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Sabato, 28 Marzo 2020

“Aspromonte, la terra degli ultimi” nel film di Mimmo Calopresti. Il regista: “Io e il mio cinema torniamo alle origini"

Una porzione di Calabria dal temperamento forte e tenace. Una bella storia al cinema “Aspromonte, la terra degli ultimi” con la regia di Mimmo Caloprestri.

Il cast al gran completo di “Aspromonte, la terra degli ultimi”

Una trama dai contorni drammatici, che smentisce però quel senso di rassegnazione in cui troppo spesso la Calabria è relegata. Più di qualcuno, invece, non ha mai mollato per rivendicare diritti negati, per rendere un territorio più vivibile e diverso. Questa volta coloro che non si arrendono li incontriamo in un film ambientato nello scorso secolo, negli anni Cinquanta, dove paesaggi e natura di una certa Calabria mostrano superbamente bellezza e incanto, dove una comunità aspromontana fronteggia i suoi mali, che sono i mali di molti Sud del mondo: manca una strada di collegamento per varcare i paesi della costa viciniori; non c’è un dottore che si occupi in tempo della salute della gente e quando non c’è può anche capitare che una donna possa morire di parto; manca la luce in un villaggio buio, quale era Africo nel cuore dell’Aspromonte in un brutto periodo della seconda metà del Novecento. Qui l’indifferenza dello Stato viene baipassata con il coraggio, l’abnegazione e la voglia di farcela; dove interessi politici e malavita pongono con tracotanza ostacoli e scoramento, una comunità si indigna non perdendo mai la speranza di farcela da sola.  

Calopresti questo film nasce da Fulvio Lucisano produttore, da Pietro Criaco scrittore e da lei Dove vi siete incontrati per parlare di questo progetto?

I protagonisti principali di “Aspromonte, la terra degli ultimi”

“Ci siamo visti in occasione di uno degli incontri per “Gente in Aspromonte”, la manifestazione organizzata dalla Regione Calabria lungo i sentieri narrativi di questo bellissimo pezzo di terra calabra. Tre anni fa ho cominciato a venire in Aspromonte, perché mi piaceva l’idea di fare un film quaggiù. Ad Africo, sotto una quercia meravigliosa, c’erano anche intellettuali e scrittori calabresi, Criaco mi ha dato il suo libro; lui come me è un immigrato calabrese a Torino, dove ho vissuto sei anni e dove mio padre è andato a fare l’operaio alla Fiat. Da tempo Criaco mi parlava dell’idea di un film sulla Calabria e quando finalmente ha scritto ‘Via dall’Aspromonte’, ho portato questa bellissima storia direttamente a Lucisano; finimmo seduti a tavola insieme a lui, io e l’orafo Gerardo Sacco. Sapendo bene quanto Fulvio era alla ricerca delle sue origini, del suo percorso di famiglia, sapendo quanto è legato all’Aspromonte, perché la sua famiglia è originaria di Santo Stefano d’Aspromonte, abbiamo sviluppato quest’idea in comune di raccontare un qualcosa a cui ci tenevamo molto. Africo, lassù in alto, per me è il luogo del racconto non solo di una Calabria antica, nella mia testa è anche come pensare al posto più lontano dal mondo. Con Criaco, che ha un forte attaccamento alle sue origini aspromontane, è nato ad Africo Nuovo, si è subito creato un nucleo di calabresi molto forti. Poi, via via, il gruppo di lavoro si è incrementato: ho iniziato a lavorare con delle persone di Siderno, che hanno cominciato a fare il cast e ho incontrato la costumista che è di Nicotera. Con ‘Calabria Film Commission’ abbiamo lavorato insieme a dei professionisti quasi tutti calabresi, perché quell’anima calabra doveva esserci in qualunque momento del film. Gli attori protagonisti, a parte Valeria Bruni Tedeschi che viene dal nord, a parte qualcun altro, sono nati tutti in Calabria: Sergio Rubini è pugliese però ha origini calabresi, mentre Marcello Fonte è in questo momento l’emblema della calabresità. E avanti così: i bambini e le duecento comparse sono stati selezionati in Aspromonte e in Calabria, per interpretare dentro tutto il film un vero modo di essere calabresi”.

In questa pellicola cinematografica lei racconta un Sud dimenticato e il realismo di Africo di molti anni fa. Il cinema può dare visibilità ai valori e alla bellezza di territori verso i quali, forse, vi sono ancora troppi pregiudizi?

Il regista Mimmo Calopresti

Secondo me sì, perché i territori in cui si può vivere bene si recuperano anche vedendoli e parlandone. Diversamente andiamo allo sfacelo, penso a quelle città inquinate che da anni invitano a guardare altrove. Certi luoghi, invece, sono ancora luoghi incontaminati, di bellezza, memoria e civiltà. C’è un pregiudizio ancora enorme sulla Calabria e sulla sua gente, più di qualche volta ho notato che sono ancora considerate da mettere all’angolo. Quando nel film racconto della popolazione aspromontana, che va a ‘caccia’ della civiltà e difende i suoi diritti, c’è un’idea di umanità molto forte ma ne faccio un discorso più ampio: bisogna prendersi cura di quei luoghi dove le persone possono vivere meglio rispetto a come vivono tutti i giorni la loro vita e l’Aspromonte è un luogo fantastico, dove tuttora puoi andare a riconquistare qualcosa di profondo e di te stesso. Penso a Ferruzzano, che è il posto dove avevamo organizzato le riprese di Africo, anche lì è un eden e tutti quelli che la vedono, la prima cosa che li colpisce è il paesaggio spettacolare. Sono posti che il cinema può valorizzare, ma che dobbiamo riprenderci perché se no ‘moriamo’”.

