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Giovedì, 16 Luglio 2020

Il federalismo è buono se è antropologico

E’ sfumato il federalismo hard targato Lega? “Non proprio”, risponde  il professor Giuseppe Gangemi, che da tempo ha introdotto nel dibattito il concetto di “federalismo antropologico”. Docente di Scienza dell'amministrazione all'Università di Padova e presidente del corso di laurea magistrale E’ sfumato il federalismo hard targato Lega? “Non proprio”, risponde  il professor Giuseppe Gangemi, che da tempo ha introdotto nel dibattito il concetto di “federalismo antropologico”. Docente di Scienza dell'amministrazione all'Università di Padova e presidente del corso di laurea magistrale in Scienze del governo e Politiche pubbliche, il professor Gangemi, nato a Santa Cristina d’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria,  il 4 giugno 1949 e  per anni docente presso l'Università di Catania, studia il federalismo da prima che nascesse la Lega: “Il federalismo che ho studiato, e che ho visto essere stato molto utile al Nord Est, essendo stato in quell’area  praticato per decenni, già prima del fascismo, non è il federalismo territoriale della Lega, ma è il federalismo antropologico”.

Il professor Giuseppe Gangemi docente di Scienza dell'amministrazione all'Università di Padova


Cos’è? “Dico subito – argomenta il prof Gangemi – che nella mia  visione, il federalismo è una cosa più seria di quello della Lega e della riforma del Titolo V della Costituzione. Credo, inoltre, che sarebbe molto utile alla Calabria,  se  la  classe politica ne avesse le competenze per praticarlo. Il  federalismo antropologico è, però, molto importante per entrare e rimanere in Europa e per andare oltre Monti, evitando alcuni degli errori commessi finora”. E la Calabria? “Di urgente vedo in Calabria il bisogno di svilupparne l'orgoglio, attraverso la consapevolezza della sua storia, soprattutto del suo carattere. Vi è stato un profondo e importante ruolo europeo della Calabria in due occasioni: dal 750 al 1061 e dal 1799 al 1821. Se avesse avuto maggiore consapevolezza di questo suo ruolo, forse non sarebbe entrata in modo così dimesso nella  storia d'Italia, al seguito di mille garibaldini e di ancor più numerosi gabelloti e prezzolati dai proprietari terrieri”.

Professore, comunque la si voglia vedere, l’impressione è che Il  federalismo hard della lega è morto e sepolto e con gli scandali della Regione Lazio è ormai messa in discussione anche la riforma del 2011 del titolo V. Lei non teme che si possa innescare una stretta neocentrista a danno dei territori?
In questa domanda ci sono due premesse che non condivido: il federalismo hard della lega è morto e sepolto, lo si potrà dire solo dopo le prossime elezioni. Inoltre, non bisogna dimenticare che è stata approvata una legge, la 42/2009, e che sono stati approvati anche i relativi decreti delegati. Solo un'altra legge che la abroghi almeno parzialmente può disinnescare quella mina. Si può mettere in discussione la riforma del Titolo V, a parole, però se si vuole  metterla davvero  in discussione occorre  realizzare una riforma della
Costituzione, che è cosa ben diversa. Riportare indietro la storia al centralismo, mi sembra non solo assurdo, ma irrazionale. In un dibattito che si è svolto a Padova nel 2009, alla presenza di vari Presidenti delle Regioni del Centro e del Nord, la posizione non era quella di ritornare al centralismo, ma era quella di rendere responsabile il federalismo che era diventato irresponsabile con la riforma del Titolo V. Renderlo responsabile voleva dire dare delle entrate autonome alle Regioni. Su questo, credo che né Lega né la sinistra vogliano tornare indietro. Del resto, la proposta di commissariare le Regioni se non rispettano i vincoli di bilancio e quella di rendere non eleggibili per dieci anni i Presidenti che sforano i bilanci, mi sembra che vada in questa direzione, non in quella del nuovo centralismo: responsabilità per le Regioni non vuol dire centralismo. Anzi, vuol dire il contrario: fare affidamento sulle  proprie entrate fiscali. Quello che è stato sbagliato nel passato, è stata proprio la pretesa del centrosinistra, al 2001, di fare una riforma federalista senza federalismo fiscale. I risultati che tutti leggiamo sui giornali nascono da quella scelta sbagliata.

