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Martedì, 24 Novembre 2020

Oncologia, ricerca scientifica e cucina. Il successo hawaiano di Michele Carbone: “Vi racconto le mie passioni lontano dalla Calabria”

E’ ritenuto il massimo esperto internazionale nello studio del mesotelioma pleurico, tumore maligno della pleura, ed è impegnato da anni nell’identificazione di bersagli molecolari e nello sviluppo di terapie innovative per questa importante neoplasia.

Michele Carbone, è stato uno tanti cervelli in fuga italiani, che dalla città capoluogo della Calabria 32 anni fa è partito con una valigia piena di esperienze e sogni, per approdare negli Stati Uniti d’America dove ha lavorato per otto anni ai National Institutes of Health a Bethesda, poi all’ università di Chicago e alla Loyola University di Chicago per un totale di 12 anni, dove ha fatto la carriera Universitaria fino a diventare professore ordinario e direttore di Oncologia Toracica, e infine all’università delle Hawaii, dove nel corso di altri dodici anni è stato chairman (primario) di anatomia patologica, direttore del Cancer Center e direttore di oncologia toracica, ruolo che ricopre attualmente. Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza in Calabria, il professore Carbone, subito dopo il diploma di liceo scientifico, si iscrive e inizia a frequentare a diciotto anni la scuola di medicina di Roma acquisendo la laurea, l’abilitazione alla professione medica, e la specializzazione in anatomia patologica e, subito dopo, parte alla volta degli USA. I suoi studi scientifici sulla genetica del mesotelioma pleurico, sono iniziati per un puro caso “durante un viaggio turistico quasi dieci anni fa fatto in Turchia”. Com’è lo stesso Carbone a raccontare, parlando delle delicate fasi di ricerca condotte prima nei villaggi turchi in Cappadocia, nel suo laboratorio all’ università Loyola di Chicago dopo e successivamente all’università delle Hawaii. Dove, assieme al suo team, ha scoperto che coloro che ereditano mutazioni germinali nel gene BAP1 muoiono di cancro, e sono colpiti principalmente da mesotelioma e melanoma, e più raramente da altre forme di tumore. Uno scienziato internazionale a 360 gradi Carbone – nominato anni fa dal Ministero degli Esteri console onorario italiano nelle Hawaii e nel Pacifico - che, una volta smesso il camice da medico e lasciati microscopio e provette da laboratorio, inforca la racchetta da ping pong per dilettarsi nella disciplina sportiva che, assieme all’equitazione, pratica fin da bambino, o indossa il cappello da chef per dedicarsi tra aromi, profumi e piatti tipici della sua bella Italia, alla sua seconda passione. La cucina. I trucchi per preparare gustosi piatti li ha appresi dalla sua mamma – eccentrica artista argentina che gli insegnò ai tempi dell’università le basi per saper cuocere un semplice piatto di pasta o prepararsi una tazza di caffè - e dopo anni e anni di tentativi ed errori. Ed oggi negli States ha un ‘cooking blog’ tutto suo dove si diletta ad invitare amici, colleghi, ospiti importanti – compreso numerosi Premi Nobel - e ad insegnare come cucinare leggero ma con gusto. Sposato con una bellissima americana, papà di due figlie, Michele Carbone, resta legato alla sua terra d’origine nella quale ritorna ogni qual volta può, non solo per insegnare all’università Magna Graecia, in qualità di “professore di chiara fama” ma anche per vedere la mamma e gli amici dell’infanzia.

Abigail Sipes, Keisuke Goto, Angela Bononi, Michael Minaai, Ronghui Xu, Angelica Ferro, Michele Carbone, Ryuji Yamamoto, Yasutaka Takinishi, Lorenzo Carparelli, Jiaming Xue, Joelle Suarez, Flavia Noveli, Haining Yang.

 

Professore Carbone, da tanti anni vive e lavora negli Stati Uniti – presso il Cancer Center di Honolulu, Hawaii - ma in pochi sanno che ha origini calabresi. Quali ricordi la legano a questa bella regione e, soprattutto, cosa porta dentro di sé di questa terra?

<<Sono nato a Roma, dove papà, calabrese di Cellara, lavorava come ortopedico. Una volta divenuto primario ortopedico a Catanzaro abbiamo fatto ritorno a “casa”. Come diceva lui quando avevo 7 anni. Qui a Catanzaro, dove ho studiato dalla terza elementare fino alla maturità scientifica, per poi iscrivermi alla facoltà di medicina a Roma. A Catanzaro e alla mia terra sono legato da profondi legami di amicizia e affetti familiari. E` per esempio è bellissimo organizzare ogni qual volta sono qui, cene con tutti gli amici più cari. Con me, negli Stati Uniti e in giro per il mondo, porto della Calabria tutti i più bei ricordi. Gli amici, la cultura, i paesaggi, il rumore del mare, i sapori, i profumi. Tutto.>>

 

Lei è professore di patologia e direttore di oncologia toracica dell’università delle Hawaii. Attualmente, è ritenuto il massimo esperto internazionale nello studio del mesotelioma” - tumore maligno della pleura e del peritoneo - ed è impegnato nella identificazione di bersagli molecolari e nello sviluppo di terapie innovative per questa terribile neoplasia. A che punto è arrivata oggi la ricerca?