Si è ispirato, durante la preparazione di questo film riflessivo, a Vittorio De Seta e Pier Paolo Pasolini? Erano dei registi che scavavano a fondo, alle origini, per raccontare la Calabria.

“Loro sono i miei miti. De Seta l’ho conosciuto, ho passato tanto tempo insieme a lui a cercare, a vedere e capire qualcosa del suo modo di fare cinema. Lui progettava sempre. Pasolini è sicuramente qualcuno che ci ha insegnato tutto. Nel film, per esempio, c’è questo discorso della conquista della civiltà, che però rimane un punto interrogativo. Il mio film è molto ‘passoliniano’, perché a un certo punto è come se chiedesse al pubblico che lo vede: ‘Agli esseri umani conviene veramente la ricerca della civiltà? O forse è meglio che rimangano in mezzo alle loro terre, con il loro dialetto, le loro cose e basta?’. E’ uno dei temi del film. Pasolini, quindi, c’è alla grande e ho sempre la voglia di fare un documentario, che prima o poi farò, in cui andrò a Crotone in quei luoghi in cui lui girò ‘Il Vangelo secondo Matteo’. Lui aveva già scoperto tanto della Calabria, da molto tempo”.

Avete lavorato duro affinché si girasse al meglio ogni scena: penso alla strada, alla scena dei cittadini di Africo che lottano per uscire dall’isolamento in questo sperduto paesino dell'Aspromonte.

Il produttore Fulvio Lucisano

“La strada l’ho fatta costruire veramente agli attori. All’inizio, sai, tutti avevano paura di andare in Aspromonte, di camminare, avevano paura di tutto, però il nostro Fulvio Lucisano a più di novant’anni ha dato l’esempio, si è messo gli stivali e ha cominciato a camminare per l’Aspromonte. Il film è stato molto impegnativo; in alcuni giorni abbiamo girato le riprese in mezzo al fango con il cast a piedi nudi, perché Lucisano mi aveva detto: ‘Mimmo, questo film lo facciamo se tutti vanno a piedi nudi come si andava allora’. A fine giornata c’erano delle persone, delle signore che faticavano in Aspromonte a camminare, che non volevano andarsene e ringraziavano Lucisano per questa esperienza di aver messo di nuovo i piedi nel fango. Oppure c’erano coloro, come le comparse, che al seguito si portavano i bambini, i nonni, portavano tutti a vedere che cos’era e come si faceva il cinema in questi posti pieni di memoria. Quando abbiamo ricostruito Ferruzzano, pietra su pietra, a un certo punto abbiamo fatto una vasca finta per gli animali; tutti ci dicevano: ’Ah, sì, me la ricordo, è proprio qua che c’era quella vasca! Dove l’avete trovata?’. In Calabria c’è bisogno anche di fare film come questi, per dare l’idea del ‘gusto’ di essere rappresentati e di essere amati attraverso un film. In questa regione esiste una grande ricchezza di espressioni che bisogna fare emergere; i ragazzi che lavoravano con me hanno aperto a Siderno una scuola di cinema; altri, per crescere, hanno pensato di darsi una mossa e di guardarsi attorno; delle comparse, invece, sono venute a trovarmi a Roma. Il cinema ha la possibilità di mettere qualcosa in movimento, il cinema può farlo”.

I personaggi principali di questo film sono stati interpretati da Valeria Bruni Tedeschi, Marcello Fonte, Francesco Colella, Marco Leonardi e Sergio Rubini: perché la scelta è caduta su di loro?

“Valeria Bruni Tedeschi perché volevo qualcuno che portasse la ricchezza della conoscenza e lei questa cosa qui l’ha fatta egregiamente. Colella perché è un calabrese cresciuto nel teatro importante, è un catanzarese molto capace. Leonardi, locrese di nascita, che è venuto fuori con il film ‘Nuovo Cinema Paradiso’, perché sta facendo una bellissima carriera, è piaciuto molto in ’Anime nere’. Marcello Fonte l’ho scelto perché è nato poeta. Ho presentato il film in giro con lui e le persone lo adorano perché è vero, sincero. Qualche volta parla direttamente in dialetto e lo capiscono, c’è qualcosa che arriva di lui al di là della lingua che parla. Sul set ad Africo e Ferruzzano ha portato la mamma e lei tutti i giorni, a fine riprese, ci preparava le melanzane sott’olio. Ho scritto io il suo personaggio da interpretare nel film in Aspromonte e sono andato a cercarlo quando aveva chiuso il telefonino, perché tutti volevano parlare con lui dopo la bella interpretazione in ‘Dogmam’. Sergio Rubini, infine, l’ho voluto con me nel cast del film perché è un attore bravo e carismatico, avevo bisogno di un personaggio che facesse il duro, che ricordasse quei prepotenti col fucile che un tempo rimanevano in posa con le loro giacche in certi ambienti da delinquenti. Tutti gli attori hanno portato un’umanità vera. Li ho mischiati apposta con le persone che parlavano il dialetto e che conoscevano bene il territorio e sono stati capaci di tenere in piedi qualcosa di credibile. Il film, ecco, se ha una cosa per cui è amato è per la credibilità. Chi lo vede dice: ’Sì, mi ricordo, a quei tempi Africo e l’Aspromonte erano così, così!’”.

