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Lunedì, 26 Ottobre 2020

Innovazione e sviluppo per guardare al futuro. Emilia Garito racconta il progetto 'Quantum Leap':

Innovazione e sviluppo sono i principi cardini sui quali si basa Quantum Leap, uno dei primi “patent broker” italiani leader in Technology transfer e Open innovation, fondata nel 2011 da Emila Garito.

Ingegnere informatico di origine catanzarese e romana di adozione, che fin da giovanissima ha saputo convogliare le sue capacità negli obiettivi preposti. Quarantaquattro anni, Emilia Garito è moglie, madre e manager, dimostrando che con le giuste scelte, una dose massiccia di volontà, professionalità e preparazione, ma non senza qualche rinuncia, una donna può raggiungere i vertici aziendali pur avendo famiglia e figli. Dopo gli studi liceali svolti a Catanzaro, si iscrive alla facoltà di Ingegneria informatica a Roma e subito dopo la laurea comincia la sua formazione professionale acquisendo nel tempo esperienze di notevole spessore sia in Italia che all’estero tanto da diventare curatrice di TedxRoma ed avere un curriculum di tutto rispetto. Tra le tante, è specializzata nella modellazione di sistemi complessi – System Dynamics – applicata alle teorie di ‎Management e business modelling, ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica (Selex Sistemi Integrati) come project manager (responsabile dell’organizzazione e della programmazione all’interno di un’azienda) nell’ambito dei sistemi ‎Radar e di Command and Control Combat Systems dell’Aeronautica Militare Italiana e successivamente come sales manager per i paesi Nato. Dal 2011 è fondatrice e Ceo (amministratore delegato) di Quantum Leap, uno dei primi “patent broker” italiani (mediatore di brevetti) leader in Technology transfer e Open innovation, portando supporto a centri di ricerca, industrie, fondi di investimento e start up innovative per valorizzare e far crescere l’innovazione italiana. Inoltre, è membro della task force italiana sull’intelligenza artificiale ed “Ambassador” per la competizione internazionale IBM Watson XPrize, per il progetto ANA Avatar che premia la progettazione di Avatar a supporto della qualità della vita dell’uomo, promosso da ANA (All Nippon Airways) compagnia aerea di bandiera del Giappone. Per due anni consecutivi - 2017 e 2018 - è stata inserita dalla rivista specializzata “StartUp Italia” nella lista delle 150 imprenditrici, scienziate e donne dell’Innovazione in Italia. Per lavoro è proiettata al futuro guardando all’innovazione e alla tecnologia pur “senza perdere di vista le implicazioni etiche e il rispetto dei principi fondamentali dell’essere umano”, come la stessa sottolinea. Nonostante i suoi impegni professionali, che la portano su e giù per lo Stivale ed in giro per l’Europa per gran parte dell’anno, Emilia Garito riesce a trovare il tempo per rilassarsi nella sua terra d’origine, la Calabria, che ama e tiene sempre nel cuore.

Come e quando ha avuto l’intuizione di Quantum Leap?

