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Mercoledì, 12 Agosto 2020

Beni confiscati: l’Agenzia cambia volto

I vertici di Palazzo San Macuto, forze dell’ordine e Procura di Reggio Calabria a confronto su Codice antimafia e misure patrimoniali di contrasto ai clan per l’apertura del master promosso dalle università “Alighieri” e “Mediterranea” per formare i futuri amministratori I vertici di Palazzo San Macuto, forze dell’ordine e Procura di Reggio Calabria a confronto su Codice antimafia e misure patrimoniali di contrasto ai clan per l’apertura del master promosso dalle università “Alighieri” e “Mediterranea” per formare i futuri amministratori giudiziari.

Una panoramica dell'Aula magna "Quistelli" dell'Università "Mediterranea" di Reggio Calabria durante la tavola rotonda su Codice antimafia e beni confiscati. Una panoramica dell'Aula magna "Quistelli" dell'Università "Mediterranea" di Reggio Calabria durante la tavola rotonda su Codice antimafia e beni confiscati.


I beni strappati alle cosche delle varie associazioni mafiose (dalla camorra, primatista assoluta per valore dei beni confiscati negli ultimi anni, a Cosa nostra; dalla ‘ndrangheta alla Sacra corona unita), da testimonianza di predominio della criminalità organizzata in un Mezzogiorno che annaspa sotto il profilo socioeconomico, possono diventare un patrimonio assoluto di credibilità e anche per restituire alla collettività qualche prezioso punto di Prodotto interno lordo. È quanto emerso dalla tavola rotonda Il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione tra presente e futuro – tenutasi all’aula magna “Quistelli” dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria con importanti presenze di politici, magistrati e forze dell’ordine –, che specificamente rispetto all’Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati alle mafie ha sviscerato alcuni nodi, dai bug nella strutturazione all’horror vacui rispetto alla guida dell’organo che, nelle intenzioni della Commissione parlamentare antimafia almeno, dovrebbe chiudere tutte le sedi decentrate lasciandone una sola a Reggio Calabria, fin qui teatro della sede nazionale che invece, sotto il profilo istituzionale e operativo, verrebbe trasferita a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
L’iniziativa alla “Quistelli” ha aperto le lezioni del Macrassets, il Master di secondo livello in procedure e tecniche delle gestioni giudiziarie e dei beni confiscati alla criminalità promosso dall’Università per stranieri “Dante Alighieri” e dall’Università “Mediterranea” col supporto amministrativo di Medalics (il Centro di ricerca per le relazioni mediterranee) e Iritmed (Istituto di ricerca per l’innovazione e la tecnologia nel Mediterraneo) e col patrocinio della stessa Agenzia per i beni confiscati e delle associazioni “Libera” e “Avviso pubblico”. Un master innovativo, alla sua prima edizione, finalizzato a formare i futuri amministratori giudiziari mediante un’alta specializzazione nella conoscenza di àmbiti normativi dalla legislazione antimafia alle misure di prevenzione fino alla governance delle aziende sottratte ai clan; e che, peraltro, vanta lo stesso Gratteri nel Comitato scientifico (direttore organizzativo è il direttore del Medalics Roberto Mavilia). I lavori, moderati dal direttore del “Dispaccio” e consulente di Palazzo San Macuto Claudio Cordova, sono stati introdotti dal rettore dell’ “Alighieri” Salvatore Berlingò.
Di taglio decisamente tecnico la relazione del capo della Dia, Arturo De Felice, reggino “doc” con tanti incarichi calabresi in curriculum (dalla guida del Centro interprovinciale Criminalpol di Reggio all’incarico di questore di Catanzaro).
Riflettori così sul decreto legge 345 del 29 ottobre 1991 che istituì l’ufficio investigativo interforze e sulla legge 125 che sei anni fa modificò il quadro normativo. Nel “pacchetto sicurezza”, la previsione di misure patrimoniali applicabili indipendentemente dalla pericolosità sociale del destinatario in quel momento; la chance di aggredire, entro cinque anni dal decesso, anche i beni degli eredi; la possibilità di operare una confisca “per equivalente”, cioè aggredendo una somma di denaro (o altro bene) di valore analogo a quello del bene da confiscare; l’istituzione di un Fondo unico come pure dell’Albo degli amministratori giudiziari.