Se rifacesse “Aspromonte, la terra degli ultimi” che cosa cambierebbe?

“Il film avrebbe la possibilità di diventare come un grande affresco, però sarebbe comunque troppo televisivo. Io volevo farlo al cinema e al cinema si fa raccontando una storia e le sue emozioni e cercando di fare in modo che entrambe le cose arrivino al pubblico. Poteva essere un film che durava due ore e mezza, però il mio produttore Lucisano mi ha detto: ’No, no, facciamo un film che dopo un’ora e mezza la gente se ne va felice a casa prima di stancarsi troppo”.

Lei non vive stabilmente in Calabria per ragioni lavorative. Cosa conserva della storia della sua generazione famigliare? A Polistena, dove è nato, c'è la storia di tutta la sua famiglia, di suo padre, di suo nonno. Quali ricordi che scaldano il cuore?

“Un paio di ricordi. Il primo è che la famiglia di mio padre era una famiglia molto numerosa, erano sette fratelli. Quando eravamo a Torino e vivevamo in soffitta, chiunque arrivava da Polistena a casa mia aveva per qualche giorno la possibilità di un rifugio per mangiare e dormire in attesa di una sistemazione. La mia famiglia è sempre stata generosa e ogni volta che penso a questa cosa mi emoziono e mi sento molto orgoglioso di essere nato in Calabria. Il secondo ricordo, mi sembra ieri, è di quando vivevo a Polistena e vedevo i cartelloni del cinema davanti al barbiere; io e i miei coetanei entravamo di nascosto nella sala del vecchio cinema del paese dove c’era sempre un bel film western da vedere, con cui sognare. Forse lì è cominciato il cinema per me, a Polistena”.

Come trova questa regione ogni volta che ritorna?

L’attore Marcello Fonte

“Negli ultimi anni nutro grandi speranze. Le cose non è vero che non possono cambiare. I giovani grazie alle innovazioni, alle comodità, alla tecnologia, grazie anche alle opportunità che hanno con internet e all’accesso immediato alle informazioni rispetto alla vita, si permettono di conoscere il mondo più facilmente, possono anche partire e tornare velocemente in questa regione. La trovo molto positiva questa cosa rispetto ai tempi, ad esempio, di mio padre che è dovuto andar via e poi non è più potuto tornare al suo paese. Il bambino di dieci anni che ha fatto l’attore nel mio film sta facendo tutta la promozione del film. Francesco va a presentarlo dappertutto, è stato in Brasile, in Australia, ha fatto un’intervista in inglese correttamente, sta su internet e comunica con tutto il mondo. In una cena c’erano i parenti e gli amici suoi che lui contattava online e che erano andati a trovarlo per vedere il film insieme, è un cittadino del mondo in Calabria. Poi, guarda, trovo questa regione sempre accogliente. La scorsa estate sono stato a Siderno; ho soggiornato davanti al mare, dinanzi a una spiaggia bellissima con i ragazzi che ti facevano da mangiare, senza troppa confusione, sembrava un paradiso terrestre, ho fatto dei bei bagni, ho mangiato bene e costava poco, quindi ho detto a più di qualcuno: ‘Venire in Calabria val la pena o no?’”.

Lei e Marcello Fonte farete altre cose insieme al cinema?

“Molto probabilmente faremo un nuovo film e mi sento pronto a fare il produttore. E’ troppo bello lavorare con lui, ha una creatività esplosiva e ci stiamo già dando da fare. Vediamo che succede, dai”.

Quale altro progetto cinematografico realizzerebbe in Calabria se ci fossero le giuste condizioni?

“Mi piacerebbe raccontare l’epopea dell’immigrazione calabrese, ci siamo spinti fino in Australia, poi c’è stata quella del Novecento. Vorrei raccontare dalla partenza di qualcuno che è andato via per poi ricostruire un po’ alla volta tutta la sua storia fino al ritorno in Calabria”.

“Aspromonte, la terra degli ultimi" è un film nelle sale cinematografiche dal 21 novembre scorso: è soddisfatto come il film sta andando?

“Sono felicissimo perché il film piace. A Torino è andato molto bene. Ha un pubblico affettuoso, che continua a esserci, che fa un gran passaparola e tutto questo è fondamentale per avere successo col cinema”.