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Sabato, 15 Agosto 2020

Il Mezzogiorno senza Calabria? Basta aspettare mezzo secolo

Nell’arco dei prossimi cinquant’anni, il Mezzogiorno rischia di perdere una quota di popolazione di under 44 pari all’intera Calabria: 2 milioni di persone. E’ il drammatico quadro che emerge dal Rapporto Svimez 2013 anticipato nei giorni scorsi a Roma. La Nell’arco dei prossimi cinquant’anni, il Mezzogiorno rischia di perdere una quota di popolazione di under 44 pari all’intera Calabria: 2 milioni di persone. E’ il drammatico quadro che emerge dal Rapporto Svimez 2013 anticipato nei giorni scorsi a Roma. La prospettiva è quella di un Meridione sempre più spopolato, in cui, entro il 2065 spariranno 2 milioni di under 44 tra denatalità, disoccupazione e nuove emigrazioni. Bastasse da solo il clima e l’effetto serra, risultato del riscaldamento globale, Il Mezzogiorno italiano rischia anche la desertificazione sociale: Un terra dove continuano a crollare consumi ed investimenti, risale la disoccupazione, e negli ultimi cinque anni ha segnato un 30% in più di famiglie povere.
Un quadro desolante che reclama una nuova e diversa attenzione del Governo centrale. Se a livello nazionale, infatti, il Pil nazionale, nel 2012 ha subito un calo del 2,4%, al Sud ha raggiunto il – 3,2%. Un dato negativo che segna l’andamento economico degli ultimi cinque anni.  Per la Svimez, Associazione per lo sviluppo e l’industria nel Mezzogiorno “il peggior andamento del Pil meridionale nel 2012 è stato causato, oltre che allo stimolo relativamente inferiore offerto dalle esportazioni, soprattutto ad una più sfavorevole dinamica della domanda interna, sia per i consumi che per gli investimenti. Le Regioni del Sud infatti hanno risentito da un lato del calo della domanda estera, ma soprattutto della riduzione della domanda interna, associata al calo della loro competitività sul mercato nazionale, che ha riguardato sia la spesa per consumi, sia la spesa per investimenti, ridotta ulteriormente più che nel resto del Paese”.
Allargando il periodo di analisi a partire dal 2001 fino al 2012, si conferma il profondo divario esistente tra le due aree del Paese, il Centro-Nord, dove complessivamente, nonostante i recenti anni di crisi, si è registrata una crescita del 3,3% ed il Sud che segna un arretramento del 3,8%. Considerando poi gli anni della crisi, a partire dal 2008, il Mezzogiorno ha perso oltre il 10% del Pil, quasi il doppio del Centro-Nord (-5,8%).
Tra calo dei consumi, crollo degli investimenti, soprattutto nell’industria, il fardello più pesante del Sud è la disoccupazione. “Un dramma sociale di dimensioni preoccupanti” è stato più volte definito in questi anni. Ma la struttura industriale del Sud fondata su imprese di ridotta dimensione, scarsa innovazione, limitata internazionalizzazione, il che significa bassa produttività e limitata capacità competitiva, rappresentano un limite oggi invalicabile. La presenza criminale, poi fa il resto.
E allora c’è da chiedersi quale potrà essere, con questa prospettiva, il futuro di migliaia di giovani calabresi che in questi anni si sono dedicati, e molti ancora si dedicano, alla formazione ed alla acquisizione di competenze di alto livello. Si parla da anni di “fuga dei cervelli”, i migliori laureati delle nostre Università che si trovano costretti ad emigrare al Nord Italia, se non all’estero per avere una dignitosa prospettiva di lavoro.
I dati del Rapporto Svimez non lasciano dubbi. Nel Mezzogiorno, tra il 2008 ed il 2012 l’occupazione è diminuita del 4,6% contro l’1,2 del Centro-Nord. In termini numerici significa che delle 506 mila persone che complessivamente in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 301 mila sono residenti nel Mezzogiorno. E se nel Sud è presente appena il 27 per cento degli occupati italiani, vuol dire che la perdita di lavoro determinata dalla crisi ha raggiunto il 60 per cento del totale.
Per un giovane riuscire a trovare un lavoro stabile in queste condizioni è praticamente impossibile. Per questo Svimez parla chiaramente di una vera e propria ‘questione giovanile’ che riguarda tutto il Paese, ma diventa particolarmente  rischiosa nel Mezzogiorno. Una crisi che si manifesta a diversi stadi e livelli di intensità, in una riduzione delle iscrizioni all’Università, in una crescita del precariato, come avvenuto prima della crisi,  e dell’inoccupazione giovanile, con la crisi dell’ultimo biennio. Anche i dati percentuali dell’occupazione giovanile sono allarmanti. Tra il 2008 e il 2012 il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è passato dal 35,9% al 30,8%. Nello stesso quinquennio, nel Centro-Nord il tasso è passato dal 59,7% al 51,3%. Il tasso di occupazione femminile è fermo al Sud al 23,6%.
Ed anche se si parla di “uscita dal tunnel” della crisi, la ripresa non farà altro che alimentare il fenomeno di emigrazione interna riemerso in Italia a partire dagli anni ’90.  In soli dieci anni, infatti, secondo i dati Svimez oltre 1 milione e 313 mila persone sono emigrate verso il Centro-Nord, di queste, oltre 172 mila erano laureate. Giovani formati e qualificati nelle nostre Università, a spese dei calabresi, ma che oggi mettono a frutto il loro sapere a favore di altre Regioni, e di altre realtà del Paese. Con il 2011, in presenza di una leggera ripresa della domanda di lavoro nelle regioni forti del Nord, il flusso è di nuovo cresciuto e, fatto nuovo, in contrasto con il riacutizzarsi della crisi, questa tendenza sembra essersi consolidata nel 2012, pur in presenza della recessione.
Il Mezzogiorno e la Calabria, in particolare hanno dunque il dovere di fare in modo di invertire la rotta di questa deriva sociale, e smentire per tempo  le previsioni di un  rapporto che oggi è drammaticamente realistico e che dipinge una Calabria ed un Mezzogiorno popolati da soli anziani.