Il tavolo dei relatori. Da sinistra: il moderatore, il giornalista Claudio Cordova; il rettore dell'Università per stranieri "Dante Alighieri" Salvatore Berlingò; il direttore della Dia (Direzione investigativa antimafia) Arturo De Felice; il capo della Polizia Alessandro Pansa; il presidente della Commissione parlamentare antimafia, la deputata Rosy Bindi; il procuratore distrettuale di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho; il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri. Il tavolo dei relatori. Dasinistra: il moderatore, il giornalista Claudio Cordova; il rettore dell'Università per stranieri "Dante Alighieri" Salvatore Berlingò; il direttore della Dia (Direzione investigativa antimafia) Arturo De Felice; il capo della Polizia Alessandro Pansa; il presidente della Commissione parlamentare antimafia, la deputata Rosy Bindi; il procuratore distrettuale di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho; il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri.


Allargando un po’ lo spettro, da De Felice la difesa forte – a fronte delle crescenti richieste di alienare i beni oggetto di confisca, per realizzare e anche per sburocratizzare i complessi iter legati agli immobili – della valenza simbolica e sociale della “restituzione alla comunità” a finalità sociali dei beni oggetto di confisca, ma pure una riflessione sulla crescente attenzione investigativa intorno a istituti di credito, professionisti, case da gioco e in definitiva a tutti gli ambienti e strumenti in grado di agevolare riciclaggio e intestazione fittizia di beni.
«Sul piano militare il contrasto alle mafie ha prodotto risultati eccezionali; quanto alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni, qui sapete bene che sono stati sciolti moltissimi Enti tra i quali il Comune di Reggio, prima Amministrazione sciolta per mafia in Italia quanto ai capoluoghi di provincia», ha evidenziato il capo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa, per poi concentrarsi sul terzo fronte del contrasto alla criminalità organizzata: l’aggressione al patrimonio dei clan, da mettere a fuoco attraverso un’analisi – anche statistica – del presente per tentare d’intuire gli scenari malavitosi futuri. Questo perché «quando siamo riusciti a mettere a punto gli strumenti per contrastare il fenomeno mafioso, l’abbiamo fatto rispetto a un fenomeno storicamente ben inquadrato ma senza coglierne l’evoluzione, senza mettere a punto adeguati strumenti per il futuro. Ma adesso la revisione del Codice antimafia è un’occasione propizia per riuscirci».
Tanti i dati statistici sottoposti alla platea. Per esempio, il “delta” incrementale che ha portato il valore monetario dei sequestri a scendere continuamente, dal 2011 (7 miliardi di euro) fino al 2014 (proiezione a fine anno: 3 miliardi), e così pure per quanto attiene ai patrimoni confiscati. D’altro canto però, considerando tutti insieme i beni oggetto di confisca si nota che la camorra “stacca” le altre mafie (7 miliardi il controvalore dei beni confiscati ai clan camorristici nel triennio 2012/2014, contro i 5 miliardi di Cosa nostra, gli “appena” 3,5 miliardi sottratti definitivamente alla ‘ndrangheta e i 600 milioni di controvalore delle confische nei confronti della Sacra corona unita).
«Ma la cosa più rilevante attiene alla tipologia dei beni confiscati», è il monito del direttore della Pubblica sicurezza. Fino al 2000, certificano le slide, oggetto di confisca erano per lo più beni immobili; ma da quell’anno in poi il trend è irrevocabilmente cambiato con una crescita impetuosa, in particolare, delle aziende “nel mirino”. Evidenzia il prefetto Pansa come in gran parte si tratti di sale Bingo, che uniscono la possibilità di ampi reinvestimenti di denaro “sporco” nell’economia legale al vorticoso money laundering garantito dal costante afflusso di valuta.
Quest’analisi spinge a guardare globalmente al fenomeno della criminalità, oggi e domani. In atto, complice la crisi economica durissima, sempre più aziende per sopravvivere tendono ad avvalersi di servizi illegali forniti per l’appunto dalle cosche: mercato nero, materie prime fornite illecitamente, credito “a strozzo”, false fatturazioni. In prospettiva, anche sulla base di quanto segnalato dai Servizi segreti, tre però sono i grandi trend che saranno sviluppati dalle forze malavitose ed eversive in tutto il pianeta: terrorismo religioso, controllo delle fonti energetiche e cybercrime.