Lei ha ideato  un concetto, proponendolo in diverse pubblicazioni,  che, in verità, finora  non ha spopolato: il federalismo antropologico. Vuole spiegare di che si tratta e se lo ritiene ancora utilizzabile?
Il problema non è che il federalismo antropologico, come concetto, non ha spopolato. Il problema è che si sono improvvisati federalisti politici che non hanno mai capito il vero senso del federalismo. Il federalismo è uno strumento per puntare sulle risorse autonome delle popolazioni di un territorio. Mi spiego meglio: dopo l'Unità, il Veneto non era meglio  combinato del Meridione ed era escluso dai progetti di sviluppo nazionali in quanto la classe politica puntava solo sul Nordovest. Consapevoli di questo, hanno puntato su piccole banche locali che raccogliessero il denaro dei piccoli risparmiatori e lo utilizzassero prestandolo a favore di contadini e artigiani del luogo. Con queste piccole banche, lentamente, si sono create le condizioni dello sviluppo. Allo stesso modo, sia nelle zone bianche (Nordest) che nella cintura rossa (Centronord) si è puntato sull'istruzione popolare di operai e contadini (anche perché dal 1882 si votava per capacità, saper leggere e scrivere, e non più per censo). Poi si è puntato sulle cooperative, etc. Questo è stato il federalismo antropologico che è alla base di ogni federalismo che sia poi riuscito, in Usa, in Germania, in Svizzera, etc. Il federalismo antropologico è credito, istruzione, cooperazione e pazienza se non ci sono (ancora) risorse fiscali per politiche autonome di sviluppo. In Meridione, invece, cosa è successo: non si è puntato sul credito locale; dopo il 1894, repressione dei Fasci Siciliani, che erano delle cooperative che chiedevano contratti a mezzadria, tutti i proprietari terrieri hanno chiesto che i Comuni non finanziassero le scuole elementari. Nel giro di dieci anni si è realizzata una forbice: al Nord e al Centro votavano il 13% degli elettori (alfabetizzati) e al Sud il 6%. Le scuole sono sempre state scadenti rispetto a quelle settentrionali, tranne poche eccellenze. Lo era alla fine del 1880, lo era al 1960 quando sono stato mandato in collegio a Pesaro perché lì le scuole erano buone e non lo erano in Calabria. Lo è ancora adesso, come sappiamo tutti. Due esempi per capirci: negli anni Ottanta, al tempo dell'inflazione a due cifre, una legge nazionale agevolava il prestito ai lavoratori. Con il testo della legge mi sono presentato a Catania, alla banca sulla quale mi veniva versato lo stipendio e ho chiesto il prestito massimo possibile; lo stesso ho fatto alla banca sotto casa mia a Brescia, dove vivevo con mia moglie. Queste le diverse condizioni: 8.000.000 massimo al 20%, più garanzie su una proprietà immobiliare, più una cambiale per 9.600.000 da firmare, a Catania. 12.000.000 massimo al 17,5%, senzagaranzie, senza cambiale, a Brescia.  Ecco perché dico che c'è più federalismo antropologico in Lombardia rispetto alla Sicilia. Altro esempio: cinque anni fa, ho offerto a un giovane calabrese 100 euro se traduceva una versione dal latino con meno errori di un giovane lombardo. Il giovane calabrese stava entrando al quinto anno di liceo scientifico e il giovane lombardo stava entrando al secondo anno del liceo scientifico. Inoltre, il calabrese era stato promosso in latino e il lombardo era stato rimandato in quella materia. Conclusione? Ovvia: il giovane calabrese non ha vinto i 100 euro.
In Veneto e Lombardia, nelle due regioni dove ho vissuto a lungo, si dice spesso una frase che mi ha molto colpito: non si può essere ricchi e stupidi per più di una generazione. Tenersi un costo eccessivo della politica (che si aggiunge al costo del welfare e al costo dell’evasione fiscale) significa essere stupidi perché a lungo andare questo lo si paga con l’impoverimento complessivo della società. Il federalismo antropologico è lo strumento che essi hanno inventato per reagire a un sistema politico nazionale che non si faceva carico dei loro problemi. Il federalismo fiscale è stato il sistema che hanno inventato per difendersi dai trasferimenti di risorse che erano diventati insopportabili in quanto si sommavano al costo dell’evasione e al costo della politica (oltre che al costo di un sistema di welfare).

Qual è oggi la sua idea di Mezzogiorno - specie dopo i terribili verdetti dell'ultimo Rapporto Svimez - maturata  dal suo speciale osservatorio?

