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Lunedì, 30 Novembre 2020

il mito della bagnarota donna mediterranea

Laboriose materne e pure ribelli, come le gelsominaie del nuovo romanzo “La maligredi” di Gioacchino Criaco, coraggiose come le contadine in lotta contro i latifondisti nelle terre del Crotonese, di forte temperamento, come le intraprendenti donne del racconto a più mani (Cavaliere, Gemelli, Pitaro) “L’ape furibonda”, straordinariamente belle come la leggenda vuole e come “certifica” il messaggio genetico di bellezza muliebre “mediterranea” che si è tramandato nei secoli.

Sono loro: le “bagnarote”, donne del mare celebrate nella letteratura e nell’arte, ma più di tutto nel racconto popolare. Chi arriva a Bagnara incontra vicino alla stele che ricorda l’intrepido navigatore degli oceani Vincenzo Fondacaro, un bel monumento bronzeo di stile misto tra classico e futurismo, opera dello scultore calabro-romano originario di Taverna Silvio Amelio che immortala le mitiche bagnarote, lavoratrici e imprenditrici ante litteram. Pochi passi più in là nella passeggiata, alla marinella, dopo le sculture commemorativa di Mia Martini (“bagnarota di radici e per convinzione”) queste belle donne del passato le incontri ancora adesso: belle, slanciate, molte col tratto mediterraneo e tante con i capelli biondi o rossi, con le lentiggini “irlandesi” sul viso, più normanne o nordiche di aspetto che meridionali. Meraviglia delle mescolanze etniche del Mediterraneo. Non indossano più il tipico costume delle loro nonne (a saja e u’ sciammisciu) ma l’eleganza naturale dell’incedere e il portamento sono uguali. Come identica è l’attitudine alla maternità nel quartiere-villaggio dei pescatori. “Duce Bagnara fascista prolifica. In piedi!”, scrissero un giorno del 1939 sulla facciata della stazione ferroviaria al passaggio in treno di Benito Mussolini, per sottolineare, come racconta Camilla Cederna nel libro “Signore & Signori”, la tendenza delle bagnarote a far figli. Si racconta però che ci fu un problema di punteggiatura nella scrittura della frase e il duce capì tutt’altra cosa.
A Bagnara comunque la crisi di natalità non esiste neppure oggi. Le nascite non sono quelle di un tempo, ma sono in controtendenza rispetto alle statistiche nazionali. Le bagnarote si distinguono anche in questo. Passeggini e carrozzine con neonati a bordo, sono un bel vedere nelle passeggiate serali sul lungomare. Certo il simbolo e lo stile di vita della mitica bagnarota sono ormai ricordi perduti e lontani, come scrive Gianni Saffioti nel blog “Archivio storico fotografico bagnarese”. Saffioti è il custode della memoria e delle immagini antiche di questa figura straordinaria di donna calabrese. Ha raccolto testimonianze, fotografie, filmati, effettuato ricerche e riproposto nel suo sito scritti di viaggiatori italiani e stranieri, di romanzieri e giornalisti. Uno di questi, Richard Keppel Crafen, nel “Viaggio nelle province meridionali del Regno di Napoli” (1821) è tra quelli rimasti ammaliati dalla bellezza delle donne di Bagnara. Nel suo diario di viaggio scrive che arrivando dalle parti di Bagnara la sua attenzione fu catturata da una giovane donna di rara bellezza: “In verità posso affermare che nessuna forma umana si è mai avvicinata alle idee che noi abbiamo di un essere soprannaturale. Lineamenti regolari erano combinati con una carnagione chiara, l’espressione del volto a una squisita simmetria e alla grazia delle forme. I suoi occhi di un azzurro scuro luccicavano teneri e radiosi sotto le sue ciglia nere e la sua fronte liscia era ombreggiata da una cascata di capelli castano chiaro. I suoi denti non erano meno perfetti del sorriso radiante che li dischiuse, mentre le sue guance fiorivano in tutta la freschezza della sua splendida salute “.