Rosy Bindi, Federico Cafiero de Raho, Nicola Gratteri Rosy Bindi, Federico Cafiero de Raho, Nicola Gratteri


L’escalation della criminalità organizzata in quest’ultimo settore, ammonisce Alessandro Pansa, va temuta: «Non parliamo delle sole truffe telematiche, ma soprattutto di chi vuol mettere le mani su sofisticatissime tecnologie avanzate. Esistono già segnali in questa direzione, anche per quanto riguarda specificamente la ‘ndrangheta».
Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri s’è “disteso” in un intervento ad ampio raggio.
Sul master all’esordio: «Abbiamo scelto addetti ai lavori anche fuori dai nomi altisonanti e chi s’è iscritto sappia che non sarà una passeggiata: nei futuri amministratori giudiziari cerchiamo competenza, ma soprattutto onestà e deontologia».
Sui malesseri che affliggono oggi il Pianeta Giustizia: «Si sbandierano i processi di digitalizzazione: ma a noi serve la dematerializzazione. Perché tra una fotocopia e l’altra per ogni ordinanza di custodia cautelare se ne vanno anche 40mila euro, quando potremmo munire ogni detenuto di un tablet in cui inserire tutti gli atti processuali e poi, alla fine, masterizzarli in un cd per consegnare il tablet al detenuto successivo. Abbiamo visto che con le nuove norme ci saranno anche agenti di Polizia penitenziaria, tra gli addetti alla polizia giudiziaria. E allora questo significherà chiudere altre sezioni delle carceri, visto che già era difficile tenerle tutte aperte per mancanza di personale… E a proposito di penitenziari, per il carcere duro ne servono solo quattro: ma perché gli ultimi due da destinare al 41bis neanche si riescono a completare?»
Sulla gestione passata dell’Agenzia per i beni confiscati e sequestrati: «Ai tempi del governo Letta, in commissione Garofoli (la Commissione per l’elaborazione di proposte in materia di lotta, anche patrimoniale, alla criminalità presieduta da Roberto Garofoli, giurista di fama, ex segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri e oggi capogabinetto del Ministero dell’Economia, ndc) abbiamo sentito l’ormai ex direttore dell’Agenzia Giuseppe Caruso: non è stato neanche in grado di dirci quale fosse il numero dei beni confiscati. Efficacia ed efficienza sono i reali problemi di quest’organo, non se la sede debba essere a Reggio Calabria o meno: tanto – ha affermato l’esperto magistrato –, la sede nazionale fu piazzata a Reggio solo perché bisognava prendere per l’ennesima volta in giro i calabresi.
Com’è stato fatto di nuovo, di recente, assicurando la presenza di 800 uomini per combattere la ‘ndrangheta: dove sono? E se anche verranno, saranno agenti neoassunti che non saranno ancòra capaci neppure di redigere un verbale».
Fiducia decisamente più elevata da parte del procuratore distrettuale reggino Federico Cafiero de Raho: «Non credo proprio che gli 800 uomini in più per la Calabria resteranno un miraggio: sono convinto che il ministro dell’Interno Angelino Alfano manterrà la parola.

un'immagine del pubblico nel corso dell'incontro su Codice antimafia e beni confiscati. un'immagine del pubblico nel corso dell'incontro su Codice antimafia e beni confiscati.