Il prof. Giuseppe Gangemi durante una lezione all'università di Padova


Ho fatto per due anni il consulente della Regione Puglia per progettare la spesa dei fondi strutturali dell'Ue. Erano i primi due anni della Giunta Vendola. Dopo un anno volevo scappare, e non era la Giunta peggiore. Spesso mi sembra di capire che in Meridione conta più il prendere una poltrona che il sapere cosa farci dopo. In Lombardia, per esempio, si è capito che un certo tasso di corruzione è inevitabile e viene concesso, purché non superi un certo limite, purché la politica produca risultati e se ne produce tanti, tutto il resto viene condonato. Ma se costi di più dei risultati che produci, il perdono non ti tocca più e devi essere rimesso in riga. Poi, l'ultimo anno di Loiero Presidente ho partecipato a due incontri per incentivare la spesa dei fondi dell'UE. Qui lo sconforto è stato ancora peggiore. Manca una progettualità. Manca intelligenza nelle istituzioni. E come ce ne può essere, se le scuole non funzionano e non funzionano nemmeno le cooperative? La filosofia del rapporto SVIMEZ mi lascia sempre perplesso su un punto: laddove si chiede di trovare spazio per sostenere i settori produttivi di accumulazione industriale. Non ho mai creduto sul sostegno esterno all'economia di un territorio. Quando insegnavo a Catania lo dicevo sempre portando il paragone tra Catania e Ragusa: la prima provincia aveva costruito una economia dipendente e debole di fronte alle crisi (veniva spazzata via per prima); la seconda aveva costruito un'economia capace di reggere alle crisi. Mi pare che si sia sulla stessa lunghezza di onda anche adesso quando l'industria meridionale è in forte recessione e comunque si sviluppa poco, mentre l'agricoltura va in controtendenza con meno incentivi alla produzione. Piuttosto, mi preoccupa l'impatto che ci sarà sull'agricoltura del Sud per la fine delle integrazioni comunitarie al prezzo. Si avranno contributi dall'Europa solo su progetti di sviluppo credibili, e questo vuol dire: professionalità, partenariato e capacità di innovazione di interi settoriche andranno in crisi.

Gli Stati resistono, quantomeno sulla carta, però  scricchiola, in maniera  sempre più evidente,  il potere di cui dispongono  nell'economia globale e nella "società liquida". Non è che noi ragioniamo ancora di Mezzogiorno, ma non ci siamo accorti che il Mezzogiorno, perlomeno come si è venuto formando nel Novecento, non c'è più? 
Gli Stati che resistono sono quelli che hanno saputo reagire alla "dittature delle abitudini". Su questo aspetto il Meridione, ma a questo punto direi anche l'Italia, è in ritardo di cinquanta anni. La rivoluzione avvenuta negli Stati Uniti a partire dal 1960-70 non è ancora arrivata in Italia. Concetti come ridondanza della pubblica amministrazione sono ancora visti come fattori di spreco;il concetto di implementazione è usato, dai politici, come sinonimo di aumento ("implementiamo il budget", sento dire e rabbrividisco a quest'uso di un concetto importante come quello di implementazione); il concetto di valutazione è assente o frainteso nei suoi risultati; per non dire del concetto di partecipazione. Ma qui, il discorso sarebbe lungo e toccherebbe il mio ruolo di docente di Scienza dell'amministrazione.

Quali sono a suo avviso le  grandi criticità  del Mezzogiorno in sè  e  quelle di regioni particolari  come la Calabria in continuo affanno economico e sociale?
È il sistema Calabria che non funziona. È considerata l'ultima Regione d'Italia. Una specie di Grecia che, si dice, ha nascosto sotto il tappeto gran parte del proprio deficit. Quando sarà costretta a farlo riemergere, saranno guai. Quello che mi preoccupa è l'incapacità di analisi dei calabresi. Il problema è che non bisogna fidarsi di nessuno, tanto memo di chi parla a vanvera, ma occorre saper valutare autonomamente cosa consegue da una riforma o da una situazione. E questo si chiama capacità di autovalutazione. Ed è anche questa una componente importante del federalismo antropologico.

E i punti di forza del Mezzogiorno, lo sguardo sul Mediterraneo può essere un elemento di speranza?

Il vecchio tema del Mediterraneo. Prima di Benedetto Croce era all'ordine del giorno e uno storico come Michele Amari ne parlava costantemente: studiava la storia dei conflitti con i Saraceni per capire la politica per il Meridione nella appena costituita Unità d'Italia. Poi è arrivato Croce a spiegarci che Normanni e Svevi non rientravano nel processo storico di costruzione della storia italiana. Errore gravissimo, le cui conseguenze sono state disastrose sul piano della percezione delle nostre potenzialità. Inutilmente, Sturzo ha rilanciato il tema del Mediterraneo. La cultura laica non lo seguiva e quella cattolica era protesa verso il Nord Europa. Fino aqualche anno fa proponevo progetti integrati, con Fondi Europei, tra Spagna, Meridione e Grecia. Oggi, purtroppo, proporrei che l'Italia, Meridione compreso, si rivolga verso il Nord dell'Europa e sarebbe un miracolo se ne avesse lo spessore culturale per farlo. Spiego ai miei studenti che i Finlandesi, gli Olandesi e i Tedeschi disprezzano due cose dell'Italia di oggi: che la nostra classe politica non abbia messo al primo posto la razionalità dei loro comportamenti; che si muovano come se vivessero, da venti anni, dentro un enorme reality show. Se poi si pensa all'attentato in cui ha perso la vita l'ambasciatore americano, vedo poche speranze nel Mediterraneo che verrà. Poi, sarei sempre felice di ricredermi.

Ce la può fare a riscattarsi l'Italia del Sud?
Occorre che la classe politica cambi metodi e orientamenti. Forse con le prossime generazioni sarà possibile svoltare, ma  se si  inizia subito a investire sui giovani e sulla scuola.