Ho lavorato per vari anni in una società del Gruppo Finmeccanica - dove mi occupavo di Project Management, in un primo periodo, e di Sales e Business Development nei paesi NATO in una seconda fase. Durante questa esperienza – trascorsa spesso in viaggio fuori dall’Italia e dall’Europa - ho potuto vedere che un’ottima strada per la produzione industriale all’estero era di fatto, oltre alla vendita diretta dei prodotti finiti, anche e molto di più quella della cessione dei diritti di proprietà intellettuale attraverso licenze d’uso degli IP rights e di realizzazione e vendita dei prodotti ad essi relativi. Queste licenze, venivano conferite alle aziende locali, quindi già presenti e operanti nei diversi Paesi, che avevano tutto l’interesse a diventare produttori esclusivi di prodotti ad alto valore tecnologico, anche se gli stessi non erano ideati e sviluppati al loro interno.Tuttavia in Italia questa idea della valorizzazione della proprietà intellettuale a fini economici e di penetrazione del mercato non era molto praticata. Le aziende italiane allora, come ancora adesso, tendevano a realizzare tutto al proprio interno e i centri di ricerca a loro volta erano poco capaci di valorizzare i risultati della propria ricerca sia in Italia, attraverso una eventuale e virtuosa collaborazione con le industrie italiane, che all’estero. Inoltre, sempre le aziende italiane non consideravano l’ipotesi di acquisire tecnologia e ricerca dal loro esterno e non erano propense a consentire l’uso delle proprie invenzioni ad altre aziende, mediante la semplice definizione di contratti di licenza appunto. Al contrario, preferivano aprire filiali produttive nei diversi Paesi europei e nel mondo in cui ritenevano necessario essere presenti investendo ingenti risorse finanziarie, e con un altissimo livello di rischi legati alla produzione e alla distribuzione dei loro prodotti.Pertanto, dopo un po’ di anni e riflettendo sull’opportunità di offrire un servizio nuovo sia alle aziende italiane che ai centri di ricerca, pensai di creare una piccola società di consulenza che aiutasse i centri di ricerca e le aziende a fare innovazione insieme e a valorizzare i risultati della loro collaborazione attraverso il Trasferimento Tecnologico, ovvero il processo che consente di trasferire brevetti, know how e prototipi di qualsiasi manufatto tecnologico dal suo inventore allo sviluppatore e industrializzatore finale in qualsiasi parte del mondo.

Con il suo staff, aiutate le imprese a cercare innovazione ”su misura” alle proprie esigenze aziendali. Quali sono i modelli e gli strumenti che offre Quantum Leap?

Il mio staff è composto prevalentemente da ingegneri che hanno fatto un percorso di formazione e crescita all’interno della Quantum Leap per diventare specialisti di Trasferimento Tecnologico. Gli strumenti e le metodologie che utilizziamo sono state tutte progettate e implementate all’interno dell’azienda, anche perché all’epoca della nostra costituzione la letteratura in materia di Trasferimento Tecnologico e Open Innovation era scarsa. Oggi abbiamo un portfolio di servizi di consulenza che offriamo ai centri di ricerca e alle industrie e che vanno dallo scouting tecnologico, per quest’ultime, alla valutazione dei portafogli di proprietà intellettuale, alle analisi di mercato e piani economici finanziari per qualsiasi cliente, industria, università o start up che voglia conoscere il valore della propria idea e intraprendere un percorso di crescita attraverso la valorizzazione della proprietà intellettuale. Un uso abbastanza significativo dei nostri servizi si ha anche nelle attività di due diligence tecnologica che i Venture Capital e i Private Equity sono tenuti a fare nella fase di acquisizione di una start up o di una PMI.

Innovazione aperta. Cos’è e prima del suo avvento, quali erano i criteri e le opportunità in Italia e all’estero per le startup?

L’innovazione aperta è un paradigma del nostro secolo e di rottura con il passato che spinge le aziende a collaborare con altre realtà – altre aziende, startup, centri di ricerca e università – allo scopo di poter crescere nelle loro opportunità di sviluppo economico e tecnologico. Tale paradigma è stato concepito da Henry Chesbrough, economista US che nel 2003 lanciò per la prima volta la seguente definizione: “Le imprese possono e debbono fare ricorso ad idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche”. Quindi non più tecnologia e innovazione realizzate per difendere le proprie posizioni sui mercati, bensì innovazione da concepire insieme ad altri soggetti per aumentare le possibilità di successo e di sviluppo insieme con i diversi attori. In questo c’è tutto il passaggio dalla cultura della pro-patent economy dello scorso secolo - ovvero orientata a produrre innovazione brevettata per fini protezionistici – a quella della pro-innovation economy che mira a creare un ecosistema di innovazione basato sulla multidisciplinarietà e sulla condivisione del know how di tutti i soggetti coinvolti nel processo creativo e produttivo, quindi nuovamente Ricerca, Grande impresa e Startup.

Tre prerogative che, secondo la sua esperienza, rendono vincente una startup.