Abbiamo fatto molte scoperte sul mesotelioma e il connubio con l’amianto. Abbiamo dimostrato che il tumore è causato dal Gene X environment interaction, cioè che l’amianto è particolarmente pericoloso per alcuni soggetti che presentano alcune specifiche varianti genetiche. Abbiamo scoperto un gene BAP1 che è mutato in alcune famiglie che hanno un’incidenza altissima di cancro (anche il 100%) e in particolare di mesotelioma e melanoma. A giugno abbiamo scoperto come funziona il tutto, e abbiamo pubblicato la scoperta su “Nature”, la più prestigiosa rivista scientifica del mondo. Questo è stato il primo articolo sul mesotelioma fino ad ora pubblicato su questa rivista, che per noi scienziati è un po’ come vincere l’oscar riuscire a pubblicare su Nature. Ora stiamo preparando un trial clinico basato sulla nostra scoperta per cercare di correggere il difetto genetico identificato e se ci riusciamo dovremmo riuscire ad aumentare la sensibilità alla terapia.

 

La sua professione l’ha portata a girare molti Paesi nel mondo, dove ha potuto approfondire le sue ricerche. In particolare per circa 10 anni fa in Turchia, nella regione della Cappadocia, ha effettuato studi approfonditi sul “BAP1 Cancer Syndrome”, una nuova sindrome tumorale genetica che può essere ereditata in generazioni familiari successive. La ricerca è stata incisiva non solo dal punto vista dei progressi scientifici, ma anche da quello sociale. Com’è arrivato alle delicate fasi di ricerca condotte sul campo e quali sono stati i risvolti per la popolazione del luogo?

Qui ci sarebbe da parlare per un mese. Tutto è nato da una pura coincidenza, dalla passione, dalla fortuna e dal desiderio di fare qualcosa di utile per della bellissima, povera, gente che era devastata dal mesotelioma. Nel corso del mio lavoro in Turchia, dove ogni anno per dieci anni ho passato circa due mesi a lavorare nei villaggi della Cappadocia devastati da una epidemia di mesotelioma, ho coinvolto il ministro della salute turco e una serie di scienziati turchi. Insieme siamo riusciti a convincere il governo del Paese a ricostruire due interi villaggi le cui case erano state fatte con materiale simile all’amianto - minerale che causa mesotelioma – ricostruendole invece con cemento e mattoni. Così si è riusciti a ricollocare oltre 2000 persone in case più dignitose e sicure sotto ogni punto di vista, ma soprattutto sotto l’aspetto della salute. Per questo studio ho ricevuto molti premi e sono stato intervistato da diverse riviste scientifiche, incluso il periodico ufficiale dall’IASLC, che è la più importante organizzazione medico-scientifica di malattie del polmone al mondo. Questa ricerca ha avuto una doppia valenza. E’ stata incisiva sia dal punto vista del progresso scientifico, che dal punto di vista sociale. Difatti, oltre ad aver ricostruito un villaggio, da qualche anno in Cappadocia esiste una clinica impegnata in questa ricerca che rappresenta una vera e propria oasi, considerando che questa area della Turchia è tra le più povere e sottosviluppate. La scoperta scientifica, quindi, ha aperto nuovi scenari sia in termini di prevenzione che in termini di terapia e assistenza ai malati di cancro in questi villaggi.

 

da sinistra prima fila: Angela Bononi, Gwen Ramelb, Haining Yang, Michele Carbone, Keisuke Goto, Sandra Pastorino, Yasutaka Takinishi, Michael Minaai, Ryuji Yamamamoto, Lorenzo Carparelli, Xhinjian Chen, Ronghui Xu, Masaki Nasu, Jiaming Xue.

Lei si ritiene un cervello in fuga? E cosa l’ha portata a svolgere questa professione?

La mia storia è comune per molti aspetti a tanti Calabresi che per motivi diversi sono andati all’estero e contribuiscono al progresso economico, scientifico e culturale di Paesi già tecnologicamente ed economicamente più avanzati dell’Italia e della Calabria in particolare. Certo che sono un cervello in fuga, perlomeno nella denominazione comune ci chiamano così.  Anni fa passeggiando con l‘ex ministro della scienza, Ruberti - durante una serata di gala all’ambasciata italiana a Washington - gli feci una proposta per far rientrare i “cervelli in fuga” nel nostro Paese.  Mi rispose col suo simpaticissimo accento napoletano: “Ma tu stai tanto bene acca`, ma me lo sai dire perché vuoi tornare in Italia? Ma che ci vieni a fare? Ma stattene acca` che stai tanto bene!”. E così ho seguito il suo consiglio e sono rimasto negli States. Svolgo questa professione per passione e perché voglio contribuire alla ricerca.

