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Lunedì, 28 Settembre 2020

A ogni vizio il suo casco da Leone

Considerati i tempi, ci vuole una buona dose di auto ironia nell’accettare in dono, anzi in donazione  - essendo il beneficiario un’Amministrazione pubblica -, una serie completa di sculture rappresentanti i sette vizi capitali sotto le sembianze di moderni caschi integrali, proprio di quelli obbligatori su moto  e vietati nei cortei. Con la piccola ma importante aggiunta di un nuovo peccato.

l’Avarizia


In ciò seguendo un motivo ricorrente delle contemporanee compilazioni, dove l’esigenza di aggiornamento viene soddisfatta anche allungando la serie, oltre che nell’approfondire e ammodernare gli elementi. Era già successo, in contraltare, per i dieci Comandamenti, ai quali una fortunata serie editoriale del Mulino ha aggiunto l’undicesimo: “Ama il prossimo tuo”.
Per Raffaele Luigi Leone, l’artista in questione, le sette dannazioni dell’anima – e del corpo – sono quindi diventate otto. Ha voluto aggregare la Tossicomania alle già sperimentate Accidia, Avarizia, Gola, Invidia, Ira, Lussuria, Superbia. Per inciso, la lingua italiana curiosamente dettaglia tutto il vizio volgendolo al femminile. Qualcuno indaghi sulla poco lusinghiera esclusiva, non conforme alle correnti convenzioni di genere.

Tossicomania


E’ originale la scelta del casco come rappresentazione metaforica del vizio. Celiando un po’,si potrebbe dire per via della ricorrente predisposizione a riprovarci, ovvero a ri-cascarci. Naturalmente, la motivazione vera è più seria.
Il marmo è la materia dei caschi di Leone, pietra scelta di persona nei frequenti spostamenti a Serre di Rapolano, nel senese, poco distante da dove usava lo stesso rito Buonarroti. Ogni casco - ogni vizio - ha il suo marmo, ogni marmo la sua venatura, ogni venatura il suo colore. E’ di marmo bianco di Carrara la Superbia, visiera tutta sollevata perché tutti possano vedere quanto è grande e tronfia e piena di sé. Di meno eclatante travertino l’Avarizia, restia a ostentare prima ancora che a concedere, visiera abbassata a celare il meno espansivo dei peccati.
Di questi correlati riferimenti a materia, colore, opacità relativa e grado di apertura della visiera, è sostanziato il catalogo ragionato dei vizi così come viene offerto adesso dalla esposizione al primo piano del Palazzo della Provincia di Catanzaro, occupato dalla sala consiliare.

Accidia


Ci sono vizi e vizi. Alcuni sono facilmente riconoscibili e anche socialmente riconosciuti, come la Gola, su cui è un fiorire di rubriche patinate, di manuali e di trasmissioni televisive. Altri non vengono ammessi neanche alla personale introspezione, rigettati ai margini della spendibilità conviviale. Tipico il caso dell’Invidia, sentimento tristo e  solitario, che Leone ha pensato come casco in marmo nero e opaco, visiera socchiusa, come a rendere gli sguardi da dietro le serrande, del vedere senza essere visti.
Perché il casco? Lo ha scritto lo stesso Leone: ”Il casco è per me l’elmo del guerriero contemporaneo. E’una maschera, un travestimento invisibile dietro cui coprire il viso per nascondere la propria identità o per simularne un’altra… Ognuno di noi indossa un casco invisibile-inconscio oltre il quale manifesta o nasconde a se stesso e a tutto ciò che lo circonda le proprie emozioni…”.
Nascondersi equivale a non esserci, ad annullarsi. Entrando a pieno diritto nell’ipocrisia sociale condensata nell’aporia tra vizi privati e pubbliche virtù, mentre nessuno in coscienza si sente in diritto di tirare la prima pietra. Se non, forse, in un eccesso di Ira, che Leone rende in un marmo rosso sabbiato, acneico, imperfetto, rutilante: dei caschi, e dei vizi, il più eclatante. Insieme alla Lussuria, in marmo giallo di Siena, tonalità ricca, evocante gli ori e le mostrine della quotidiana sfida del tutto e ora. Non a caso poi, essendo tra tutti i vizi il più misconosciuto, del più incolore marmo bianco e grigio è il casco indossato dall’Accidia, termine desueto per indicare una condizione invece attualissima, abbigliata dalla crisi su un abito mentale se non predisposto, quantomeno assuefatto. A proposito, per la Tossicomania, ottavo e ultimo degli arrivati nel club dei vizi, è d’obbligo la calotta nera su marmo giallo.

Gola


Raffaele Luigi Leone, personalità a tutto tondo come le sue sculture, oculista, ricercatore e docente alla facoltà medica di Siena, scultore, pittore e poeta, era nato a Catanzaro nel 1950, in via Mattia Preti: per chi ci crede, un premonizione. E’ morto a Pisa, prematuramente, nel 2009. Interpretando con generoso slancio un suo epigramma – “L’arte non si vende e non si compra perché l’arte appartiene all’universo” – i familiari hanno donato alla Provincia di Catanzaro, e alla pubblica fruibilità, la serie completa dei Caschi-Vizi Capitali, portati a compimento dal 2004 al 2007. Il lascito continua un percorso di reciproco riconoscimento tra Leone e la sua terra, iniziato nel 2011 con una mostra antologica al Complesso monumentale del san Giovanni di Catanzaro, tenuta subito dopo l’esordio al Palazzo Margutta di Roma, che ne ha sancito il valore assoluto di artista, al di là dei meriti di benefattore in campo medico, anche a sostegno degli ammalati di Sla, attività continuata dai familiari in collegamento con l’Associazione Viva la Vita di Erminia Manfredi, moglie di Nino.