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Lunedì, 28 Settembre 2020

Tra il ’62 e il ’64 “Avevamo la Luna”. Un libro di Michele Mezza

"Sono le 19.30 del 31 agosto 1964: è il momento in cui in Italia si spegne la luce. L'Olivetti viene venduta alla General Electrics". E' il punto di non ritorno per Michele Mezza, giornalista RAI e autore del volume "Avevamo "Sono le 19.30 del 31 agosto 1964: è il momento in cui in Italia si spegne la luce. L'Olivetti viene venduta alla General Electrics". E' il punto di non ritorno per Michele Mezza, giornalista RAI e autore del volume "Avevamo la Luna", edito da Donzelli, cui a Villa San Giovanni  è stato assegnato il 51° Premio Calabria per la saggistica. Un riconoscimento assegnato fin dal 1963, sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, “per  favorire i rapporti tra l’Italia e l’Europa in un quadro di valorizzazione della cultura e di sensibilizzazione verso i problemi del Mezzogiorno e della Calabria”.

Michele Mezza


Spiega Mezza: “ Il mio è un  saggio che cerca di ricostruire la mappa dei problemi dell' oggi. E le cause del fallimento di cinquant'anni in realtà riflettono una situazione contemporanea. E' il racconto di un biennio, quello dal 1962 al 1964 in cui l'Italia vive una stagione di progresso, una fioritura senza precedenti che trasformano il nostro Paese in una potenza tecnologica e culturale. Un sogno che, però, si spegnerà e bloccherà, in un certo senso, lo sviluppo di questo Paese".

Perché il titolo "Avevamo la Luna"?

"Avevamo tutto, ma per ragioni diverse siamo stati stroncati. Io uso una metafora che è quella di una curva. L'Italia sbanda in curva. Ed è qualcosa che è esattamente raffigurato nella scena de Il sorpasso in cui Gassman e Trintignat imboccano a tutta velocità una curva dell'Aurelia. Il primo ne uscirà stravolto e moralmente provato, mentre il secondo morirà. Allo stesso modo l'Italia ne uscirà indelebilmente segnata. Dall'altra parte c'è la curva di Berruti, in cui cavalcando il vento l'atleta vince i 200 metri alle Olimpiadi. Ecco, queste due curve rappresentano la metafora della grande opportunità, della grande eleganza e bellezza, dell'ambizione di un Paese che resteranno tali".

Uno scenario triste, tutto sommato, che sembra l'eco di quello che viviamo oggi.

"Certo. I motivi sono sempre gli stessi, allora come oggi: una politica che non capisce l'innovazione, gli innovatori che non sanno fare sistema, le lobbies che sacrificano lo sviluppo per mantenere le proprie rendite di posizione, infine la debolezza  internazionale dell'Italia che non è in grado di difendere quei pochi primati che fioriscono nel suo territorio".

Che cosa succede nell'arco dei trenta mesi racchiusi nel suo volume?

Succede di tutto e il contrario di tutto. Il risultato è che per una serie di coincidenze quasi incredibili, sicuramente inconsapevoli, l'Italia accumula una serie impressionante di primati scientifici, tecnologici, culturali straordinari".

Ci fa un esempio?

"Era il Paese che, all'ombra dell'Eni di Mattei, collezionava primati nei campi più pregiati e avveniristici. Pensiamo all'aerospazio con Luigi Broglio: era il primo Paese a lanciare quattro satelliti aerospaziali in Europa; pensiamo all'elettronucleare con Felice Ippolito che costruiva la prima centrale; per non parlare della plastica con Giulio Natta: l'Italia ha inventato la plastica; la genetica con Adriano Buzzati Traverso che fondò il primo laboratorio a Napoli.  E poi forse il testimonial, il portabandiera di tutta questa straordinaria partita rinascimentale moderna: Adriano Olivetti, con i suoi sogni e la sua vision che gli ha fatto progettare il prototipo del personal computer che vedrà la luce nel 1965 con la macchina programma 101. Una vision che era prima culturale e sociale e poi tecnologica perché basata su un'idea che è tipicamente italiana ed è quella che privilegia l'individuo, il protagonismo del singolo individuo. Il computer come strumento dell'individuo e non dell'apparato".

E pensare che negli stessi anni l'IBM produceva computer che pesavano un paio di tonnellate... Una rivoluzione!

"Tre tonnellate per l'esattezza. L'Olivetti pesava poco più di due chili e rappresentava una rivoluzione concettuale straordinaria. Davvero una cavalcata nel futuro. Nello spot di lancio si poteva vedere un professionista che lavora con il computer sulle ginocchia, una bambina che gioca con il computer. Si vedeva insomma quella che sarebbe stata l'evoluzione della grande primavera digitale del futuro. L'Italia era in quel momento uno scorcio, un'avanguardia a livello mondiale".

Lei descrive il biennio 1962-1964 come l'antesignano di quello che la storia ricorda come il 1968...

"Io penso che quella sia stata la vera rivoluzione culturale e civile italiana, ancor prima che tecnologica. Non a caso l'Italia colleziona altri primati in altri campi: prendiamo la cultura o il cinema... Nel 1963 l'Italia vince tutti i festival cinematografici nel mondo. Il mondo sognava in Italiana. E cosi anche nello sport. Dalle olimpiadi di Roma alla grande impennata delle squadre di calcio negli '80. Tutta la società civile si era messa a rincorrere l'evoluzione. Pensiamo al design e al made in Italy, o anche solo alle auto: il 1963 è l'anno dell'uscita della Giulia che sostituiva l'auto di massa e che portava gli italiani a dire «io sono io e sono diverso da tutti gli altri»".

