappresenta una pietra miliare, della geografia affettiva dello scrittore. C’è una fedeltà, una specie di devozione, nel costante richiamo dello scrittore al paese natale: piccolo, rannicchiato sulle colline dello Jonio. “L’albero della fortuna” fa emergere il mondo semplice, la Calabria estrema, delle minoranze etnolinguistiche.

E’ da questo piccolo mondo antico calabro-albanese che Abate attinge la poesia della storia del suo nuovo romanzo, in una successione di quadretti narrativi dai quali traspare la filosofia della sua esistenza: le corse dell’infanzia, per le campagne, le partite a calcio, con la strada a fare da campo sportivo, i segreti condivisi con gli inseparabili compagni di gioco, il gusto dei bottafichi nella stagione della loro maturazione, le passeggiate in campagna, a rubare frutta nei giardini degli altri. 

“L’albero della fortuna” è anche storia di amicizia, di primi amori, di ammirazione senza fine per il padre e la madre, di notti tormentate da incubi, ogni volta, dopo la partenza del genitore, emigrante in Germania: l’armonia, la calma domestica, i piccoli piaceri della vita, s’infrangono, quando il padre parte.   

Il tema della partenza, caro ad Abate scrittore - anche lui emigrante, come si sa -, riappare nel nuovo romanzo.

 “L’albero della fortuna” -  dice Abate - è in un lavoro in parte autobiografico; è parte della mia storia di bambino che cresce nel rispetto della natura, in un territorio dai paesaggi esuberanti”.  Carminù, protagonista del romanzo, è Carmine, lo scrittore che abita ormai da anni in Trentino, sposato con una bionda tedesca, padre di figli nati nei luoghi delle loro diverse residenze, ma abituati a scendere ogni estate a Spillace-Carfizzi. “Nella speranza- dice Abate - che diventino un po’ “varrancari” come lo eravamo noi”.