Forti competenze di base, un team diversificato in termini di età, sesso, conoscenza ed esperienze. Una startup vincente sa di poter arrivare sul mercato e vendere il proprio prodotto perché ha speso del tempo per conoscere quel mercato, e per capire che la propria soluzione è necessaria in quanto risolve un problema o migliora notevolmente un prodotto già esistente. E’ necessario che si mantenga sempre lucida la capacità critica in tutte le fasi di creazione e crescita per poter cambiare direzione in tempo se necessario. Inoltre è secondo me fondamentale avere la determinazione di trovare le figure necessarie per i ruoli gestionali e amministrativi della società, senza timore di perdita di controllo nel caso di fondatori che seppur brillanti non abbiamo le necessarie skills gestionali per condurre la crescita di un’impresa. Una startup che non sia guidata da un imprenditore capace, esperto e illuminato, non andrà mai lontano, quindi piuttosto che perdere l’opportunità costruita in anni di lavoro, è assolutamente apprezzabile e vincente una startup che sappia trovare all’esterno i propri manager e coinvolgerli nella propria storia di successo, anche se questi non sono intervenuti fin dalle prime fasi di costituzione.

A suo avviso, avendo un portfolio di clienti internazionale, quali sono le richieste del mercato globale oggi, e cosa evitare per esserne tagliati fuori?

Gli utenti richiedono prodotti sempre più personalizzati. La vecchia concezione della produzione di massa, da cui la storica frase di Henry Ford: “Avranno l’auto che vorranno, del colore che vorranno, purché sia nera”, è alla sua fine. Le aziende devono capire quali sono le reali esigenze del consumatore ed adattarsi a queste, e non più il contrario. Questo apre enormi nuove prospettive in termini di collaborazione tra imprese e consumatori, pertanto i nuovi business model del futuro saranno sempre più partecipativi e basati su processi di produzione in cui il consumatore sceglie il proprio prodotto. Da qui la diffusione di metodologie di creazione e sviluppo di nuovi prodotti e servizi, quali Design Thinking e Human Centric Design. Di conseguenza tutto il sistema produttivo dovrà adeguarsi a questa ormai evidente tendenza, che definirei Individual seriality, per la quale le aziende dovranno essere capaci di produrre su larga scala ma anche con personalizzazioni a volte uniche, e soprattutto intercettando reali problemi da risolvere. Siamo alle porte dell’era delle esigenze che chiedono di essere soddisfatte, e non il contrario, e questo vale sia per i paesi ricchi che per quelli in via di sviluppo. Questa tendenza apre ad un nuovo paradigma industriale e sociale, ove il senso critico sulla reale utilità di un prodotto o servizio diviene sempre più richiesto dal consumatore e sempre più necessario da sviluppare all’interno delle aziende, se vorranno ancora essere forti sui mercati globali.

Che Lei sappia, al momento c’è qualche startup “made in Calabria” che può interessare il mercato nazionale e/o estero? Quale consiglio dare per chi vuole portare all’attenzione di terzi la propria idea?