La figura della “bagnarota” ha segnato la storia della cittadina tirrenica centro della Costa Viola.  Su “Le vie d’Italia“, la rivista ufficiale del Touring Club Italiano, nel 1930, il giornalista Luigi Parpagliuolo scrive di donne “giunoniche, statuarie, alte e dritte“ che partivano all’alba, con le loro merci, per raggiungere città e paesi della Calabria e della Sicilia e dice: “Rappresentano la parte più utile e più viva del popolo bagnarese”. Parpagliuolo parlò della loro avvenenza, dell’audacia e dell’infaticabilità di brave mogli e madri. Un archetipo di donna bagnarota, è descritto pure da Stefano D’Arrigo, in “Horcynus Orca”, quando narra la straordinaria figura delle “femminote” che dominavano i commerci, nello Stretto di Messina. Erano femmine - narra D’Arrigo - che incutevano paura ai malintenzionati che non mancavano allora: madri, mogli, sorelle, figlie di pescatori, capaci di difendersi da ogni pericolo, col piglio di guerriere coraggiosissime. Oggi quelle mitiche bagnarote dello scrittore inglese e del romanziere messinese sono scomparse, ma la bellezza delle nonne e bisnonne è tramandata nelle moderne figure femminili delle discendenti, frutto del magnifico miscuglio caratteristico dei popoli che per primi si mossero, andando per mare, nel Mediterraneo e in giro per il mondo. Nel romanzo “Un treno nel Sud”, Corrado Alvaro consiglia a chi straniero o italiano gli domanda itinerari meridionali, di imbarcarsi sui traghetti a Villa San Giovanni, per andare a vedere le bagnarote: «Donne di fatica, pellegrine da paese a paese, che portano con sé anche le loro figlie piccole, cui affidano il trasporto d’una resta d’agli a tracolla per educare alla fatica. Vestite di semplice cotonata farebbero pena se non avessero quel contegno, quel segreto, quella fierezza».
Le bagnarote di Alvaro hanno negli occhi un lampo di disperazione e di orgoglio come le donne querce di Calabria che hanno affrontato mille difficoltà nella vita, mentre lo scrittore Vincenzo Spinoso (di Bagnara) ne parla come di creature quasi verghiane, che quando occorre «si fanno tigri per non soccombere». Lo storico Tito Puntillo, nel suo saggio “La bagnarota, la donna di Bagnara ricondotta dal mito alla realtà”, ha realizzato lo studio più approfondito e completo disponibile sulla bagnarota, ripercorrendo le “letture” che ne hanno fatto scrittori, poeti, giornalisti e storici locali, e contestualizzandone la figura in epoche storiche rilevanti della storia mediterranea, risalenti a prima della battaglia-scontro di Lepanto, senza tralasciare le narrazioni, in prosa o poetiche, di Vincenzo Spinoso, Rosario (Saro) Villari (omonimo dello storico) di Michele D’Agostino  e del poeta in lingua del dialetto bagnarese  Rocco Nassi, fino a giungere alla testimonianza di Mia Martini, una delle più grandi interpreti della canzone europea che non ha mai rinunciato alla sua radice bagnarota. “Per Mimì le radici bagnarote erano tutto”, scrive Puntillo e ricorda che la cantante diceva che le sue origini erano “la mia sola sicurezza”, cioè “l’unica cosa certa della mia vita”. Mimì Bertè (Mia Martini) vestita da Bagnarota, ricorda Puntillo nel saggio, fece un’intervista, in mezzo a filari di vite sulle rasole sopra le colline di Bagnara e alla domanda: “Se non avessi fatto la cantante, cosa ti sarebbe piaciuto fare?”, senza esitazione rispose: “la Bagnarota!”. E a Bagnara tutti riconoscenti di questo suo amore sconfinato per la città del mare l’hanno elevata a simbolo perenne della mitica “bagnarota”.