Poi la luce si è spenta?

" Il miracolo è sfiorito per tre motivi che riguardano anche il problema dell'oggi. Il primo è quello cha Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, chiama Paese eterodiretto. L'Italia era troppo fragile, aveva le spalle troppo deboli per sopportare un primato tecnologico cosi ingombrante e anche minaccioso. Non dimentichiamo che il simbolo dell'Italia sopraffatta fu la morte di Enrico Mattei. E poi ci fu la vendita, anzi la svendita agli americani della divisione elettronica di Olivetti nel 1964. L'Italia fu un Paese a sovranità limitata. Poi c'è un limite degli innovatori italiani del tempo che io definisco autistici. Non parlarono tra di loro. E non parlarono nemmeno con gli innovatori della politica, nonostante fosse un momento di grande fermento. Non ci fu la capacità di  condividere questi primati e trasformali in una cultura nazionale".

La politica non riuscì a governare quel periodo?

"Assolutamente. Fu debole, anzi. La politica non capì, ignorò e soprattutto non seppe resistere alle pressioni dei grandi gruppi di influenza, come la FIAT che mirava a sbarazzarsi di tutti questi competitori industriali per concentrarsi nel campo dell'automobile e per far si che l'Italia diventasse il Paese a vocazione esclusivamente automobilistica".

Cosa successe in quell'agosto 1964?

"Nel libro riporto una lettera che arrivò all'allora ministro degli Esteri, Amintore Fanfani, da parte del Dipartimento di Stato americano dove si diceva a chiare lettere che l'Italia la guerra non l'aveva vinta. Dopo due mesi l'Olivetti venne consegnata agli americani. Un anno e mezzo prima c'era stata la tragica morte di Enrico Mattei e la famiglia Olivetti il messaggio lo aveva recepito e decifrato, come si dice in altri contesti".

Quale fu la differenza fra la trattativa italiana e quella francese?

"La General Electrics stava comprando in quel momento anche la Boule, corrispettivo francese della Olivetti. La trattativa dura un anno e mezzo  e concerne le garanzie che i francesi richiedevano agli americani per la produzione e il valore aggiunto da lasciare in Francia. L'Olivetti viene rilevata in 18 giorni. Il mandante fu  Vittorio Valletta. Anche lui scrisse una lettera a Giolitti, allora ministro del Bilancio, in cui spiegò che l'informatica non era cosa italiana. Lui faceva le autostrade, noi vendevamo le macchine e non dovevamo romperci le scatole, facendo cose che non erano per noi. Fu l'origine della deformazione dello sviluppo di questo Paese".

Un sogno svanito a cui la Provincia di Pisa pareva avere creduto per prima?

"Esatto. Adriano Olivetti si presentò alla Provincia di Pisa e gli chiese di investire nel sapere. E un ente pubblico investì per creare la prima calcolatrice. Fu l'inizio dell'avventura dei ragazzi di via Panisperna, nacque il laboratorio di via Barbavicini, ventiquattro anni prima che venisse creato il primo personal computer americano".

Lei si occupa da sempre di innovazione. Che cosa ha "Avevamo la Luna" d’ innovativo?

"Abbiamo tentato di dare una forma coerente al contenuto. E' un libro che è stato costruito attorno a un sito, ha una struttura multimediale, si basa sul concetto del cronotropo, cioè della navigazione orizzontale nella rete dove si trovano temi e argomenti che hanno una convergenza di contenuto anche se non hanno una convergenza di tempo".

Una navigazione tematica?

"Un'unità di tema in tempi diversi. Una navigazione nel tempo attraverso lo spazio. C'è un anno del computer che va più o meno dal 1969 al 1970, uno dei giovani che va dal 1959 al 1968, uno del lavoro che attraversa tutti gli anni '60. Un'idea di categorie storiche che non sono legate alla successione cronologica. Infine abbiamo usato il QR code -. nel libro ce ne sono 120 - , quei quadratini a scacchi, codici a barre di seconda generazione, che messi su un foglio di carta, la rendono una piattaforma multimediale. Inquadrando con il telefonino quel pezzo di carta si costruisce un testo fatto di fotografie, filmati, documenti originali, per cui è possibile navigare nel testo e rendere nel libro una sorta di juke box".

Un ipertesto?

"Non un banale ipertesto on line, ma un ipertesto off line. Il libro continua a vivere perché può essere continuamente aggiornata, anche una volta arrivato in libreria e rappresenta un vero e proprio sconfinamento, nel mondo analogico. Un potente ipertesto navigabile sia «fuori» sia dentro la rete. Il libro torna ad essere competitivo con il computer".

Cos'è per lei l'informatica?

"Rispondo con una citazione. L'8 novembre 1959, Olivetti, in uno storico incontro, racconta a Gronchi cos'è il computer. L'informatica è una tecnologia di libertà, l'individuo è il motore dell'innovazione. Il lavoro va eliminato, èun accidente della Storia che ci è toccato in un periodo. Il computer è lo strumento che emancipa l'uomo dal lavoro manuale. E' la stessa filosofia con cui Jobs presenta il Mac. E' un'innovazione sociale: è la potenza di calcolo decentrata all'individuo, non ai grandi apparati".