Ci sono alcune belle realtà legate al settore della medicina e della diagnostica, così come grandi eccellenze nel settore del SW e delll’Intelligenza Artificiale; basti pensare che la NTT DATA – multinazionale giapponese della consulenza IT- ha aperto un importante centro di ricerca in Cyber Security a Cosenza presso l’università di Ingegneria Informatica (è questo il terzo polo di ricerca della NTT dopo Tokyo e la Silicon Valley). Pertanto penso che ci possano essere importanti opportunità per i nuovi imprenditori calabresi che vogliano fare start up partendo dalle proprie competenze in diversi settori. Devono però muoversi, andare fuori, farsi conoscere, capire come si fa a scalare e a ottenere capitali per poi tornare a casa e mettersi al lavoro, senza mai perdere il contatto con l’esterno e con l’estero. Così ha fatto Israele quando 20 anni fa ha deciso di trasformarsi in una Startup Nation. Le start up di Milano non restano a Milano, vanno ovunque pur di trovare finanziatori, partecipare a competizioni nazionali ed europee, trovare incubatori che le possano ospitare per i mesi di accelerazione. Anche noi Calabresi dobbiamo osare di più e andare lontano, senza timore o indolenza di alcun genere. Finché rimarremo chiusi nella nostra meravigliosa terra, che amiamo e disprezziamo allo stesso tempo, non faremo bene a nessuno, non vedremo come funziona altrove e soprattutto non faremo vedere come funzioniamo noi, e spesso funzioniamo bene e produciamo valore e idee. Questo non è un invito all’espatrio, come è accaduto a molti di noi che alla fine si sono trovati a rimanere nei paesi in cui hanno iniziato a lavorare, bensì è un invito al confronto e al coraggio di affrontare la realtà. Gli strumenti ci sono, oggi più di prima e ricordiamoci che l’Italia è una e le startup sono ugualmente aiutate in tutto il nostro territorio nazionale, se sanno competere. Intere aree della Sicilia e della Puglia – ad esempio come Catania e la Murgia - sono diventate dei luoghi di attrazione per investitori ove l’innovazione accade. Ma gli startupper e le piccole imprese di quei territori lo hanno voluto fortemente, e non hanno aspettato che la loro innovazione accadesse da sola.

Dal suo punto di vista lavorativo e da calabrese, che cosa manca alla Calabria per uscire da questo impasse che tiene ancora lontane le aziende locali dai più importanti circuiti nazionali, europei e mondiali?

Emilia Garito al TEDXROMA

Purtroppo temo che la risposta sia più di una. Partirei dalla formazione. I principali problemi sono nel come interpretiamo la scuola e nella nostra scarsa attitudine a sentirci cittadini Italiani prima, Europei dopo e magari anche cittadini del mondo. Non siamo interessati a imparare una seconda lingua, l’Inglese ovviamente, anche se ormai tutti gli strumenti di conoscenza e formazione sono disponibili su internet e gratis. Inoltre, tendiamo a conservare le nostre attitudini e abitudini personali e culturali nel lavoro che facciamo. Quando questo lavoro siamo fortunati ad averlo, in Calabria, lo personalizziamo molto e questo è un limite. Il lavoro non si personalizza; il linguaggio, il comportamento, l’attitudine nel lavoro deve essere professionale e neutrale per poter dialogare con il mondo. Spesso non riusciamo a far vedere il valore di quello che facciamo e quindi non sappiamo “venderlo”, per questo quando accadono cose tipo le eccellenze in alcuni ambiti come l’esempio di prima del centro ricerche NTT ci stupiamo, perché nonostante tutto il prodotto è venuto fuori, perché era buono; ma quanto tempo prima potevamo farlo capire se avessimo avuto più attenzione al come si fa e al come si raccontano le cose che siamo in grado di fare. Stiamo sempre un po’ ad aspettare che ci salvi o ci scopra qualcuno, oppure ce ne andiamo e non torniamo più, come ho fatto anch’io purtroppo. Ma rispetto a quando ero adolescente e studentessa universitaria le cose sono molto cambiate e il digitale ha avuto il grande merito di connetterci davvero con il mondo e con tutte le possibilità che esso offre. Non ci sono più davvero barriere alla creatività e alla voglia di fare, se questa è davvero concreta e seria, e i finanziamenti regionali e nazionali incentivano la crescita e lo sviluppo di piccole e medie imprese all’estero oggi più che in passato. Nonostante ciò ci sono aziende eccellenti che non riescono a crescere e a valorizzarsi all’estero o in Italia, stanno bene così, ma avrebbero tutti i numeri per essere più grandi e note; altre invece hanno capito e hanno creato il proprio percorso imparando con umiltà. Mi viene in mente l’esempio positivo di Cangiari, che non è un’azienda tecnologica, anzi la sua innovazione sta nell’aver recuperato la tradizione tessile calabrese che ci riporta agli antichi telai di una volta e nell’averla ricalata nella contemporaneità. L’azienda che realizza articoli di moda ha cercato una sua immagine e personalità e per questo ha trovato stilisti di esperienza e di fama da coinvolgere nel progetto; ha investito in professionalità e nell’apertura di una sede a Milano, ma ha conservato la produzione in Calabria. Questo è un bell’esempio di imprenditorialità calabrese che ha tutto il merito di aver creato quel ponte tra passato e presente e tra cultura locale e globale, che è esattamente la via del successo che vedo per la Calabria del futuro, che pensa e vuole crearlo il proprio futuro senza aspettare altro tempo.