Del resto, negli ultimi mesi abbiamo avuto a Reggio la presenza sua, dello stesso premier Matteo Renzi e, più volte, del presidente Bindi: è un segnale evidente d’attenzione perché le condizioni di Reggio Calabria stanno diventando un parametro fondamentale per desumere le condizioni del Paese. E poi, vedrete: anche nella lotta contro la criminalità organizzata è sufficiente metterci impegno, i risultati arriveranno».
Dal procuratore, toni soft per quanto attiene al destino dell’Agenzia: «Finora, forse è stata vista come un’entità separata dalle altre: beh, da sola non arriverà a nulla, ma in rete sicuramente avrà un ruolo fondamentale. Certo molte cose sono migliorabili. Noi – ha rammentato il magistrato che piegò i Casalesi – volevamo un Albo che indicasse quale dovesse essere l’amministratore giudiziario di volta in volta, e non uno simile a quello per i mediatori delle cause civili; avevamo ipotizzato la sospensione dagli oneri fiscali e tributari per le aziende strappate alle ‘ndrine, che non partono dalla condizione di libera concorrenza visto che si fa sempre terra bruciata intorno a loro, come pure la sospensione dalle interdittive antimafia, a pena d’aggiungere anche questa difficoltà addizionale a restare sul mercato. E pure il sistema bancario dovrebbe essere coinvolto: del resto chi è più ricco e vive coi soldi altrui deve contribuire alla “tenuta” del sistema. Mentre bisognerebbe promuovere con forza circuiti virtuosi, che mettano in luce esempi positivi, per fare degli esercenti vessati dei soggetti in grado di stare sul mercato».
Numerosissime le proposte nell’intervento conclusivo del presidente della Commissione parlamentare antimafia.
Rosy Bindi ha rammentato, a fronte della già avviata revisione del Codice antimafia, l’ipotesi di un Testo unico della legislazione di settore; di un tariffario degli amministratori giudiziari, cui assegnare però un “tetto” massimo di beni da amministrare; d’efficientare l’Agenzia di modo che anche anagrafe dei beni confiscati e relativa “storia” siano digitalizzati e sempre disponibili, ma al contempo per migliorare il rapporto tra beni oggetto di confisca e beni assegnati (2.596 confische contro appena 162 assegnazioni il desolante raffronto nel 2013). Soprattutto, l’organo apicale di Palazzo San Macuto ha evidenziato che «in magistratura, occorrono Sezioni specializzate con le medesime competenze territoriali delle Direzioni distrettuali antimafia che, in primo e in secondo grado, si occupino esclusivamente di misure patrimoniali».
Tormentata esposizione, invece, sulla delicatissima partita sul futuro dell’Agenzia. «La sua localizzazione non è il primo problema. In ogni caso, figuratevi se possiamo essere noi a proporre che l’Agenzia per i beni confiscati vada via da Reggio Calabria: qui rimarrebbe comunque un riferimento – ha esordito la parlamentare dèmocrat -. Ma lasciateci dire che un’Agenzia chiamata a svolgere compiti importanti deve avere una capacità manageriale. Noi qui abbiamo un potenziale infinito, ma non può certo gestire tutto “Libera”… Secondo noi, l’Agenzia dovrebbe stare presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, a Roma, vicino ai Ministeri del Lavoro e dell’Industria, della Giustizia e dell’Economia, per poter funzionare davvero. Quanto alla governance, da marzo non c’è un direttore: occorrerebbe allora sùbito un commissario, affinché solo ad Agenzia riformata venga nominato il nuovo direttore, che dovrebbe essere un prefetto o un magistrato, ma anche un manager, accompagnato da un Consiglio d’amministrazione efficiente e scevro da conflitti d’interesse ma pure, sul modello delle Fondazioni bancarie, da un organo d’indirizzo con dentro Confindustria, l’Abi e tutti i potenziali “accompagnatori” del bene confiscato verso la sua definitiva destinazione. Poi i beni oggetto di confisca si potranno anche vendere; ma come ipotesi residuale, dopo aver salvato il salvabile, anche con l’aiuto di una legislazione di vantaggio».