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Domenica, 09 Agosto 2020

Carlo Petrini: “Il sistema produttivo e distributivo è basato sulla diseguaglianza”

In tempi di spending review ed apparente globalizzazione, il Fondatore di Slow Food Carlo Petrini, recentemente annoveratotra i papabili ministri del governo della terza Repubblica,  ci rivela il suo segreto di sviluppo e tutela del territorio: il ritorno alle origini In tempi di spending review ed apparente globalizzazione, il Fondatore di Slow Food Carlo Petrini, recentemente annoveratotra i papabili ministri del governo della terza Repubblica,  ci rivela il suo segreto di sviluppo e tutela del territorio: il ritorno alle origini ed alla scoperta degli antichi mestieri e sapori. Nato a Bra, in provincia di Cuneo, il Profeta dell’agricoltura sostenibile “Carlin” Petrini, citando un testo dell’800: la “Fisiologia del Gusto” di Brillat-Savarin, si racconta:

Carlo Petrini, fondatore di Slow Food


<<La gastronomia è la conoscenza ragionata di tutto ciò che si riferisce all’uomo in quanto si nutre. Io sono un gastronomo nella sua accezione pìù completa>>.

Dal 1986 ad oggi. Ci parla dell’esperienza internazionale di Slow Food?

Il cibo è diletto e questa realtà partita da Bra col nome di Arcigola deriva proprio dalla considerazione che il piacere gastronomico rappresenta la salvaguardia stessa della nostra tradizione, dei piatti e dei prodotti tipici, che il nuovo trend delle grosse catene di fast food sta tentando di rimpiazzare, inneggiando ad un modello in voga: quello della fast life. L’attività del movimento opera da 25 anni, promuovendo la biodiversità nel settore agricolo ed alimentare, come mezzo per assicurare un futuro possibile al nostro pianeta ed all’umanità tutta. Siamo sempre partiti dal presupposto che volevamo fare qualcosa di concreto ed abbiamo pensato che, ad esempio, per salvare un popolo a rischio di estinzione si doveva rilanciare il consumo della sua carne, del suo formaggio, insomma della sua storia, ma occorreva inventarsi qualcosa per coinvolgere i consumatori. Così nel 1996 abbiamo dato vita all’Arca del gusto, enumerando quei prodotti che dovevano essere salvaguardati e quindi fatti salire sulla nostra Arca per essere salvati>>.

Lei si è fregiato di intervenire all’Onu evidenziando il diritto inalienabile di ogni popolo di sfruttare le risorse del suolo e del mare. Come immagina l’apporto di Slow Food in quest’ottica?

La graduale e sempre crescente scomparsa di specie animali e vegetali ritrae un quadro più complesso e triste. Quanti saperi e prodotti della Terra sono stati piratescamente derubati nel nome di multinazionali farmaceutiche ed alimentari senza scrupoli. Prima di rimettersi in marcia dobbiamo restituire il maltolto ed impedire qualsiasi logica di agricoltura industriale  insostenibile nelle zone indigene. Tutto ciò deve spingere tutti noi a difendere strenuamente la biodiversità e le differenti culture, non a caso questa riflessione ha condotto tante comunità a prendere parte attiva alla rete di Terra Madre, nel 2011, alla sua prima edizione. In Svezia, a Jokmokk, la gente Sami ha accolto gli indigeni provenienti da 61 Paesi durante il Terra Madre Indigenous People… Credo che soprattutto adesso la diversità possa far scaturire percorsi virtuosi e sostenibili come la Indigenous Partnership per l’agrobiodiversità, che ci condurrà nel 2014 fino in India>.

Dalla nascita dei primi presidi alle battaglie ingaggiate, l’impegno è stato tanto. Identità, etnie diverse, le vadi condividere qualche ricordo?

I presidi hanno visto la luce con singoli progetti, cuciti singolarmente su ciascun prodotto, o attraverso la creazione di cooperative costituite per aggregare i produttori e facilitare così la commercializzazione. Una delle battaglie in favore della biodiversità è stata portata avanti nel 2001: quella del latte crudo. Oggi tanti pastori e piccoli casari producono i propri formaggi in questo modo, senza che ciò sia un tabù, anzi una peculiarità. Il cibo è alla base degli scambi. Nei secoli molte relazioni si sono consolidate proprio per questa ragione primaria: procacciarsi del cibo ed arricchire il proprio patrimonio. Senza tutto ciò non sarebbe esistita la dieta Mediterranea e la maggior parte delle ricette che con orgoglio rappresentano la cucina italiana. Ciò fa capire anche il perché non dobbiamo alzare muri contro le novità e la ricchezza valoriale, le ricette, che provengono dagli immigrati, le diverse interpretazioni nella giusta misura delineano le identità.

Fame ed obesità sono i due contraltari dello stesso sistema alimentare ed industriale. Ravvisa il fallimento della new economy ed il grido di un’economia della natura?

Da un lato assistiamo al fenomeno dell’iperalimentazione, dall’altro alla vergogna dei morti a causa della fame. Questi due estremi rappresentano più che altro il declino del sistema alimentare mondiale, incentrato su un modello di industria legata alle risorse energetiche fossili, alla speculazione folle. Dobbiamo contrastare un sistema che quotidianamente lede l’ambiente e la dignità dei lavoratori. Per tale ragione si deve attingere dal passato e non con malinconia, ma per diffondere tradizioni e pratiche maggiormente sostenibili per la nostra agricoltura ed il nostro benessere, quest’ultimo passa anche attraverso il diritto universale e naturale riconosciuto ad ogni individuo di cibarsi secondo criteri qualitativi e nutritivi, che sono l’espressione più autentica del vivere comune, dell’essere parte di una democrazia condivisa. Le risorse non sono infinite, così come le capacità umane. Avidità ed ignoranza hanno accantonato in alcuni luoghi donne, giovani, anziani. Bè, il progresso deve svoltare e se ci troviamo ad un passo dal precipizio della crisi, sarà giocoforza rivalutare la nostra traiettoria e puntare agli ultimi. Si avrà necessità della sensibilità delle donne, della saggezza e della memoria degli anziani.

Qual è il suo antidoto contro l’emergenza occupazionale e finanziaria soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia?

Subiamo un sistema produttivo e distributivo basato sulla disuguaglianza, sull’accaparramento di risorse non nostre, sulla corsa al cemento, sul dileggio ambientale ed umano e che ha abbondantemente dimostrato i suoi limiti economici. Il diritto al cibo buono, pulito, sano, ha nei giovani la sua possibilità, ma perché questi tornino ad innamorarsi della terra si deve garantire loro una giusta remunerazione ed uno stile di vita adeguato ai nostri tempi. Il ritorno ai vecchi mestieri è una strada. L’agricoltura, invece, è l’opportunità che l’uomo ha di tenere la terra tra le mani.