 

Nel suo team ci sono ricercatori italiani?

Certo, e sono bravissimi. Per esempio, Angela Bononi ha vinto quest’anno il premio –consegnatole durante una cerimonia tenutasi all’ambasciata a Washington – come miglior scienziato biomedico Italiano negli USA sotto i 40 anni. Queste sono grandi soddisfazioni.

 

Quale addetto ai lavori, perché un giovane laureato, dopo anni di studio, di intensi sacrifici, predilige o è costretto ad andare all’estero per svolgere la professione di ricercatore medico-scientifico?

Per lo stesso motivo che mi ha palesato anni prima, l’ex ministro Ruberti, e perché l’estero offre di più, in fatto di tecnologie, avanguardie e risorse, a chi fa ricerca.

 

Quale consiglio si sente di dare a chi vuole intraprendere la sua professione?

Di farla solo se si ha tanta passione. Perché è un lavoro che, come e forse più di altri, costa tanti sacrifici.

 

Che cosa manca all’Italia per ottenere gli stessi risultati che raggiungono gli altri Paesi nella ricerca medico-scientifica?

Una struttura meritocratica e una burocrazia semplice ed efficiente.

 

Negli anni ha collaborato con diversi Istituti di ricerca italiani. Se avesse le stesse possibilità che ha attualmente negli States, ritornerebbe in Italia?

Difficile. Sono andato via da Catanzaro per l’impossibilità di lavorare qui ma sono sempre rimasto legato alla mia terra. Tanto è vero che sto cercando di instaurare dei rapporti di collaborazione tra l’università “Magna Graecia” e quella di Honolulu sempre più saldi che potrebbero avere risvolti positivi per entrambi gli atenei oltre che per gli studenti stessi. Da quest’anno, ad esempio, insegno “Patologia” quaranta ore all’anno alla facoltà di Medicina dell’Umg, grazie ad un incarico assegnatomi in qualità di professore di “chiara fama”. Questa docenza mi ha dato la possibilità di constatare che gli studenti di Medicina a Catanzaro sono dei ragazzi molto preparati, pieni di entusiasmo e desiderosi di apprendere, scoprire, a di mettersi alla prova: molti di loro farebbero sicuramente grandi cose all’estero, ma speriamo invece che sia possibile per loro farle qui! E non dover emigrare. Guarda, questi studenti sono veramente bravi e possono senz’altro competere con i migliori studenti di medicina negli USA, bisogna incoraggiarli e aiutarli a sviluppare il loro futuro qui nella loro terra, non perderli in giro per il mondo come è successo alla mia generazione

 

Ha realizzato tutto quello che si è prefissato nella sua professione?

No. Il cancro ancora non l’ho curato, ma spero di riuscirci.

 

Ho letto che ha la passione per la cucina, di cui parla in un suo blog mentre prepara degli ottimi piatti italiani insieme ai suoi tanti amici, colleghi e chef, conosciuti tra gli States e i suoi tanti viaggi per il mondo. Come è nato questo amore per l’enogastronomia?

A diciotto anni in concomitanza con gli studi universitari. A quel tempo non sapevo neanche fare un caffè. Mia madre mi insegnò qualche piatto veloce e mi regalò un libro che, però, non aprii per un bel po’ di tempo. Poi cominciai a capire che se non imparavo a cucinare, sarei morto di fame. Visto che a Roma non c’era nessuno dei miei amici universitari che preparava da mangiare e allora ho cominciato a cucinare. Un po’ alla volta e sperimentando tra i fornelli mi è venuta questa passione. Tanto che, quando scendevo a Catanzaro, facevo assaggiare i miei piatti – sopratutto pasta e tonno – ai miei amici e alla mia famiglia. Nel corso degli anni, sono diventato amico di molti Chef, li invito spesso sia a casa mia a cena assieme ad amici e colleghi, dove possono trovarsi anche Premi Nobel (come successo qualche settimana fa), e prepariamo insieme di tutto. Avendo fatto il giro del mondo, ho imparato molte ricette nuove e tanti trucchi del mestiere. Sono un tipo molto curioso. E quando sono al ristorante e mangio qualcosa di particolarmente buono, entro nelle cucine per conoscere lo chef e gli chiedo di insegnarmi a cucinare quella prelibatezza. Per tutte le ricette vale la stessa regola di base: utilizzare solo ingredienti di prima scelta. Se, ad esempio, il tuo olio d’oliva è così così, anche il tuo cibo sarà così così. Se cucini con vino scadente, il cibo avrà un sapore cattivo. Nella vita è la stessa cosa. Inoltre, “uso” la mia passione per il cibo e la cucina, per fare fund-raising, non so come si dice in italiano. Finora sono riuscito a raccogliere circa $30 milioni di dollari in donazioni per la ricerca sul cancro, sempre intorno alla mia cucina che crea un ambiente particolare e rende più facile convincere i donors a sponsorizzare la ricerca sul cancro.