Lei è molto giovane ma ha un curriculum di tutto rispetto ed ha ottenuto in anni di carriera, incarichi importanti e risultati da leader ritenuti, per molti, ad appannaggio dei soli colleghi uomini. Come si riesce ad ottenere tutto ciò?

Grazie per l’appellativo di giovane, ma ho ormai i miei 44 anni che nel panorama internazionale sono visti come l’età della maturità, anche se è vero che in Italia ci riteniamo ancora giovani almeno fino ai 50. La prima cosa da dover dire è che la mia fortuna è stata aver ricevuto il sostegno della famiglia, mio marito che mi ha sempre incoraggiata e supportata e le mie figlie.Credo che una donna che debba anche gestire la propria famiglia non possa fare attività imprenditoriale senza il supporto e l’approvazione di questa. Poi, nel rispondere correttamente devo dire che non ho una ricetta o una serie di regole, che non siano quelle del lavorare duramente e con serietà e correttezza, ma naturalmente non basta. La verità è che ognuno di noi deve sentire dentro una spinta per andare avanti anche quando tutto sembra andare in una direzione tortuosa e difficile o quando i fatti e le esperienze anche di altri, a volte, ci indicano una via che sembra più logica da percorrere e che porta ad abbandonare le nostre scelte e ambizioni. Penso che finché sapremo ascoltare il nostro istinto e credere nelle nostre visioni, allora potremo costruire una nostra strada. Su questa strada poi capitano opportunità impreviste e incontri illuminanti, e questi potrebbero aprire ad altri obiettivi e nuovi percorsi, ma questo avverrà sempre e solo se non abbandoneremo la nostra visione principale. Le difficoltà ad accreditarsi ci sono state, soprattutto in un mondo maschile che è quello dell’Innovazione tecnologica, ma credo che nel rapporto professionale uomo-donna ci siano grandi possibilità di collaborazione e di intesa, quando si va oltre la differenza di genere. Questo però accade solo se ci si sa porre con equilibrio e fermezza, dimostrando rispetto e pretendendolo, e alla fine consentendo a tutti di focalizzarsi sui contenuti e non sulla forma. Purtroppo ho difficoltà ad aggiungere altro di più concreto perché sento che la mia strada è ancora in salita, e c’è tanta strada da fare, quindi non ritengo di aver raggiunto ancora traguardi per i quali poter dare davvero consigli o spiegazioni. Diciamo che non ci si deve fermare mai se si desidera veramente di crescere e di imparare ogni giorno di più, questa dinamica e curiosità è di sicuro stata per me sempre una spinta a fare tante cose, tutte quelle che mi sfidavano e mi appassionavano allo stesso tempo. Ecco, sì, credo che questo non lo si debba mai perdere nella propria vita lavorativa: la curiosità di fare le cose e la sfida di farle bene.

Quando era studentessa di ingegneria informatica quali erano i suoi obiettivi?

Sognavo di diventare Amministratore Delegato di una grande azienda e di inventare cose che non erano state fatte da nessuno. Ancora non ci siamo, dunque! Si è vero che ho creato dei modelli di business nuovi, delle metodologie di analisi e anche dei brevetti di design; è vero che sul piano della creatività ogni giorno mi faccio tentare da nuove cose da ideare dal nulla - come progetti formativi o format divulgativi - ed è vero che questo mi diverte molto e mi appaga anche quando magari non riesco a dare seguito alle idee perché la loro implementazione è troppo onerosa; ma come dicevo prima la strada è tutta in salita e la mia società di consulenza non ha ancora raggiunto la dimensione che dovrà avere, spero in un futuro vicino. Non posso dire quindi di aver soddisfatto i miei obiettivi.

