Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Sabato, 15 Agosto 2020

Il vino calabrese “si racconta” in un libro: 114 “etichette”, realizzate da uomini e donne, sfidano il mercato mondiale.

Rosario Branda - direttore di Confindustria Cosenza, direttore del consorzio di qualità della ristorazione calabrese “Assapori”, Accademico della Cucina Italiana - è l’autore del libro Vini di Calabria. Storie (minime) di uomini, donne, luoghi e uve per Rubbettino editore.

La copertina del libro edito da Rubbettino. La copertina del libro edito da Rubbettino.


Lo incontriamo alla prima ufficiale del libro a Reggio Calabria, dopo l’esordio al Salone del libro di Torino, al Museo della Magna Grecia. Ormai sempre più luogo in cui le culture contemporanee s’ incontrano con il maestoso passato conservato nel Palazzo Piacentini. Prossimo, a quanto si apprende, all’apertura definitiva di tutte le sale. “Poche cose sanno identificarsi in un territorio come il vino – leggiamo nella copertina – cultura, tradizioni, costumi, storia diventano un tutt’uno e, sorso dopo sorso, si aprono al racconto per chi è pronto ad ascoltare e meditare, magari socchiudendo gli occhi”.
Un invito alla scoperta delle centoquattordici etichette calabresi “Ma sto già scrivendo di molte altre”, sottolinea l’autore – attraverso profumi e suggestioni di luoghi, passione e lavoro. “Questo è un libro che ha sorpreso me per primo, perché in fondo è il frutto degli articoli che scrivo settimanalmente per Il Quotidiano della Calabria da circa tre anni (la prefazione è di Matteo Cosenza, ex direttore del Il quotidiano della Calabria, ndr), messi insieme anche per intuizione della casa editrice Rubbettino – ci spiega Branda. Visto dopo è un insieme di storie, che si ricompongono in una sola, che è quella del vino calabrese. E la cosa bella è la visione di insieme. Perché viene fuori una bella storia di Calabria. Nel sottotitolo ho voluto valorizzare gli uomini, le donne ed anche le uve che stanno dietro il vino e dare l’immagine del sistema che sta intorno. Ne emergono solo storie positive. Questa è una Calabria che può vincere e che vince.

E’ stato spesso evidenziato che in Calabria ci siano delle belle realtà, delle belle aziende, ma che sono un po’ isole. Può un progetto editoriale creare un ponte tra queste isole, metterle in rete e superare la difficoltà di fare sistema nell’economia regionale?

Il pannello del padiglione Calabria al Vinitaly 2014 Il pannello del padiglione Calabria al Vinitaly 2014


Intanto questo è vero. Perché noi siamo portati, nell’accezione comune, a pensare che ci siano poche cantine, poche etichette. A vedere questo libro vengono fuori circa cinquanta cantine e circa centoventi etichette. Ciò vuol dire che c’è un prodotto compiuto. Dove ci sono le cantine più grandi che hanno prodotti diversificati, ma anche quelle di nicchia. Che singolarmente prese potrebbero essere trascurate, ma considerate interne ad un sistema completano l’offerta enologica calabrese e la rafforzano in maniera significativa.

Come sono questi vini di Calabria?

Secondo me, buoni.

Cosa gli manca?

Un po’ di consapevolezza del territorio. Sicuramente andrebbero spinti di più. Hanno necessità di una migliore immagine. Perché sono accomunati, nel bene e nel male, a quella della Calabria. Da questo punto di vista i nostri vini stanno portando all’esterno una Calabria positiva. Sono apprezzati e valorizzati, certo nei posti dove riescono ad entrare. Probabilmente ci vorrebbe un’azione più di sistema da parte dei produttori. Mettersi insieme e capire che per quanto il singolo sia forte, l’insieme è certamente più forte del singolo. Imparare a fare squadra. Ma anche così, certamente da soli non ce la possono fare. C’è bisogno di qualche sostegno pubblico. In Toscana, in Umbria, nel Trentino per esempio, lo hanno fatto da molto tempo, tanto è vero che vendono quello che vogliono. In Calabria dovremmo iniziare. Magari mettendo insieme un paniere dell’offerta mediterranea, partendo dal vino che un’eccellenza assoluta.

Un brindisi durante la presentazione del libro a Reggio Calabria. Il libro di Rosario Branda è stato presentato al Salone del Libro di Torino. Un brindisi durante la presentazione del libro a Reggio Calabria. Il libro di Rosario Branda è stato presentato al Salone del Libro di Torino.


Nel mercato interno si fatica ad orientare il consumo verso il prodotto calabrese. Alcune aziende riescono a conquistare i mercati esteri più che convincere il vicino di casa della qualità di quello che abbiamo. Se lei ritiene essere una questione culturale, pensa che riusciremo a superare questa mentalità?

Si è un problema culturale. Mi è capitato, per esempio, di andare in un ristoranteimportante di Reggio Calabria e quando ho chiesto etichette reggine mi hanno sempre risposto: sono in assortimento. Poi ho parlato con i produttori reggini e mi hanno esplicitamente detto che nessuno è profeta in patria. Quello che tutti i ristoranti calabresi dovrebbero fare è di dedicare le prime pagine del menu ai vini calabresi. Perché è così che si fa. Diventi forte se sei forte a casa tua. E poi anche altrove.
La possibilità di penetrare nei mercati esteri, invece, rientra nelle politiche di internazionalizzazione. Ci sono tante comunità calabresi sparse nel mondo che potrebbero essere dei mercati di sbocco straordinari. Puntare al mercato globale serve anche per un’altra ragione. Perché nel mercato globale vince chi fa una cosa diversa dagli altri. Chi offre qualcosa che gli altri non hanno. Il mercato del vino è ormai sovra saturo degli stesi profumi e degli stessi gusti. I nostri vini autoctoni hanno profumi e gusti diversi. Potrebbero essere la mossa vincente per spiazzare il mercato.

A che punto è la ricerca?

Siamo abbastanza avanti. Almeno le cantine più attrezzate hanno innovato moltissimo in vigna e in cantina.Senza stravolgere la tradizione, anzi mantenendola. Come racconto nel libro, sono state introdotte delle buone tecniche di vinificazione, che non hanno sofisticato il vino. Controllando le temperature del vino, per esempio, si evita che partano delle reazioni batteriche che prima rovinavano il vino. Ora non più. Si sa esattamente quando bisogna vendemmiare. Mi raccontava un enologo internazionale che per un vitigno Sauvignon bisogna dormire in vigna. Bene, allora io dico che per un vino importante come il nostro Gaglioppo bisogna dormire in cantina, perché è lui che ti dice quando lo devi svinare. Non lo puoi programmare prima. Il vino parla. Racconta. Ogni annata è diversa dall’altra. Su questo i nostri enologi sono molto bravi e stanno facendo un grande sforzo. Bisognerebbe sostenerli di più.