Per ben due anni consecutivi la rivista specializzata ‘StartUp Italia’ l’ha inserita nella lista delle “Unstoppable Women”. Tra le 150 donne che hanno fondato o guidano una startup, dirigono la trasformazione e la strategia digitale di grandi corporate insieme a scienziate ed attiviste. Qual è stata la sua reazione?

Il post con il quale ringarzia per essere nuovamente tra le 150 donne manager di StartUpItalia - Agosto 2018

Il primo anno la classifica è stata pubblicata dopo Ferragosto 2017; in quei giorni ho ricevuto una newsletter che annunciava la lista delle donne per l’Innovazione in Italia, allora sono andata subito a vedere se ne conoscevo qualcuna e sono stata felicissima di aver trovato molte donne che conosco, alcune anche amiche a cui ho fatto subito i complimenti. Dopo 3 mesi ho ricevuto invece una strana email dall’organizzazione del premio Gamma Donna che mi chiedeva di aiutarli a diffondere la notizia dell’evento di premiazione, essendo io una delle 150 Donne dell’Innovazione in Italia e quindi sicuramente molto motivata ad aiutare altre donne a intraprendere la loro strada. Ho pensato “ Che strategia di marketing aggressiva! mi associano ad una categoria a cui non appartengo, non essendo nelle 150 della lista, solo per chiedermi di divulgare una notizia”; a quel punto aprii il link e vidi che tra le 150 donne e amiche c’era la mia foto. Era la stessa lista che avevo visto ad Agosto, ma ero troppo convinta di dover cercare altre donne in quella lista che non avevo notato il mio nome! Ecco, la reazione è stata quella di chi non si aspetta di essere notata nel proprio lavoro, perché la cosa che mi interessa di più è fare in modo che la mia azienda diventi solida e sempre più utile all’ecosistema industriale del nostro Paese. Però mi ha fatto enormemente piacere e sono lusingata di essere in quella lista di donne straordinarie che stanno davvero provando a fare la differenza; spero di riuscirci anch’io e mi sto impegnando per questo.

Da donna, madre, moglie e manager, quale consigli si sente di dare alle donne che lavorano e vogliono affermarsi senza necessariamente dover rinunciare o mettere da parte tutto il resto?

Se davvero il desiderio è la carriera, suggerisco di pensare per prima cosa ai figli e di farsi aiutare nella loro crescita da persone fidate. Dalle nonne, dalle zie, dalle baby sitter, da chi si vuole pur di gestire tutto, senza fermarsi, spiegando ai figli il perché e il cosa si sta facendo. Coinvolgerli sempre e trascorrere con loro tutto il resto del tempo.Un altro piccolo suggerimento è quello di trovare delle donne più grandi e più sagge che rappresentino un role model con cui confrontarsi e crescere. Infine vorrei consigliare alle donne di rimanere donne, anche se sempre sapendo gestire e dosare la propria femminilità. Non serve essere aggressive per sembrare come gli uomini o più brave, anzi è esattamente il contrario e sono convinta che le donne in carriera troppo esuberanti o grintose e competitive fuori misura siano un problema sociale. Se si è capaci, non è necessario rivendicare la propria professionalità, perché questa si vede da subito. Quindi, nessun accanimento nell’esigere il rispetto dei propri diritti, ma piuttosto maggiore attenzione a portare risultati e ad essere un po’ madri anche a lavoro. Certo, la pazienza si perde, ma l’importante è essere coerenti nella sostanza e avere una linea chiara e non attaccabile.

Da anni vive e lavora a Roma e la sua professione la porta spesso in giro per il mondo, ma trova sempre il tempo per tornare in Calabria. Quali ricordi, profumi, sapori la legano alla sua terra natia?

Io sono Calabrese e lo dico sempre. La Calabria non è la mia terra natìa, è la mia terra e basta. Ho dei ricordi bellissimi, di gioia, di calore umano, di leggerezza anche se potrebbe sembrare strano. Una volta ho conosciuto un calabrese di successo, amministratore di una importante società, e mentre parlavamo gli ho chiesto se era calabrese – avendo ovviamente riconosciuto l’accento – ma lui con fare ironico misto ad una autoreferenzialità che voleva sottendere una vacua brillantezza mi ha risposto : “ E no, cara signora, io non sono calabrese, io ero calabrese”. Io non sono d’accordo. La Calabria mi ha dato la forza che oggi conservo e tiro fuori quando serve, e questa forza la dà solo la nostra terra con l’amore delle famiglie che, come in nessun altro luogo, sanno dare affetto e protezione ai propri figli. Ma sono arrabbiata con la Calabria perché non sa raccontarsi. Perché aspetta una mano dall’alto, perché non ha la curiosità di vedere lontano, perché converte i propri figli alla pigrizia e al silenzio. Vorrei vederla splendere e sbandierare al mondo i talenti che possiede e le bellezze che conserva, ma la Calabria non può farlo perché la verità è che non ci crede. Sento questo quando vengo in Calabria, anche solo in piccole cose che basta poco cambiare, allora mi arrabbio e scappo via.

Da cosa trae spunto nel lavoro e nella vita quotidiana?

Studio e mi aggiorno molto per afferrare i segnali di cambiamento e generare un mio pensiero autonomo. Inoltre viaggio spesso, conosco sempre nuove realtà imprenditoriali e sono in continuo contatto con la produzione di idee, che mi opero per divulgare attraverso la conferenza TEDxRoma che organizzo ogni anno. Tutto questo è fondamentale nel mio lavoro e nella vita quotidiana. Ognuno di noi però è la somma del proprio passato e di quello delle persone con cui ha vissuto e vive. Quindi di sicuro traggo spunto ogni giorno in maniera più o meno consapevole dagli insegnamenti di mio padre, dalla gentilezza di mia madre, dall’intelligenza di mio marito e ancora tanto dall’amore delle mie figlie e dalla certezza delle mie sorelle. Tutte queste cose insieme da aspirante velista mi fanno tenere la barra del timone abbastanza dritta, sia che si navighi a vele spiegate che invece ci si debba fermare e attendere un buon vento di bolina.

Se non fosse diventata ingegnere e imprenditrice, che cosa avrebbe voluto fare da grande?

L’avvocato o l’attrice. Ci sono andata vicino con la scelta di fare l’ingegnere, vero?

Il suo prossimo progetto?

Sono appena tornata da Amsterdam dove ho partecipato come relatrice al World Summit Artificial Intelligence, una bellissima conferenza sull’Intelligenza Artificiale a cui partecipo ogni anno in quanto Ambassador per l’Italia della fondazione americana XPrize - che sviluppa progetti tecnologici con l’obiettivo di migliorare la vita dell’uomo. Abbiamo deciso che mi occuperò nei prossimi 4 anni di un nuovo programma finanziato da ANA (All Nippon Airways) per la realizzazione di progetti di costruzione di Avatar a supporto dell’uomo. Pertanto, a breve inizierò a ricercare in Italia startup e università e anche PMI che sviluppano sistemi robotici da presentare all’interno del programma di selezione che terminerà nel 2022 con la premiazione delle idee e dei progetti più efficaci e utili. Il mio impegno in questo settore trova una forte motivazione in quell’idea di società del futuro che tutti noi siamo chiamati a realizzare e che si chiama Society 5.0 – Human Centric, ovvero una società che pone l’individuo e le sue esigenze al centro delle scelte tecnologiche. La grande sfida è usare le tecnologie esponenziali come strumento per il cambiamento e per la risoluzione o la mitigazione dei problemi globali, sociali ed economici. Questo è il progetto più grande a cui ho l’onore di partecipare partendo dal mio piccolo apporto, non significativo o determinante se preso in maniera singola, ma sicuramente funzionale se considerato insieme a quello di tutti gli altri soggetti coinvolti, tra cui i primi e i più importanti siamo tutti noi, nella nostra vita di tutti i giorni e nella nostra missione storica di essere umani che è quella di migliorare e di progredire sempre, ma senza mai perdere di vista il senso etico del progresso.